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“UNA
GENERAZIONE NARRA ALL’ALTRA…”

Ai Reverendi Presbiteri
ai Religiosi e alla Religiose
ai Diaconi e ai Seminaristi
alle Associazioni, Gruppi,
Movimenti ecclesiali
a Tutti i fedeli della Chiesa
di Catanzaro-Squillace
Carissimi,
In preparazione prossima al Convegno pastorale di
settembre, vi scrivo la presente lettera pastorale, quale utile
contributo per un’opportuna riflessione che deve aiutarci a
riscoprire la famiglia come luogo privilegiato di evangelizzazione.
Certamente in quella sede avremo modo di approfondire la conoscenza
della prima cellula viva della società, sotto la guida di bravi
maestri che porteranno il contributo delle attuali ricerche ed
esperienze.
Intanto, durante questo periodo estivo, utilmente potremo meditare
la lettera, per essere più pronti in autunno a lavorare
responsabilmente per recuperare il ruolo insostituibile della
famiglia, affine di risanare la nostra società malata.
Siamo, infatti, tutti convinti che se la famiglia sarà ciò che deve
essere sempre potrà contribuire a rinnovare il mondo.
Ciò sarà possibile se essa accoglierà il vangelo della famiglia e,
con la coerenza della vita, saprà annunziarlo agli uomini del nostro
tempo.
La nostra Chiesa, nell’umiltà del suo servizio, nel nuovo anno
pastorale che va ad incominciare, si impegnerà ad annunziare questo
vangelo e si adopererà concretamente perché le famiglie cristiane
diventino soggetti di evangelizzazione.
INTRODUZIONE
“Vi ho trasmesso dunque, anzitutto,
quello che anch'io ho ricevuto” (1Cor 15,3)
“Una generazione narra all’altra le tue opere, annunzia le tue
meraviglie”. Con queste semplici parole il libro dei Salmi afferma
la vocazione e la missione che ogni generazione ha di far conoscere
Dio alle generazioni future.
È compito di ogni battezzato, in quanto tale, trasmettere la fede,
ricordandola, narrandola, annunziandola, testimoniandola ad ogni
altro uomo. “Una generazione narra all’altra le tue opere, annunzia
le tue meraviglie. Proclamano lo splendore della tua gloria e
raccontano i tuoi prodigi. Dicono la stupenda tua potenza e parlano
della tua grandezza. Diffondono il ricordo della tua bontà immensa,
reclamano la tua giustizia” (Slm 145, 4-7).
Tale concetto è ribadito con forza dalla rivelazione a più riprese:
“Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno
raccontato, non lo terremo nascosto ai loro figli; diremo alla
generazione futura le lodi del Signore, la sua potenza e le
meraviglie che egli ha compiuto. Ha stabilito una testimonianza in
Giacobbe, ha posto una legge in Israele: ha comandato ai nostri
padri di farle conoscere ai loro figli, perché le sappia la
generazione futura, i figli che nasceranno. Anch’essi sorgeranno a
raccontarlo ai loro figli perché ripongano in Dio la loro fiducia e
non dimentichino le opere di Dio, ma osservino i suoi comandi. Non
siano come i loro padri, generazione ribelle e ostinata, generazione
dal cuore incostante e dallo spirito infedele a Dio” (Slm 78,3-8) .
La fede per la sua trasmissione domanda di essere annunziata – con
termini tecnici parleremmo di evangelizzazione –, proprio come ci
insegna l’apostolo san Paolo: “Come potranno invocarlo senza aver
prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito
parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?”
(Rm 10,14). L’ambiente naturale in cui il processo di trasmissione
della fede si realizza è ordinariamente la famiglia.
Molti passi della Bibbia esprimono chiaramente il ruolo
insostituibile che la famiglia svolge nell’opera della trasmissione
della fede. Tanto che la Chiesa da
sempre l’ha stimata e considerata via primaria nell’educazione alla
fede, mancando la quale difficilmente vi si potrà sopperire .
All’interno della famiglia i diversi soggetti che la compongono sono
chiamati a svolgere un ruolo attivo nell’educazione delle giovani
generazioni, come lo stesso Paolo afferma quando al suo discepolo
Timoteo scrive: “Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede
che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora,
ne sono certo, anche in te” (2Tm 1,5).
Per la Sacra scrittura i primi ed i principali soggetti, chiamati ad
introdurre i loro figli nella fede e a far loro conoscere,
attraverso l’annunzio, le opere meravigliose di Dio e la sua gloria,
sono i genitori: “Guardati e guardati bene dal dimenticare le cose
che i tuoi occhi hanno viste: non ti sfuggano dal cuore, per tutto
il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai
figli dei tuoi figli. (Dt 4,9). Il principio è espresso in maniera
altrettanto chiara in queste altre parole: “Quando in avvenire tuo
figlio ti domanderà: Che significano queste istruzioni, queste leggi
e queste norme che il Signore nostro Dio vi ha date? tu risponderai
a tuo figlio…” (Dt 6,20-21) .
Carissimi fratelli e sorelle in Cristo, è mia intenzione soffermarmi
con voi per riflettere, sulla famiglia, scelta, per il prossimo anno
pastorale, quale soggetto di evangelizzazione, da valorizzare sempre
più in seno alla nostra comunità ecclesiale.
Sono, infatti, convinto che il futuro dell’evangelizzazione della
nostra comunità diocesana, così come quello di tutta la Chiesa,
dipenda in gran parte dall’impegno concreto della “chiesa
domestica”.
Pertanto, dopo una breve analisi dei segni dei tempi, che toccano
l’identità e la missione della famiglia, i cui effetti sono
ravvisabili anche nel nostro contesto, mi sembra opportuno
riannunciare il Vangelo della famiglia, perché solo possedendo una
retta e chiara coscienza del proprio essere, dinanzi a Dio e al
mondo, essa può assumere il suo ruolo educativo, che le deriva dalla
stessa natura del vincolo matrimoniale, e che dal sacramento riceve
la specificazione di essere educazione alla fede. Ovviamente la
famiglia, e in essa la coppia, educa, prima ancora che con la
parola, con l’esemplarità della vita, chiamata com’è a vivere, in
ogni circostanza lieta o triste, in maniera conforme al sapiente
progetto di Dio.
In appendice mi è sembrato opportuno presentare concretamente un
modello di famiglia cristiana, che se non può essere imitata nella
sua storicità, non di meno ci può aiutare a cogliere quei principi
sempre validi per realizzare la missione educativa.
SEGNO DEI TEMPI: LA CRISI DI FEDE
“Quanto son belli i piedi di coloro
che recano un lieto annunzio di bene!” (Rm 10,15)
È a tutti evidente la crisi di cui soffre oggi l’istituzione
famigliare, investita da profondi mutamenti culturali che ne stanno
alterando profondamente il modello tradizionale.
Lo smarrimento è reso più grave dal fermento in atto, caratterizzato
da molteplici iniziative, che, se pur eterogenee tra loro,
tenderebbero tutte, a loro dire, a “rinnovare” il volto della
famiglia.
Occorre sempre domandarsi, però, quando un progetto, un’idea, una
proposta rinnova la famiglia aiutandola a diventare ciò che è, senza
snaturarla nella sua identità antropologica. Sono convinto, infatti,
che molte delle proposte attuali non promuovano la famiglia, ma di
fatto la minacciano nella sua identità più profonda, quella, che
fonda la coppia sull’amore libero, fecondo e vivificante tra un uomo
e una donna, uniti in matrimonio, con l’introduzione di nuove e
“possibili” forme familiari, talvolta favorite e riconosciute anche
dalla legislazione civile: coppie di fatto, matrimoni solo civili,
riconoscimento delle unioni omosessuali.
Attualmente la famiglia, fatta oggetto di innumerevoli pressioni,
soprattutto attraverso i mezzi della comunicazione sociale, non
sempre è capace di mantenersi immune, accogliendo mode, pensieri,
idee che di fatto oscurano i valori fondamentali su cui è fondata.
Tra i segni più preoccupanti, che si possono ravvisare anche nel
nostro contesto, rileviamo in particolare il ricorso all’istituto
giuridico del divorzio e il diffondersi della prassi di nuove
“nozze”, il riconoscimento del matrimonio puramente civile, che
contraddice la vocazione dei battezzati a “sposarsi nel Signore”, la
celebrazione del sacramento del matrimonio senza una fede viva e
matura, il rifiuto delle norme morali che reggono e fondano
l’esercizio umano e cristiano della sessualità nel matrimonio.
L’inquietudine si manifesta anche nel permanere e nel dilagare di
una certa mentalità abortista e contraccettiva, che di fatto è la
negazione della famiglia, tradizionalmente intesa come il sacrario
della vita, il luogo dove la vita è trasmessa, generata, custodita,
difesa, promossa.
Ovviamente, la crisi che investe la famiglia, nel nostro contesto è
aggravata anche da fattori propri della nostra Regione, che se non
sono direttamente causa dello smarrimento, sono comunque elementi
che non la favoriscono. Uno su tutti: il dramma della
disoccupazione, soprattutto giovanile, che genera una certa angoscia
e una certa sfiducia verso il futuro, spingendo molti giovani a
procrastinare a tempo indefinito la data del loro matrimonio, ma
anche molte coppie a non suscitare nuove vite.
La crisi della famiglia è il sintomo grave di un’altra crisi, assai
più remota, più ampia, ma anche più nascosta e segreta, che è la
crisi della fede. È questa crisi che si riflette in tutti gli ambiti
della vita, compreso appunto quello della famiglia, che si manifesta
soprattutto nell’incapacità di adempiere adeguatamente il ruolo e la
responsabilità che ognuno deve assumersi dinanzi a Dio, dal quale
proviene ogni “ministero” o “ufficio” proprio dell’uomo, della
donna, dei figli.
La crisi di fede che investe la famiglia riguarda entrambi gli
ambiti che la compongono, quello della verità e quello della grazia.
L’uomo contemporaneo non pensa più secondo la fede e non vive più
confortato e sorretto dai sacramenti della vita. Vive come se
potesse fare a meno della forza della grazia e della luce verità.
Pertanto, chi vuole concretamente adoperarsi per portare a soluzione
la crisi della famiglia, deve adoperarsi a risolve il problema di
fede, che è insieme problema di grazia e di verità.
Perciò, è doveroso per il credente domandarsi quali vie nuove
dovremmo percorrere, quali strategie attuare, quali forme adottare
affinché l’uomo di oggi, che vive qui ed ora, possa giungere al
possesso della grazia e della verità.
Se la nostra chiesa diocesana vuole veramente impegnarsi a tal fine,
è necessario che la pastorale prenda viva coscienza di questa realtà
sommersa, che governa i cuori e le menti ed intervenga in maniera
efficace. La famiglia attuale è il frutto di questa realtà nella
quale non c’è più un chiaro riferimento a Dio, secondo le chiare
leggi della rivelazione biblica. Sarebbe, dunque, un grave errore di
metodo pensare di poter risanare la piaga, se non si interviene
sulle cause che la pongono in essere e l’alimentano quotidianamente.
Pertanto ritengo opportuno che si intervenga con urgenza sulla fede,
la quale necessariamente deve essere liberata dal sentire personale.
Infatti, una parte dei cristiani di oggi vive “un rapporto diretto
con Dio”, escludendo quasi sempre la mediazione veritativa della
Chiesa, cui spetta il compito di custodire e proclamare la verità.
Che si aiutino i credenti a concepire la morale non come un rapporto
orizzontale da uomo ad uomo, fondato sul sentimento, ma come
rapporto trascendente con Dio, fondato sulla Verità rivelata. Nel
primo caso avremmo una morale mutevole, che riconosce come “peccato”
o colpa solo alcune mancanze di lieve entità, mentre esclude quasi
sempre le colpe gravi contro Dio, contro la persona, contro lo
statuto dei comandamenti. Nel secondo caso la morale sarebbe
concepita come opera di adeguazione e conformazione della propria
vita alla Verità, che per noi è Cristo Gesù via, verità e vita. Non
sarebbe una fredda osservanza di una norma, ma un rapporto fatto di
rispetto e di amore tra persone.
In tutto questo, una cosa deve essere per tutti assai certa: quali
che siano i metodi e le vie, devono coinvolgere il popolo di Dio,
per risvegliarlo, per trasformarlo in popolo profetico, regale,
sacerdotale.
Quanto
affermato sopra, ci conduce necessariamente a rivedere il nostro
modo di predicare, da considerare oggi come l’unica forma possibile
per raggiungere le masse e quindi formare il popolo di Dio nella
fede del vangelo. Anche la liturgia deve essere riportata a ricarica
della vita spirituale, considerandola come via di quel rinnovamento
interiore che solo può scaturire dai sacramenti. Per renderci conto
di come le nostre liturgie siano infruttuose e per cogliere la
gravità della crisi in atto dello spirito dell’uomo, è sufficiente
pensare come oggi la stragrande maggioranza dei fedeli vive senza
sacramenti.
Si deve, inoltre, creare nella mentalità dei fedeli il valore di
mezzo necessario e indispensabile della catechesi. Il popolo di Dio
potrà davvero crescere se verrà nutrito settimanalmente di parola
del Signore. Bisogna insistere sempre su questo evento di grazia. Ma
è necessario che la catechesi si organizzi in un progetto ecclesiale
missionario che raggiunga il più alto numero possibile di persone.
Così come ogni altra forma di culto, deve essere trasformata in un
momento di confronto con la verità e di crescita nella grazia. Non
si insisterà mai abbastanza su questi momenti particolari posti
dallo Spirito nelle nostre mani perché li santifichiamo.
Riusciremo in quest’opera di rinnovamento se agiremo nella
consapevolezza che il mondo di oggi a volte non ci comprende, né in
quello che diciamo, né in quello che facciamo. Da questo deriva la
necessità di andare all’uomo contemporaneo secondo la sua mentalità
e i suoi orizzonti culturali. Questo sarà possibile, se in noi
regnerà tanta umiltà da metterci quotidianamente in ascolto dello
Spirito che parla al cuore di ciascun operatore pastorale. Nessun
metodo e nessuna via deve considerarsi assoluta, esclusiva; ogni
forma è di aiuto e di sostegno alle altre. Da qui la necessità di
ascoltarci, di confrontarci, di verificarci sul terreno della
storia. Dall’umiltà e dall’ascolto reciproco degli operatori di
pastorale nasce la trasformazione dei cuori, che è possibile, perché
parte già da cuori trasformati che sanno ascoltare la voce di Gesù
che parla alle sue pecorelle per condurle all’ovile.
Solo se si opererà in tal modo il matrimonio cristiano e la famiglia
ritroveranno la loro via sui sentieri della verità e della grazia;
ricondurveli è obbligo di ciascuno; ognuno in ordine al problema ha
una sua particolare responsabilità. Assumercela personalmente è la
forma giusta ed il metodo per uscire dalla crisi che fa del
matrimonio il grande malato della nostra storia.
IL SACRAMENTO DELLA “SOLA CARNE”
“Non fece Egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale?
Che cosa cerca quest'unico essere, se non prole da parte di Dio.
Custodite dunque il vostro soffio vitale (Ml 2,15)
Per riflettere su matrimonio e famiglia, ho scelto di meditare con
voi e per voi il rito del matrimonio. Le preghiere, le parole, i
gesti e i segni in esso contenuti esprimono da una parte la fede
della comunità e dall’altra significano la stessa realtà che si
celebra. Infatti, la Chiesa non compie semplicemente il rito del
matrimonio, ma ne celebra il Sacramento.
Noi tutti sappiamo che il termine sacramento significa che quanto
Cristo ha fatto durante la sua vita terrena, si rende presente
nell’oggi della storia, permeando l’azione dell’uomo. Dal punto di
vista antropologico esprime, invece, la libera e consapevole
determinazione di fare entrare nello spazio della propria vita Dio,
Padre e Figlio e Spirito Santo. Nel sacramento, infatti, avviene
l’incontro di due volontà, quella divina, che è preveniente, e
quella umana, che è risposta ad una chiamata. Ogni sacramento è
accoglienza di una vocazione ad amare Dio, che ci chiede di
corrispondere al suo dono di grazia amando ogni uomo, senza
distinzione alcuna.
Nel caso del sacramento del matrimonio, i coniugi, per la mediazione
della Chiesa, intendono consacrare il loro amore, per renderlo santo
e completo, assoluto e inviolabile, per confermarlo e suggellarlo
con la benedizione di Dio. Nel matrimonio si manifesta l’amore
coniugale, il quale “rivela massimamente la sua vera natura e
nobiltà quando è considerato nella sua sorgente suprema, Dio, che è
‘Amore’ “ .
Dimensione battesimale
Il nuovo rito del matrimonio prevede che all’inizio della
celebrazione si faccia memoria del sacramento del Battesimo. Ciò
mette in luce la dimensione battesimale della celebrazione. Fare
memoria del Battesimo significa riconoscere questo sacramento come
fondamento di tutta la vita cristiana, porta che apre l’accesso agli
altri sacramenti, rendendo possibile la ricezione di questi doni di
grazia nella propria vita. Il Battesimo costituisce l’inizio della
vita nuova nella fede, ma anche la sorgente e il fondamento di ogni
altra vocazione. In tale maniera il sacramento del matrimonio si
manifesta come uno dei possibili frutti che possono maturare nel
cuore del credente dal seme di grazia piantato il giorno del
Battesimo.
Nella preghiera proclamata dal sacerdote, dopo avere asperso con
l’acqua benedetta se stesso, gli sposi e la comunità, si implora Dio
finché conceda agli sposi “un cuore libero e una fede ardente perché
purificati nell’intimo, accolgano il dono del matrimonio, nuova via
della loro santificazione” . Rendendoci partecipi della figliolanza
divina, Dio Padre, per mezzo dello Spirito, ci ha configurato a
Cristo, e ci ha posto sotto il soave giogo della legge della
santità. Da parte loro i coniugi cristiani si santificheranno
allorquando vivranno il loro matrimonio in maniera conforme alla
legge divina , ossia vivendo con docile fedeltà i compiti che
scaturiscono dal suo stesso essere che si radica nella natura umana.
Quanti hanno preso coscienza di questa dimensione spirituale e
trascendente dell’unione coniugale e familiare sapranno manifestare
frutti di un amore generoso e fecondo, soprattutto attraverso la
testimonianza della concordia tra i membri e dell’unità e della
fedeltà nelle relazioni tra gli sposi.
Procreazione e sterilità
Nella formula che introduce la memoria del battesimo è detto che
“siamo riuniti nella casa del Signore nel giorno in cui N e N.
intendono formare la loro famiglia”. Celebrare il matrimonio, che
apre i coniugi a una perenne comunione di amore e di vita, significa
dare inizio alla comunità familiare.
In Genesi 2,24: “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre
e si unirà a sua moglie”, e nella benedizione pronunziata all’atto
della creazione dell’uomo: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite
la terra” (Gn 1,28), è affermato chiaramente che l’amore coniugale è
ordinato, per sé stesso, alla costituzione della comunità familiare.
Tuttavia, si deve ribadire con forza che, anche quando la
procreazione, a causa della sterilità fisica, non è possibile, la
vita coniugale conserva il suo valore . A tal proposito mi piace
riportare le parole che Elkana proferisce in favore di sua moglie
Anna: “Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo
cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?” (1Sam 1,6).
Mi consentirete di rivolgere parole di compassione evangelica a
quelle coppie di sposi che soffrono il dramma della sterilità. È
questa una realtà contemplata nella Sacra Scrittura : “Che mi darai?
– domanda Abramo a Dio – Io me ne vado senza figli…” (Gn 15,2); è
questa una sofferenza che tutti dobbiamo considerare e adeguatamente
valutare.
Avere un figlio è un desiderio naturale degli sposi, ma deve essere
immediatamente chiarito il principio che il matrimonio conferisce
agli sposi solo il diritto a porre quegli atti naturali che di per
sé sono ordinati alla procreazione, non il diritto ad avere un
figlio.
“Un vero e proprio diritto al figlio sarebbe contrario alla sua
dignità e alla sua natura. Il figlio non è una qualche cosa di
dovuto e non può essere considerato come oggetto di proprietà: è
piuttosto un dono, ‘il più grande’ e il più gratuito del matrimonio,
ed è testimonianza vivente della donazione reciproca dei suoi
genitori. A questo titolo il figlio ha il diritto - come è stato
ricordato - di essere il frutto dell’atto specifico dell’amore
coniugale dei suoi genitori e ha anche il diritto a essere
rispettato come persona dal momento del suo concepimento” .
La comunità ecclesiale è chiamata a farsi carico della sofferenza di
queste coppie duramente provate, aiutando i coniugi a scoprire in
questa esperienza una particolare partecipazione al mistero pasquale
di Cristo, e contribuendo a fargli prendere coscienza del fatto che
possono promuovere la vita in molteplici modi: l’adozione, l’affido,
il sostegno a famiglie e a bambini bisognosi.
L’amore dei coniugi, come quello della famiglia, è chiamato a farsi
premurosa carità non solo verso i parenti più prossimi, ma verso gli
uomini tutti. L’amore ha sempre una compente comunitaria, che
concorre a edificare sia il tessuto della società che quello della
Chiesa.
Educare all’amore responsabile
Il rito vero e proprio del matrimonio inizia con le interrogazioni
prima del consenso, precedute da una monizione teologicamente ricca.
Il primo dato che emerge dalla monizione è che i due sposi giungono
in chiesa dopo un periodo di fidanzamento, più o meno lungo, durante
il quale è maturata la scelta di essere l’uno per la altra:
“Carissimi N. e N., siete venuti insieme nella casa del Padre,
perché la vostra decisione di unirvi in Matrimonio…”
Il periodo del fidanzamento è tempo propizio per la conoscenza
reciproca e per la maturazione della fede, tempo da vivere in
operosa attesa. Infatti tale periodo deve essere vissuto come
preparazione alla celebrazione del sacramento del matrimonio.
Tradizionalmente era la famiglia che svolgeva in maniera naturale il
compito di trasmettere ai giovani i valori riguardanti la vita
matrimoniale e familiare, mediante una progressiva opera di
educazione e iniziazione. Negli ultimi decenni, la crisi che ha
investito l’istituto familiare, ha comportato nella stessa
l’incapacità ad assolvere a tale compito, unitamente ad altri di
fondamentale importanza.
Compito primario della famiglia è quello dell’educazione. Essa deve
tendere all’integrale formazione della persona, dunque deve educare,
fin dalla più tenere età, anche all’amore responsabile. La famiglia,
sostenuta da vari soggetti – la scuola, le istituzioni, la Chiesa –
deve educare i giovani a concepire la vita umana come una vocazione
e una missione; come una chiamata all’amore che ha la sua sorgente e
il suo fine in Dio, ovviamente senza escludere la possibilità del
dono totale di sé a Dio nella vocazione sacerdotale o religiosa, che
pure hanno la loro scaturigine nell’amore divino.
Occorre che la nostra Chiesa diocesana elabori nuovi itinerari di
formazione all’amore responsabile, che aiutino la famiglia ad
assolvere il proprio compito educativo.
Riguardo al tempo del fidanzamento, bisogna che la nostra Chiesa lo
riscopra, sempre di più, quale tempo favorevole di evangelizzazione
e di annunzio del vangelo del matrimonio. Si presuppone, infatti,
che i giovani giunti a questo tempo abbiano già fatto discernimento
nella loro vita e siano indirizzati verso la vocazione al
matrimonio. Pertanto la preparazione prossima dovrà basarsi
anzitutto su una catechesi fondata sull’ascolto della parola di Dio,
interpretata alla luce del magistero della Chiesa, offerto nel
contesto di una comunità di fede, specialmente nell’ambito della
parrocchia, che deve sempre più coinvolgere attivamente la famiglia,
e deve essere finalizzata alla conoscenza del mistero divino sul
matrimonio e alla formazione della coscienza personale, istruendo
circa le esigenze naturali dell’amore coniugale e della famiglia:
l’unità, l’indissolubilità matrimoniale, la libertà del consenso, la
fedeltà ad un unico amore, il principio della paternità e maternità
responsabile, gli aspetti umani della sessualità coniugale, le
esigenze e le finalità dell’atto coniugale. Ovviamente questa
formazione deve preparare i giovani ad assumersi i ruoli sociale ed
ecclesiale che derivano loro dal matrimonio.
Purtroppo, i giovani che si presentano nelle nostre parrocchie,
chiedendo di partecipare ai corsi di formazione in vista della
celebrazione del matrimonio, nella maggior parte dei casi sono
persone che non vivono la fede e che non partecipano assiduamente
alla vita della comunità cristiana. Ma proprio questo momento
costituisce per taluni di loro l’unico contatto con la Chiesa, che
pertanto non va sciupato, ma considerato come tempo favorevole per
ricordare loro il Vangelo, per risvegliare la fede sopita, per
presentare la proposta di un’intensa vita cristiana.
Per realizzare tutto questo è necessario che i corsi di preparazione
al matrimonio, pur soffermandosi sugli elementi di carattere
psicologico, pedagogico, legale e medico, concernenti il matrimonio
e la famiglia, dovranno essere strutturati in maniera tale che
risplenda, in tutta la sua dirompente novità, la parola del Vangelo,
che non mancherà di suscitare nei partecipanti l’anelito a vivere in
pienezza la vocazione battesimale, ma anche a scoprire la bellezza
della vita soprannaturale che emana dal Sacramento del Matrimonio,
ad assaporare la bontà della spiritualità coniugale, a conoscere il
valore liberante della morale familiare, ad imparare l’arte della
preghiera personale e familiare.
Dimensione comunitaria
Gli sposi si accostano all’altare, dinanzi al ministro della chiesa
e alla comunità, perché la loro decisione di unirsi in matrimonio
riceva il sigillo e la consacrazione da parte di Dio: “…riceva il
suo sigillo e la sua consacrazione, davanti al ministro della Chiesa
e davanti alla comunità”
È da sottolineare la partecipazione della comunità che testimonia il
carattere pubblico della celebrazione del matrimonio, che non è un
evento privato, ma un evento ecclesiale e sociale. La celebrazione
del matrimonio, decisione maturata nel tempo del fidanzamento,
presume la partecipazione della comunità ecclesiale, intendendo con
tale espressione, precisamente la Parrocchia, ultima articolazione
della Chiesa, che di fatto è lo spazio umano dove l’itinerario
vocazionale deve essere promosso e realizzato, al fine di consentire
una consapevole e fruttuosa celebrazione del patto coniugale. Solo
se si sarà consapevoli di quanto il rito realizza e del ministero
ecclesiale che gli sposi ricevono con la celebrazione del Sacramento
del Matrimonio, si potrà giustificare il principio ecclesiale che
vuole che il matrimonio venga celebrato di norma nella chiesa della
comunità parrocchiale.
A tale proposito mi consentirete di affermare con molta franchezza
che le molte licenze concesse per celebrare il matrimonio fuori
parrocchia, manifestano la mancanza di questi itinerari di
formazione e dunque evidenziano l’assenza di preoccupazione
pastorale circa la formazione dei fidanzati e comunque dei futuri
sposi, ravvisabile proprio nella modalità di celebrazione del
matrimonio, vissuto da molti più come un fatto mondano e folklorico,
che come un evento ecclesiale, ordinato alla crescita e alla
santificazione del popolo di Dio.
Quando invece a monte c’è stata questa formazione, ovvero gli sposi
o i fidanzati sono stati fatti oggetto della preoccupazione
pastorale della Chiesa, la celebrazione assume un altro senso, le
parole pronunziate vengono colte nel loro spessore ecclesiale e il
sacramento è celebrato in maniera fruttuosa.
Consacrati nel Signore
Dinanzi alla comunità, gli sposi chiedono a Dio che sigilli e
consacri il loro amore. Il termine sigillo indica un
perfezionamento, un pieno compimento che il matrimonio cristiano
assicura. Nella simbolica biblica il sigillo è il simbolo della
persona, segno della sua autorità, della sua proprietà su un
oggetto; è anche il segno che autentica un atto giuridico o un
documento. Ricevere il sigillo di Dio significa anzitutto che il
patto coniugale riceve la consacrazione divina, ma manifesta anche
la volontà e la decisione degli sposi di voler appartenere a Dio,
vivendo l’amore coniugale sotto la sua autorità e al suo servizio.
Mediante il sigillo di Dio l’amore coniugale inizia un percorso
nuovo. Mi consentirete senz’altro un paragone: come uno scritto,
ricevendo il sigillo acquista ufficialità e autorevolezza, così il
matrimonio, ricevendo il sigillo dello Spirito Santo, ottiene un
perfezionamento e un’ufficialità che lo introduce in un cammino
qualitativamente diverso rispetto a prima.
La consacrazione affonda le sue radici nel battesimo per mezzo del
quale il fedele è stato offerto a Dio: “Voi siete già consacrati
mediante il Battesimo: ora Cristo vi benedice e vi rafforza con il
sacramento nuziale…” . Consacrare l’amore coniugale significa
domandare a Dio che corrobori, rafforzi e santifichi l’amore, ma
anche la volontà di offrire al Signore la disponibilità a cooperare
con Lui per annunziare, proclamare e diffondere il suo amore per
l’umanità.
Il Concilio Vaticano II insegna che nel sacramento del matrimonio i
coniugi “sono fortificati e quasi consacrati da uno speciale
sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi,
compiendo con la forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e
familiare, penetrati dello spirito di Cristo, per mezzo del quale
tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a
raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua
santificazione, ed assieme rendono gloria a Dio” . Paolo VI
riecheggia questo insegnamento nella Humane vitae allorquando
afferma: “Gli sposi cristiani, dunque, docili alla sua voce,
ricordino che la loro vocazione cristiana iniziata col battesimo si
è ulteriormente specificata e rafforzata col sacramento del
matrimonio. Per esso i coniugi sono corroborati e quasi consacrati
per l’adempimento fedele dei propri doveri, per l’attuazione della
propria vocazione fino alla perfezione e per una testimonianza
cristiana loro propria di fronte al mondo. Ad essi il Signore affida
il compito di rendere visibile agli uomini la santità e la soavità
della legge che unisce l’amore vicendevole degli sposi con la loro
cooperazione all’amore di Dio autore della vita umana” .
Unità e indissolubilità
Consacrati nel Battesimo gli sposi vengono, nel sacramento,
benedetti e rafforzati perché si amino l’un l’altro con amore fedele
e inesauribile e perché assumano in maniera consapevole e
responsabile i doveri del Matrimonio .
La Costituzione pastorale Gaudium et spes insegna che il matrimonio
è “dotato di molteplici valori e fini”, riassumibili nel bene della
procreazione ed educazione della prole e nel bene dell’amore
coniugale che deve svilupparsi fino a giungere alla piena maturità .
Bisogna che riflettiamo, sia pur brevemente, su questi beni, dai
quali derivano i doveri e i diritti riguardanti i coniugi e la
famiglia.
L’amore coniugale esige l’unità e l’indissolubilità, quali proprietà
essenziali del matrimonio.
Il Signore, rispondendo ai farisei che gli avevano domandato: “È
lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”
(Mt 19,3), si richiama a Gn 2,24 per fondare il bene dell’unità: la
prima coppia è monogamica, ciò si evince anche dall’espressione
biblica: “I due saranno una carne sola”.
La Gaudium et Spes sinteticamente propone le ragioni di questo,
quando parla del matrimonio come istituto naturale: “Questa intima
unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene
dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano
l’indissolubile unità” . Le ragioni che esigono l’unità della coppia
sono il bene dei figli e la mutua donazione dei coniugi. L’unione
coniugale nasce dalla reciproca donazione, la quale per il fatto di
comprendere l’intimità della persona, presenta un carattere di
totalità e di esclusività. Il bene dei figli esige l’unità della
coppia, anzitutto perché la generazione richiede che il figlio nasca
quale frutto dell’amore tra i coniugi e sia espressione della loro
mutua donazione.
Sempre sulla base di Gn 2,24, che si richiama al “principio”, Gesù
trae una conclusione sorprendente per gli uditori di ieri come per
quelli di oggi: “Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo
separi” (Mt 19,6). Sempre la costituzione pastorale sulla Chiesa nel
mondo, istruisce che il vincolo coniugale, che contraggono gli
sposi, è frutto della loro libera decisione, sottratto in seguito
alla loro volontà: “È dall’atto umano, col quale i coniugi
mutuamente si danno e si ricevono, che nasce, anche davanti alla
società, l’istituzione del matrimonio, che ha stabilità per
ordinamento divino. In vista del bene dei coniugi, della prole e
anche della società, questo legame sacro non dipende dall’arbitrio
dell’uomo” .
Fedeltà
Da quanto detto deriva che la perfezione dell’amore coniugale e
della famiglia richiede ed esige una fedeltà inviolabile. La
motivazione più profonda di tale fedeltà si trova nella fedeltà di
Dio alla sua Alleanza, e di Cristo alla Chiesa suo corpo. Gli sposi
sono abilitati dal sacramento a rappresentare tale fedeltà.
Anche il nostro contesto, pur se in misura minore rispetto ad altre
zone, è caratterizzato dall’incapacità di trasformare le relazioni
in vincoli sociali responsabili, in legami di reciprocità saldi e
duraturi, manifestando così l’incapacità delle donne e degli uomini
di oggi ad amare in maniera totale e responsabile, e vivendo
praticamente secondo il principio che è impossibile amare, e,
dunque, legarsi per tutta la vita alla stessa persona.
In tale circostanza il vangelo della famiglia, non pienamente
vissuto, presenta talune anomalie, ben note a tutti: separazioni,
divorzi, matrimonio dopo il divorzio, matrimoni solo civili,
convivenze, unioni di fatto.
È in questo contesto scristianizzato e secolarizzato, che siamo
chiamati ad annunciare il Vangelo del matrimonio e della famiglia,
che si fonda sulla buona notizia che Dio ci ama di un amore fedele,
definitivo, irrevocabile, inesauribile e che gli sposi partecipano
di questo amore.
Altra proprietà che caratterizza l’amore coniugale è la fecondità,
alla quale è ordinato secondo il racconto della creazione: “Dio li
benedisse e disse loro: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la
terra’ “ (Gn 1, 28). Abbiamo già detto che i coniugi, a cui Dio non
ha concesso di avere figli, possono non di meno avere una vita
coniugale intensa e piena di senso, sia umanamente che
cristianamente.
Quanto asserito si rende evidente in maniera chiara nelle domande
che seguono l’introduzione.
La prima domanda: “N. e N., siete venuti a celebrare il Matrimonio
senza alcuna costrizione, in piena libertà e consapevoli del
significato della vostra decisione?” , pone la questione della
libertà. Deve essere a tutti chiaro che non v’è donazione autentica
di sé, laddove manca la piena capacità di autodeterminarsi. La
libertà è data sia dall’assenza di costrizioni fisiche, morali,
psicologiche, sia dalla piena consapevolezza e disponibilità:
l’essere libero da… deve trasformarsi in essere libero per… È
veramente libero chi, pienamente consapevole delle conseguenze
dell’offerta, è disposto ad assumersi tutto il carico solo per
amore.
La seconda domanda verte sulla fedeltà: “Siete disposti, seguendo la
via del Matrimonio, ad amarvi e a onorarvi l’un l’altro per tutta la
vita?” . Fedeltà che rende possibile la donazione totale, essendo il
luogo vero dell’amore. Il vincolo che intercorre tra onore ed amore
è profondo. Nel suo nucleo essenziale, l’onore si richiama alla
giustizia, la quale a sua volta non può esprimersi senza fare
appello all’amore. “Onora” significa riconoscere! Significa
riconoscere la pari dignità dell’altra persona; riconoscere il dono
dell’altro: moglie, marito, figli, genitori. L’onore è un bene della
comunità coniugale e familiare, sembra ricordare a tutti i membri di
agire in modo che il loro comportamento meriti l’onore. L’onore
connesso all’amore, aiuta la famiglia e la coppia a realizzare il
bene dell’essere insieme.
Procreazione ed educazione
La terza domanda: “Siete disposti ad accogliere con amore i figli
che Dio vorrà donarvi e a educarli secondo la legge di Cristo e
della sua Chiesa?” , verte sul tema della procreazione ed educazione
dei figli, accolti come dono di Dio, in un ambiente d’amore
responsabile, che si fa dapprima cooperazione alla creazione e dopo
alla redenzione, attraverso la generazione spirituale educando
secondo la legge di Cristo e della Chiesa.
La coppia che si dispone ad accogliere da Dio il dono della
procreazione non esclude affatto la pratica dell’adozione e nemmeno
quella dell’affido temporaneo: sono anche queste forme di
genitorialità responsabili, significative e lodevoli. Rigetta invece
fermamente tutte quelle forme di genitorialità surrogate che
considerano il figlio, non secondo la categoria del dono, ma come il
frutto di una volontà di potenza esclusivamente umana, tecnica,
scientifica.
È necessario ribadire con fermezza che per quanto riguarda la
trasmissione della vita gli sposi “non sono liberi di procedere a
proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto
autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono
conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa
nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata
dall’insegnamento costante della chiesa” (HV, n. 10).
“Accolgo te…”
Tutti i principi espressi finora, sono integralmente contenuti nella
formula del consenso del matrimonio, che ha la sua sorgente di
grazia e il suo fondamento stabile in Cristo, pietra angolare. “Io
N., accolgo te, N., come mia sposa. Con la grazia di Cristo prometto
di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e
nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia
vita” .
Gli sposi, infatti, si accolgono reciprocamente secondo la categoria
del dono, che esprime il fatto che l’essere umano è l’unica creatura
che Dio ha voluto e amato per se stessa. Questo manifesta che si può
fare comunione con la persona solo se voluta per se stessa,
Nell’espressione “accolgo te…” c’è tutta la teologia dell’aiuto
simile. Chi accolgo è un essere simile a me, in quanto immagine di
Dio, in quanto avente la stessa dignità, in quanto è il solo essere
nel quale trovo completezza e pieno compimento.
Cristo, sorgente di questa grazia, attraverso il Sacramento del
Matrimonio, viene incontro agli sposi rimanendo con loro, dando loro
la forza di seguirlo, concedendogli di rialzarsi dopo le cadute, di
perdonarsi vicendevolmente le offese arrecate, di “portare i pesi
gli uni degli altri” (Gal 6,2), di essere “sottomessi gli uni agli
altri nel timore di Cristo” (Ef 5,21 ), di amarsi di un amore
soprannaturale, delicato e fecondo (Cfr CCC 1642).
In maniera ancora più mirabile si esprime l’Humanae vitae: “In
questa luce appaiono chiaramente le note e le esigenze
caratteristiche dell’amore coniugale, di cui è di somma importanza
avere un’idea esatta. È prima di tutto amore pienamente umano, vale
a dire sensibile e spirituale. Non è quindi semplice trasporto di
istinto e di sentimento, ma anche e principalmente è atto della
volontà libera, destinato non solo a mantenersi, ma anche ad
accrescersi mediante le gioie e i dolori della vita quotidiana; così
che gli sposi diventino un cuor solo e un’anima sola, e raggiungano
insieme la loro perfezione umana. È poi amore totale, vale a dire
una forma tutta speciale di amicizia personale, in cui gli sposi
generosamente condividono ogni cosa, senza indebite riserve o
calcoli egoistici. Chi ama davvero il proprio consorte, non lo ama
soltanto per quanto riceve da lui, ma per se stesso, lieto di
poterlo arricchire del dono di sé. È ancora amore fedele ed
esclusivo fino alla morte. Così infatti lo concepiscono lo sposo e
la sposa nel giorno in cui assumono liberamente e in piena
consapevolezza l’impegno del vincolo matrimoniale. Fedeltà che può
talvolta essere difficile, ma che sia sempre possibile, e sempre
nobile e meritoria, nessuno lo può negare. L’esempio di tanti sposi
attraverso i secoli dimostra non solo che essa è consentanea alla
natura del matrimonio, ma altresì che da essa, come da una sorgente,
scaturisce una intima e duratura felicità. È infine amore fecondo,
che non si esaurisce tutto nella comunione dei coniugi, ma è
destinato a continuarsi, suscitando nuove vite. “Il matrimonio e
l’amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed
educazione della prole. I figli infatti sono il preziosissimo dono
del matrimonio e contribuiscono moltissimo al bene degli stessi
genitori”.
Amore irreversibile
La formula del consenso è accompagnata dal segno di stringersi la
mano destra. Tale gesto biblicamente indica la conclusione di un
patto, giuramento, alleanza , ma anche disponibilità, apertura,
dedizione, perdono, protezione, benedizione . Il darsi la mano
destra indica l’intima unione che viene a crearsi tra i due sposi,
l’irreversibilità dell’amore da vivere sempre, nel dolore come nella
gioia, nella malattia come nella salute.
Ma quante coppie hanno violato, misconosciuto, imbruttito questo
patto d’amore attraverso varie forme di violenza domestica, dovute
primariamente alla mancanza di fede in Cristo: soprusi, prepotenze,
egoismi, individualismi, infedeltà, abusi.
La Chiesa non può restare indifferente o apatica innanzi a tante
famiglie che soffrono situazioni di difficoltà, ma deve farsi loro
vicina, ponendo concreta attenzione pastorale nei loro confronti,
perciò si dovrà sforzare di mettere a disposizione i suoi mezzi di
salvezza. Occorre porre in essere con urgenza una pastorale di
sostegno alle coppie in crisi. I parroci devono accompagnare e
sostenere questi uomini e donne, esortandoli ad avere sempre fiducia
nella grazia di Cristo. Dall’altra parte le coppie che vivono
momenti di crisi devono trovare l’umiltà e il coraggio per confidare
ai pastori il loro momento di difficoltà. Esorto queste coppie a non
chiudersi ed isolarsi, ma ad aprirsi fiduciose alla direzione
spirituale e al Sacramento della Penitenza.
Il gesto del sacerdote di stendere la mano su quelle unite degli
sposi e la formula di accoglienza del consenso matrimoniale
esprimono concretamente che Dio si è fatto garante del vincolo
d’amore che si è costituito tra i due: “Il Signore onnipotente e
misericordioso confermi il consenso che avete manifestato davanti
alla Chiesa e vi ricolmi della sua benedizione. L’uomo non osi
separare ciò che Dio unisce” .
Sappiamo che la liturgia vive di segni. E così un altro segno viene
posto in essere: la consegna dell’anello accompagnato con le parole:
“N., ricevi questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” . L’anello è
segno che rimanda al legame che si è venuto a creare, legame che si
radica nel rapporto di amore eterno e indissolubile. Guardando
all’anello che porta, il coniuge è rinviato all’altro, divenuto
ormai sua carne, e chiamato a diventare un solo cuore ed un solo
spirito. L’anello è, anche per gli altri, segno di appartenenza:
manifesta all’esterno l’amore l’uno per l’altro. Infine le parole
che accompagnano la consegna spiegano molto bene il fatto che
l’offerta reciproca avviene nel nome della Santissima Trinità,
comunità e comunione d’Amore, e per questo sorgente dell’amore
umano, chiamato a diffondersi nel cuore del mondo.
La benedizione sugli sposi, i quali hanno già pronunziato il loro
reciproco “sì”, ha la funzione di confermare l’unione della sola
carne, secondo le parole della monizione introduttiva: “Fratelli e
sorelle, invochiamo con fiducia il Signore, perché effonda la sua
grazia e la sua benedizione su questi sposi che celebrano in Cristo
il loro Matrimonio: egli che li ha uniti nel patto santo [per la
comunione al corpo e al sangue di Cristo] li confermi nel reciproco
amore” .
Nella prima parte la benedizione: “O Dio, con la tua onnipotenza hai
creato dal nulla tutte le cose e nell’ordine primordiale
dell’universo hai formato l’uomo e la donna a tua immagine,
donandoli l’uno all’altro come sostegno inseparabile, perché siano
non più due, ma una sola carne; così hai insegnato che non è mai
lecito separare ciò che tu hai costituito in unità. O Dio, in un
mistero così grande hai consacrato l’unione degli sposi e hai reso
il patto coniugale sacramento di Cristo e della Chiesa. O Dio, in
te, la donna e l’uomo si uniscono, e la prima comunità umana, la
famiglia, riceve in dono quella benedizione che nulla poté
cancellare, né il peccato originale né le acque del diluvio” ,
vengono ripresi tutti quei temi che abbiamo già trattato: del patto
coniugale e dell’istituzione della famiglia che hanno la loro
sorgente nell’opera della creazione, della pari dignità dell’uomo e
della donna, la diversa qualificazione dell’amore della sola carne
voluto da Dio quale vincolo indissolubile, della sacramentalità del
matrimonio, della famiglia come primordiale cellula della società,
della fedeltà di Dio al suo progetto d’amore.
“Guarda ora con bontà questi tuoi figli che, uniti nel vincolo del
Matrimonio, chiedono l’aiuto della tua benedizione: effondi su di
loro la grazia dello Spirito Santo perché, con la forza del tuo
amore diffuso nei loro cuori, rimangano fedeli al patto coniugale.
In questa tua figlia N. dimori il dono dell’amore e della pace e
sappia imitare le donne sante lodate dalla Scrittura. N., suo sposo,
viva con lei in piena comunione, la riconosca partecipe dello stesso
dono di grazia, la onori come uguale nella dignità, la ami sempre
con quell’amore con il quale Cristo ha amato la sua Chiesa. Ti
preghiamo, Signore, affinché questi tuoi figli rimangano uniti nella
fede e nell’obbedienza ai tuoi comandamenti; fedeli a un solo amore,
siano esemplari per integrità di vita; sostenuti dalla forza del
Vangelo, diano a tutti buona testimonianza di Cristo. [Sia feconda
la loro unione, diventino genitori saggi e forti e insieme possano
vedere i figli dei loro figli]. E dopo una vita lunga e serena
giungano alla beatitudine eterna del regno dei cieli. Per Cristo
nostro Signore” . In questa seconda parte si invoca Dio per gli
sposi, intercedendo per loro, affinché il Signore effonda la grazia
dello Spirito Santo perché confermati, fortificati, rafforzati
dall’amore di Dio riversato nei loro cuori, possano vivere in
pienezza il progetto divino sulla coppia, vivendo fedeli alla
promessa che si sono scambiati; nella piena comunione, esortati come
sono a riconoscersi partecipi dello stesso dono di grazia; pari
nella dignità; fondati sull’amore avente per modello la relazione e
l’unione Cristo-Chiesa; esprimendo così l’ecclesialità della coppia
chiamata a rimanere saldi nella fede e obbedienti ai comandamenti,
esempio di virtù umane e testimoni di Cristo in forza del vangelo,
per un cammino in due che deve durare tutta la vita, fino a giungere
alla beatitudine eterna.
Ma la benedizione mirabilmente unisce i due aspetti dell’amore
matrimoniale, quello unitivo e quello procreativo, la cui
inscindibilità non dipende dall’arbitraria volontà umana: “Dio ha
voluto che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due
significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il
significato procreativo. Infatti, per la sua intima struttura,
l’atto coniugale, mentre unisce con profondissimo vincolo gli sposi,
li rende atti alla generazione di nuove vite, secondo leggi iscritte
nell’essere stesso dell’uomo e della donna. Salvaguardando ambedue
questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale
conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore ed il suo
ordinamento all’altissima vocazione dell’uomo alla paternità” .
Nella formula della benedizione è espresso in maniera chiara, in due
passaggi, la sacramentalità dell’amore coniugale. Come nell’Antico
Testamento il legame coniugale era servito da metafora per esprimere
il rapporto d’amore, di fedeltà, di comunione, ma anche di
infedeltà, di idolatria, tra Dio e il suo popolo, così il patto
d’amore è nel Nuovo Testamento segno efficace di grazia della
relazione di amore indissolubile, fedele e premuroso, di unione
intima e indivisa del solo corpo che intercorre tra Cristo Capo e la
Chiesa, suo corpo e sua sposa.
Nella benedizione l’intima unione di amore tra Cristo e la Chiesa è
dato ai coniugi come modello di amore e come fonte di perfezione
della loro unione. Secondo la Lettera di San Paolo agli Efesini
(5,22-27ss), l’amore Cristo-Chiesa è dato non solo come modello da
imitare, bensì quale realtà di salvezza alla quale prendono parte (cfr
Ef 5,28-31). Giovanni Paolo II ha commentato questo passo, in
maniera magistrale, durante il ciclo delle catechesi del mercoledì
santo su matrimonio e famiglia : “Nel testo è usato il tono
esortativo: ‘Le mogli siano sottomesse ai mariti... come la Chiesa
sta sottomessa a Cristo’. E d’altra parte: ‘Voi, mariti, amate le
vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa...’. Queste espressioni
dimostrano che si tratta di un obbligo morale. Tuttavia, per poter
raccomandare tale obbligo, bisogna ammettere che nell’essenza stessa
del matrimonio si racchiude una particella dello stesso mistero.
Altrimenti, tutta questa analogia rimarrebbe sospesa nel vuoto.
L’invito dell’Autore della lettera agli Efesini, rivolto ai coniugi,
perché modellino il loro rapporto reciproco a somiglianza del
rapporto di Cristo con la Chiesa (‘come – così’), sarebbe privo di
una base reale, come se gli mancasse il terreno sotto i piedi” .
CRISTO NOSTRA
VITA
“credette nel Signore insieme a tutta la sua famiglia” (At
18,8)
La celebrazione del Sacramento del battesimo esprime la volontà
della coppia, divenuti genitori mediante l’atto umano della
procreazione, di trasmettere ai propri figli il dono della fede.
Tale intenzione espressa nel Sacramento del matrimonio: “Siete
disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi e a
educarli secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa?” , diviene
nel battesimo responsabilità concreta e impegno fattivo ad educare
nella fede: “Cari genitori, chiedendo il Battesimo per vostro
figlio, voi vi impegnate ad educarlo nella fede, perché,
nell’osservanza dei comandamenti, impari ad amare Dio e il prossimo,
come Cristo ci ha insegnato. Siete consapevoli di questa
responsabilità?” .
I riti iniziali della celebrazione del Battesimo, anche se non
essenziali per il sacramento stesso, rivelano una ricchezza
teologica e spirituale sorprendente.
Con l’imposizione del nome i genitori attestano pubblicamente la
volontà di cooperare con Dio all’opera della creazione, accogliendo
nello spazio umano della loro esistenza credente il bambino. Secondo
il libro della Genesi, Dio chiama l’uomo a cooperare all’opera della
creazione proprio affidandogli il compito di dare il nome ad ogni
creatura, gesto che l’uomo compie anche per la donna, creatura
simile a lui: “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso
dalle mie ossa, la si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta”
(Gn 2,23). Assumere nella propria storia il bambino, uomo acquistato
dal Signore (cfr. Gn 4,1), significa accoglierlo nel proprio spazio
umano e vitale, perché gli si presti cura, attenzione, protezione e
tutela.
Con l’altra domanda: “Per N. che cosa chiedete alla Chiesa di Dio?”
, viene manifestato il desiderio, che si fa richiesta, che il
proprio figlio riceva il Battesimo, ossia che gli venga fatto dono
della fede, della grazia di Cristo, della vita eterna, della
figliolanza divina, dello Spirito santo.
Ma, come per la creazione, Dio associa alla sua opera la coppia
perché, in maniera responsabile, mediante l’atto umano dell’amore
coniugale, trasmetta la vita fisica, così mediante il Battesimo i
genitori vengono assunti, mediante la missione di educare alla fede,
per generare responsabilmente nei figli la vita eterna, iniziandoli
alla conoscenza di Dio e del suo amore.
Elargizione di umanità
La missione educativa della coppia affonda le sue radici nell’amore
coniugale, che li abilita a procreare. In tal modo il compito
educativo della coppia si qualifica come essenziale, connesso com’è
alla trasmissione della vita, originale, primario, insostituibile,
inalienabile.
Se l’amore coniugale abilita la coppia a procreare, ciò significa
che i figli, lungi dall’essere ostacoli per la piena realizzazione
della coppia e della persona, come un certo pensiero contemporaneo
interpreta la generazione, costituiscono, invece, il suo coronamento
e la susseguente opera educativa il suo compimento pieno e perfetto
a servizio della vita.
Educare, infatti, non è tanto insegnare qualcosa o indottrinare
qualcuno, ma primariamente è un’elargizione di umanità. Educare è
comunicare se stesso all’altro, è partecipare la propria umanità
matura alla prole, per ricevere da questa la novità di vita e la
freschezza d’amore che porta con sé. Questa elargizione di umanità
si realizza anche nel caso di bambini segnati da handicap, nel qual
caso la situazione concreta può sviluppare una forza educativa tutta
particolare.
Perché la famiglia possa adempiere questo mandato educativo, proprio
e originario, è necessario che ponga al centro, del suo esistere e
del suo agire, l’uomo (figlio, figlia, madre, padre, moglie, marito,
fratello, sorella…) come essere da amare e volere per se stesso. Fin
tanto che la famiglia sarà affetta da esasperato soggettivismo,
accentuato individualismo, che pongono al centro l’egoistico io
personale, essa soffrirà al suo interno continue tensioni e
conflitti disgreganti, che si trasferiranno al suo esterno nella
società.
Invece, se la famiglia mette al centro del suo esistere ed operare
l’uomo inteso come essere personale, mistero d’amore, dono divino,
allora essa sarà davvero, in forza del suo essere comunità di
persone animata dall’amore, la prima e fondamentale scuola di
socialità, che ha nel dono di sé la legge che la guida e la fa
crescere, nell’amore coniugale la norma e il modello del donarsi,
nella comunione la più coerente ed efficace pedagogia per
l’inserimento attivo, fecondo e responsabile dei figli nella società
umana.
Ministero ecclesiale
L’opera educativa propria della coppia cristiana, oltre che essere
radicata nella cooperazione alla creazione, trova nel sacramento del
matrimonio una nuova e specifica sorgente che consacra i coniugi ad
attendere ad un’educazione propriamente cristiana della propria
prole, opera che ha il suo inizio col sacramento del Battesimo, che
sottolinea più volte questa realtà: “Vi impegnate a educarlo nella
fede…” .
Con il sacramento del matrimonio, il naturale dovere della coppia di
educare la prole, assume la dignità e la vocazione di un vero e
proprio ministero ecclesiale a servizio della Chiesa, per
l’edificazione del regno di Dio e la santificazione della persona.
Educare cristianamente significa offrire ai propri figli
un’educazione pienamente umana e religiosa. Pienamente umana
significa integrale, che considera la persona nella sua interezza di
essere corporeo, psichico, spirituale, intellettuale, sociale…
Pienamente religiosa vuol dire che deve contemplare la dimensione
trascendentale (relazione con Dio), teologale (adorazione e
obbedienza a Dio), vocazionale (considerando tutta la vita come
risposta), ecclesiale (sentire l’appartenenza ad una comunità di
salvezza).
È necessario che la nostra Chiesa, faccia uso di tutti i mezzi a sua
disposizione, soprattutto dell’opera catechetica, e valorizzando gli
incontri di preparazione al Battesimo, per formare i genitori ad
assumersi consapevolmente il proprio ministero ecclesiale di
educatori della prole.
A tal proposito sarebbe davvero fruttuoso promuovere una catechesi
unitaria, affinché, in tutte le compagini in cui si articola la
nostra Chiesa Diocesana, parrocchie, congreghe, associazioni,
gruppi, movimenti, comunità religiose, si rifletta e si mediti tutti
sullo stesso tema: “La famiglia: dono e impegno, speranza
dell’umanità”.
Pertanto, affido all’Ufficio Catechistico Diocesano il compito di
predisporre le opportune schede sul tema scelto, da far pervenire a
tutte le realtà ecclesiali in tempo utile perché si attui il
proposito formulato.
Sostenuti dalla Chiesa
Il sacramento del Battesimo manifesta che la coppia, mediante la
testimonianza della vita, l’annunzio del Vangelo, la preghiera,
l’iniziazione cristiana, è chiamata a vivere il compito genitoriale,
non solo generando alla vita corporea, ma anche a quella spirituale,
che scaturisce dal mistero della croce e risurrezione di Cristo, e
che è dono dello Spirito Santo. Tale generazione alla vita nuova
dello Spirito avviene nel Battesimo come le formule del rito
attestano più volte
La coppia e per essi anche la famiglia, come più volte abbiamo
ripetuto, sono i principali soggetti educativi, ma, come ha detto
Papa Benedetto XVI, in occasione del discorso pronunziato
all’apertura del Convegno pastorale della Diocesi di Roma: “Nessun
uomo e nessuna donna, però, da soli e unicamente con le proprie
forze, possono dare ai figli in maniera adeguata l’amore e il senso
della vita” . Anche in questo ci viene in aiuto il rito del
Battesimo, il quale prevede la figura dei padrini, i quali hanno il
compito di affiancarsi ai genitori per svolgere, in rappresentanza
della comunità, un compito ecclesiale. In questo segno è espressa
l’intenzione della Chiesa di non abbandonare la famiglia a se
stessa, ma di accompagnarla sostenendola affinché adempia il suo
compito educativo.
Questo accompagnamento oggi è più che mai necessario. La famiglia
odierna ha bisogno del sostegno della Chiesa, perché prenda
coscienza della sua grandezza, per conoscere il suo ruolo
essenziale, per assolvere il suo ministero ecclesiale. Ovviamente,
anche l’intervento della Chiesa deve essere attuato secondo il
principio della sussidiarietà, secondo il quale la scelta educativa
è opera propria dei genitori e ogni altro soggetto che interviene
deve farlo nella linea del sostegno, dell’aiuto, della
collaborazione.
Dunque nel rito del Battesimo si possono cogliere assai bene i
vincoli profondi che legano famiglia e Chiesa. Il Matrimonio prima,
e il Battesimo dopo, costituiscono la famiglia come una piccola
chiesa. I vincoli sono così profondi che entrambi si significano e
si spiegano: la chiesa fa la famiglia, donandole la verità del suo
essere e la grazia che la edifica; da parte sua la famiglia, resa
partecipe nel mistero della Chiesa della sua missione di salvezza,
non solo riceve l’amore di Cristo, diventando così comunità salvata,
ma anche trasmette il medesimo amore di Cristo, diventando comunità
salvante. Il Santo Padre a tal proposito al suddetto Convegno ha
ribadito con forza che “l’edificazione di ogni singola famiglia
cristiana si colloca nel contesto della più grande famiglia della
Chiesa, che la sostiene e la porta con sé” .
Compito profetico
Ovviamente, la famiglia partecipa alla missione della Chiesa nel
modo che le è proprio: quale intima comunione di vita e di amore. La
vita e l’amore coniugale e familiare, con i sacramenti del
matrimonio e del battesimo, costituiscono il nucleo della missione
salvifica della famiglia. Essa dà testimonianza della fede, della
carità e della speranza proprio a partire dal suo essere comunione e
comunità d’amore: i coniugi in quanto coppia, i genitori e i figli
in quanto famiglia.
Nel Battesimo dunque i coniugi non fanno altro che partecipare alla
missione salvifica della Chiesa, vivendo pienamente il triplice
munus profetico, sacerdotale e regale, che deriva loro dal
sacramento del battesimo, ma che trova nel sacramento del matrimonio
una nuova specificazione.
La famiglia vive il suo compito profetico accogliendo, prima, e
annunciando, poi, la parola di Dio. I genitori sono chiamati a
promuovere in seno alla famiglia una permanente educazione alla
fede: mentre nutrono la loro, la generano e la irrobustiscono nei
figli. In questo senso la chiesa domestica è allo stesso tempo
comunità evangelizzata, continuamente bisognosa che il Vangelo venga
annunziato al suo interno, e comunità evangelizzante, divenendo essa
stessa aralda del Vangelo nella misura in cui matura nella fede. È
quanto Paolo VI afferma nell’Evangelii Nuntiandi: “La famiglia, come
la Chiesa, deve essere uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da
cui il Vangelo si irradia. Dunque nell’intimo di una famiglia
cosciente di questa missione, tutti i componenti evangelizzano e
sono evangelizzati. I genitori non soltanto comunicano ai figli il
Vangelo, ma possono ricevere da loro lo stesso Vangelo profondamente
vissuto. E una simile famiglia diventa evangelizzatrice di molte
altre famiglie e dell’ambiente nel quale è inserita” (n. 71).
Quanto detto sulla famiglia come “chiesa domestica”, ci fa
comprendere pienamente l’espressione di Giovanni Paolo II, il qual
affermava in maniera convinta che la futura evangelizzazione dipende
in gran parte dalla famiglia .
La necessità della catechesi familiare emerge con forza da alcune
situazioni che si registrano anche nel nostro territorio: la diffusa
apatia e indifferenza religiosa dei giovani, l’invadente
secolarismo, il persistente consumismo, l’imperante relativismo
veritativo ed etico. Se invece la famiglia riprenderà vigore
nell’adempiere la sua missione educativa, potrà diventare l’ambiente
in cui i giovani potranno ricevere una sana e retta educazione alla
fede, che se manca difficilmente potrà essere colmata.
Attraverso il ministero di evangelizzazione la famiglia è chiamata a
formare i figli a vivere la vocazione della vita con animo aperto
verso Dio, disposti ad accogliere la chiamata particolare che il
Signore rivolge a ciascuno. In tal senso la famiglia diventa il
primo e il migliore seminario alla vocazione, al sacerdozio e
comunque alla vita consacrata.
I genitori dovranno assolvere il loro compito di evangelizzatori con
perseveranza, coraggio e serenità d’animo, anche quando i figli
contestano o addirittura rifiutano la fede cristiana, come spesso
avviene nel tempo adolescenziale e giovanile. A tal proposito Papa
Benedetto XVI ha affermato, nel già citato discorso: “Continuate
dunque, senza lasciarvi scoraggiare dalle difficoltà che incontrate…
Né i genitori, né i sacerdoti o i catechisti, né gli altri educatori
possono sostituirsi alla libertà del fanciullo, del ragazzo o del
giovane a cui si rivolgono. E specialmente la proposta cristiana
interpella a fondo la libertà, chiamandola alla fede e alla
conversione. Oggi un ostacolo particolarmente insidioso all’opera
educativa è costituito dalla massiccia presenza, nella nostra
società e cultura, di quel relativismo che, non riconoscendo nulla
come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le
sue voglie, e sotto l’apparenza della libertà diventa per ciascuno
una prigione. Dentro a un tale orizzonte relativistico non è
possibile, quindi, una vera educazione: senza la luce della verità,
prima o poi ogni persona è infatti condannata a dubitare della bontà
della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della
validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in
comune” .
La liturgia battesimale prevede il rito dell’Effetà: “Il Signore
Gesù che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di
ascoltare presto la sua parola e di professare la tua fede, a lode e
gloria di Dio Padre”. Riecheggia in queste parole il mandato
missionario che il Signore affida ai suoi discepoli: “Andate in
tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,30).
È questa un’altra componente dell’educazione alla fede: la
missionarietà.
Una certa azione missionaria la famiglia può svolgerla già al suo
interno: quando qualche componente non ha la fede o non la pratica.
Inoltre, la missionarietà della comunità domestica può essere un
valido apporto per l’annunzio ai lontani
Santificarsi per santificare
Chiedere il Battesimo per il proprio figlio significa prendere sul
serio la vocazione alla santità e impegnarsi perché il proprio
figlio la realizzi nella propria vita . È nel contesto della
vocazione universale alla santità, fondato sul radicalismo del
discorso della montagna: “Siate perfetti come è perfetto il Padre
vostro celeste” (Mt5,48), che la famiglia è chiamata ad esercitare
la sua funzione sacerdotale: santificarsi per santificare il mondo.
Fonte propria e mezzo originale di santificazione della coppia e
della famiglia cristiana è il sacramento del matrimonio, che la
specifica e la traduce concretamente nelle realtà propria
dell’esistenza coniugale e familiare. Dal sacramento deriva alla
coppia il dono, che si fa responsabilità di vivere la santificazione
ricevuta, trasformando tutta la vita in un “sacrificio vivente,
santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm
12,1).
Nasce da qui l’esigenza di promuovere una spiritualità della coppia
e della famiglia, che si ispiri ai motivi teologici della creazione,
dell’alleanza, della croce, della risurrezione e del segno, e che
trova nella preghiera la sua forza.
La vita di preghiera consente alla famiglia di esercitare pienamente
il suo ministero sacerdotale di intercessione e di mediazione.
Pertanto, è necessario che la famiglia, sull’esempio del suo
maestro, insegni ad ogni suo componete a pregare, a rivolgersi con
filiale e fiducioso dialogo al Padre che è nei cieli. La preghiera
che si vive in famiglia si caratterizza anzitutto dall’essere fatta
insieme: marito e moglie, genitori e figli. Molto bene si addice a
questo tipo di preghiera la parola di Gesù: “Perché dove sono due o
tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20); poi,
anche, perché ha come contenuto la stessa vita familiare: gioie e
dolori, speranze e tristezze, nascite e morti… Tutti questi momenti
di vita quotidiana segnano l’intervento di Dio che chiama e
costituiscono anche il tempo favorevole per il rendimento di grazie,
l’implorazione, l’abbandono fiducioso, la mediazione di grazia.
In tal modo la famiglia si presenta come prima scuola di preghiera,
che progressivamente introduce alla scoperta del mistero di Dio:
“Soprattutto nella famiglia cristiana, arricchita della grazia e
delle esigenze del matrimonio sacramento, i figli fin dalla più
tenera età devono imparare a percepire il senso di Dio e a
venerarlo, e ad amare il prossimo, conformemente alla fede che han
ricevuto nel battesimo” .
Elemento fondamentale e insostituibile dell’educazione alla
preghiera è l’esempio concreto dei genitori, chiamati sì a pregare,
ma insieme ai figli. Solo così potranno sperare di incidere nella
vita e nel cuore dei figli, lasciando tracce indelebili che gli
eventi della vita non riusciranno a scalfire. Mi piace ricordare un
passo tratto da “Storia di un’anima”, l’autobiografia di Santa
Teresa di Lisieux, la quale parla della differenza della preghiera
fatta in compagnia dei genitori e quella fatta senza la loro
presenza: “Tutti i particolari della malattia della nostra Madre
tanto cara sono presenti al mio cuore, ricordo soprattutto l’ultima
settimana che passò sulla terra; eravamo, Celina e io, come povere
piccole esiliate, tutte le mattine la signora Leriche veniva a
prenderci, e passavamo la giornata da lei. Un giorno non avevamo
avuto il tempo di fare la nostra preghiera prima di uscir di casa e
durante il tragitto Celina mi disse piano: ‘Dobbiamo dire che non
abbiamo fatto la nostra preghiera?’. – ‘Oh, si!’ le risposi: allora
lo raccontò molto timidamente alla signora Leriche, e questa
concluse: ‘Ebbene, figliette mie, ora la direte’. Poi ci mise tutte
due in una grande stanza e se ne partì... Celina mi guardò e
dicemmo: ‘Ah! non è come Mamma. Lei ce la faceva fare sempre la
nostra preghiera!’ “ .
È bello, poi, ascoltare uno dei tanti appelli che Papa Paolo VI
rivolse ai genitori: “Noi vi preghiamo, Figli carissimi, e voi
specialmente nuove famiglie cristiane, a dare, con debita forma e
discreta misura, ma anche con aperta e collettiva espressione
religiosa, l’onore della preghiera collettiva nelle vostre case: la
madre ha in questa prima pedagogia della religione un compito
altrettanto importante e degno quanto bello e commovente. Mamme, le
insegnate ai vostri bambini le preghiere del cristiano? li
preparate, in consonanza con i Sacerdoti, i vostri figli ai
Sacramenti della prima età: confessione, comunione, cresima? li
abituate, se ammalati, a pensare a Cristo sofferente? a invocare
l’aiuto della Madonna e dei Santi? lo dite il Rosario in famiglia? e
voi, Papà, sapete pregare con i vostri figlioli, con tutta la
comunità domestica, almeno qualche volta? L’esempio vostro, nella
rettitudine del pensiero e dell’azione, suffragato da qualche
preghierina comune vale una lezione di vita, vale un atto di culto
di singolare merito; e portate così la pace nelle pareti domestiche:
‘Pax huic Domui!’. Ricordate: così costruite la Chiesa” .
Una finalità della preghiera domestica è quella di introdurre la
persona alla preghiera liturgica della Chiesa, attraverso la
progressiva partecipazione di tutti i membri all’Eucaristia,
soprattutto nel giorno del Signore e nelle solennità e nelle feste.
Il culto celebrato nella Chiesa, non si esaurisce nella celebrazione
comunitaria, ma deve essere prolungato nella casa per mezzo della
preghiera privata che presenta una grande varietà di forme tra le
quali scegliere: lettura meditata della Bibbia, preghiera del
mattino e della sera, preghiera di benedizione della mensa,
preghiera dei Salmi…
Desidero fortemente, secondo lo spirito del mio motto episcopale:
“Ad Iesum per Mariam – A Gesù attraverso Maria”, che in ogni
famiglia si diffonda la salutare devozione alla Vergine Maria,
“Regina della famiglia”, particolarmente mediante la pia pratica
della corona del Santo Rosario: “ ‘Vogliamo ora, in continuità con i
nostri predecessori, raccomandare vivamente la recita del santo
Rosario in famiglia... Non v’è dubbio che la Corona della beata
Vergine Maria sia da ritenere come una delle più eccellenti ed
efficaci preghiere in comune, che la famiglia cristiana è invitata a
recitare. Noi amiamo, infatti, pensare e vivamente auspichiamo che
l’incontro familiare diventi tempo di preghiera, il Rosario ne sia
espressione frequente e gradita’. Così l’autentica devozione
mariana, che si esprime nel vincolo sincero e nella generosa sequela
degli atteggiamenti spirituali della Vergine Santissima, costituisce
uno strumento privilegiato per alimentare la comunione d’amore della
famiglia e per sviluppare la spiritualità coniugale e familiare.
Lei, la Madre di Cristo e della Chiesa, è infatti in maniera
speciale anche la Madre delle famiglie cristiane delle Chiese
domestiche” .
Segno dell’amore di Dio
La partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa non è
completa se non fiorisce e fruttifica nella carità, che ogni
cristiano può vivere se si lascia guidare ed animare dall’azione
personale dello Spirito Santo.
Questo vale anche per i coniugi e le famiglie cristiane. La vita di
coppia, il loro essere famiglia, il loro agire coniugale debbono
avere come guida e norma la legge dello Spirito Santo, effuso nei
loro cuori nel sacramento del matrimonio.
La famiglia cristiana, animata dalla legge nuova dello Spirito, è
chiamata a vivere a servizio di Dio e dei fratelli, sull’esemplarità
di Cristo, modello della sua testimonianza della carità, mediante la
quale partecipa alla regalità di Cristo , condividendone lo spirito
e l’atteggiamento di servizio nei confronti di ogni uomo: “Questa
potestà egli l’ha comunicata ai discepoli, perché anch’essi siano
costituiti nella libertà regale e con l’abnegazione di sé e la vita
santa vincano in se stessi il regno del peccato anzi, servendo il
Cristo anche negli altri, con umiltà e pazienza conducano i loro
fratelli al Re, servire i1 quale è regnare” .
Anche la funzione regale, la famiglia la esercita con modalità e
contenuti propri e originali, quali: il rapporto di reciproca carità
tra uomo e donna, la fedeltà coniugale, la paternità e maternità
responsabili, l’educazione della prole, l’accoglienza degli anziani,
l’impegno verso le altre famiglie in difficoltà.
Per essere segno e strumento dell’amore di Dio e compiere un vero
servizio all’uomo, ogni comunità domestica deve impegnarsi
quotidianamente a vivere di carità sia al suo interno che al suo
esterno. All’interno promuovendo un’autentica comunità di persone,
educandosi a vivere forme quotidiane di solidarietà, di accoglienza,
di attenzione in particolare verso la vita in ogni sua età (neonati,
fanciulli, giovani, anziani) e in ogni sua fase (sana, vigorosa,
ammalata, sofferente, menomata, handicappata).
Un particolare accenno voglio farlo in favore dei componenti
anziani, verso i quali la famiglia deve adoperarsi in maniera tale
che queste persone possano trascorrere, nei limiti del possibile,
gli anni della propria vecchia nell’ambiente naturale della
famiglia, circondati dalla stima e dall’affetto dei cari. Ancora
auspico che i genitori anziani possano trovare presso i loro figli
quell’accoglienza e quella solidarietà che essi hanno vissuto nei
confronti dei figli quando questi sono nati.
Ma la famiglia deve vivere un’operosa carità anche al suo esterno,
nei confronti di ogni uomo, senza distinzione alcuna, mossa
solamente dal senso della giustizia e della sollecitudine verso gli
altri e verso la società intera.
Bisogna che nelle nostre buone famiglie cresca sempre più il senso
dell’ospitalità e dell’accoglienza, che da sempre ha contraddistinto
la nostra gente, aprendo le porte della propria casa e, ancor più,
del proprio cuore ai bisogni anzitutto dei più poveri, deboli,
sofferenti e ingiustamente trattati, nei quali bisogna scorgere
sempre il volto luminoso del Cristo da amare e servire nei fratelli.
Sappia la famiglia farsi sostegno concreto di quei nuclei familiari
che vivono situazioni di difficoltà di qualsiasi genere, materiale,
morale e spirituale.
La forza caritativa la famiglia la attinge dalla Chiesa attraverso i
sacramenti e la Verità, ma la stessa può e deve ricambiare il dono
ricevuto, plasmando la vita della comunità, perché assuma una
dimensione più familiare, più domestica, attraverso uno stile più
umano e fraterno dei rapporti. In questo la Chiesa viene edificata
dalla famiglia .
PER UNA
SPIRITUALIÀ EUCARISTICA DEL MATRIMONIO
“Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne;
al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa,
poiché siamo membra del suo corpo” (Ef 5,29-30)
Il Concilio Vaticano II ha presentato l’Eucaristia come la fonte e
l’apice di tutta la vita cristiana . Perciò, anche l’amore coniugale
e familiare trovano in essa la loro scaturigine e l’apice della loro
perfezione.
Lo stesso Concilio ha evidenziato lo speciale legame che intercorre
tra i sacramenti del matrimonio e dell’Eucaristia, allorquando ha
esortato che il matrimonio “in via ordinaria si celebri nella messa”
.
È necessario, per attuare la nuova evangelizzazione, che la comunità
ecclesiale approfondisca la relazione che lega matrimonio ed
Eucaristia, al fine di poter meglio comprendere e, dunque, vivere
più intensamente la grazia e la responsabilità dell’amore coniugale
e familiare.
Nell’Esortazione Familiaris consortio è espressamente detto che: “Il
compito di santificazione della famiglia cristiana ha la sua prima
radice nel battesimo e la sua massima espressione nell’eucaristia,
alla quale è intimamente legato il matrimonio” . Infatti, nel
sacrificio eucaristico i coniugi trovano “la radice dalla quale
scaturisce, è interiormente plasmata e continuamente vivificata la
loro alleanza coniugale” .
L’Eucaristia è l’apice dell’amore del Padre, il quale offre il
Figlio per la salvezza dell’uomo, ed il culmine dell’amore di
Cristo, che si offre al Padre, perché l’umanità possa essere ammessa
alla comunione trinitaria.
Nell’Eucaristia, che rende presente l’evento pasquale, si rivela
fino in fondo l’amore sponsale di Dio. Cristo è lo Sposo perché “ha
dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave
odore” . Egli ha dato il suo corpo e ha versato il suo sangue,
amandoci di un amore sacrificale che ci ha redenti, riscattandoci
dal peccato e riconciliandoci con Dio Padre in una comunione
irrevocabile, in un’alleanza nuova ed eterna che manifesta la
sponsalità di Dio con l’umanità.
Questo amore sacrificale, redentivo e sponsale ci viene
continuamente partecipato nell’Eucaristia, che celebra nella storia
le nozze escatogiche dell’Agnello, il dono continuo di se stesso che
Cristo fa alla sua Chiesa, “al fine di farsi comparire davanti la
sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di
simile, ma santa e immacolata . Cristo offrendo se stesso
nell’Eucaristia, “crea” la Chiesa suo corpo, cui è unito con amore
indissolubile, come lo sposo alla sposa. Mi sovvengono le icone
della creazione della donna e del sacrificio della croce: come la
donna viene plasmata da Dio dal costato di Adamo dormiente, così la
Chiesa sposa è “creata” dal costato aperto di Cristo.
Si manifesta nell’Eucaristia la dimensione più alta del “grande
mistero” dell’amore sponsale di Dio, che ha la sua origine
nell’eternità, si è rivelato fin dalla creazione, si è reso visibile
nell’incarnazione, si è fatto dono estremo nell’evento della croce.
“amore che costantemente si espande, elargendo agli uomini una
crescente partecipazione alla vita divina” .
“Mistero grande”
San Paolo introduce nel grande mistero di Cristo e della Chiesa,
la perenne unità della sola carne, costituita sin dal principio come
mutua donazione tra l’uomo e la donna. I coniugi, trovano in Cristo
l’archetipo e il punto di riferimento del loro amore sponsale, così
come la famiglia trova in Lui l’esemplare modello cui rifarsi per
vivere l’unità e le sane relazioni, che oltre ad essere fondate nei
vincoli del sangue, sono plasmate interiormente dai vincoli della
fede. L’amore di Cristo per la sua Chiesa è, per ogni battezzato,
modello vivificante e santificante, perché è amore fedele, fecondo,
eterno, redentivo, indissolubile, totale, geloso, fondato sulla
“roccia” sicura della Croce, che assicura che non verrà mai meno
nonostante i tradimenti, le idolatrie, gli abbandoni, i rinnegamenti
degli uomini. Dio ha deciso di sposare l’umanità, di riversare su di
essa tutta la sua misericordia, per mezzo del Figlio, a prescindere
dalla volontà dei singoli uomini.
Questi due misteri sono così intimamente uniti, che non si può
comprendere la Chiesa corpo mistico di Cristo, come segno di
alleanza dell’uomo con Dio in Cristo, senza riferirsi al “grande
mistero” dell’amore coniugale. “Non esiste il ‘grande mistero’, che
è la Chiesa e l’umanità in Cristo, senza il ‘grande mistero’
espresso nell’essere ‘una sola carne’, cioè nella realtà del
matrimonio e della famiglia” .
Non solo l’amore sponsale dei coniugi si rivela “grande mistero”, ma
anche la famiglia: “Come ‘chiesa domestica’, essa è la sposa di
Cristo. La Chiesa universale, e in essa ogni Chiesa particolare, si
rivela più immediatamente come sposa di Cristo nella ‘chiesa
domestica’ e nell’amore in essa vissuto: amore coniugale, amore
paterno e materno, amore fraterno, amore di una comunità di persone
e di generazioni” .
Non esiste autentico amore se non si partecipa al “grande mistero”
di Cristo e della Chiesa, solo partecipando a tale amore, gli sposi
ed ogni altro membro della famiglia, possono “amare ‘fino alla fine’.
O di esso diventano partecipi, oppure non conoscono fino in fondo
che cosa sia l’amore e quanto radicali ne siano le esigenze. Questo
indubbiamente costituisce per essi un grave pericolo” .
Donarsi e accogliersi
Che cosa accade allora nella coppia, la quale ha celebrato nel
Signore la sua unione, e dal quale il loro amore naturale è stato
assunto dallo Spirito per essere segno del suo amore fedele e
inesauribile?
Che essa può davvero manifestare ed esprimere questo grande mistero:
mistero che a sua volta, illumina, impronta, sostanzia, sorregge,
plasma, vivifica e rinnova la vita stessa della coppia e della
famiglia.
L’Eucaristia si presenta anzitutto come dono da accogliere; perché
la capacità di amare non consiste solo nel donare, ma anche
nell’accogliere. Nel banchetto Eucaristico Cristo non solo si dona,
ma anche ci accoglie nel suo dinamismo di amore, ci rende partecipi
della sua vita divina, ci rinnova nella sua santità, così anche noi
non solo dobbiamo accogliere passivamente il dono di Dio, ma
dobbiamo donarci con amore libero, volitivo, consapevole e
responsabile.
Questo dinamismo di reciproca donazione e accoglienza, si evidenzia
concretamente nella relazione di coppia: se l’altro non viene
accolto non lo si aiuta a realizzarsi, e lo si accoglie nella
totalità del suo essere persona, corpo e spirito. In un certo senso
il banchetto eucaristico di Cristo, il suo farsi “una caro” con la
Chiesa, dovrebbe essere il luogo primario dove i coniugi rinnovano
il loro essere sacramentale della “sola carne”.
Nell’Eucaristia il dono si fa abbandono: Cristo si abbandona
interamente, senza riserve al Padre celeste, soprattutto nella
comunione, Egli si dona come cibo, anche ai suoi discepoli;
altrettanto deve fare il suo discepolo, abbandonarsi totalmente,
interamente senza riserve alla “grazia della sua Parola” . Senza
abbandono non c’è dono di sé, senza dono di sé non c’è amore
autentico, il quale esprime la sua grandezza nella gratuità del
dono, nel donarsi senza chiedere contraccambio, se non nella volontà
libera dell’altro.
Dunque l’Eucaristia insegna che il matrimonio e l’amore familiare
sono da comprendere, e, soprattutto da vivere, come disponibilità al
dono totale di sé fatto al coniuge e ai figli, ma anche come
capacità di accogliere il dono che è l’altra persona.
Due persone che si amano di questo amore accogliente, coinvolgente
l’un l’altro, di un amore che si vive come continuo dono di sé e
come continua accoglienza del dono che è l’altro, sono giunti alla
bellezza dell’amore, e in questo contesto il compito educativo
risalta nel suo pieno splendore di verità e di carità: educare è
donare all’altro la propria umanità, è nutrire l’altro con il
proprio essere vocato all’amore, ma è anche ricevere l’altro nella
sua identità personale e spirituale, nel suo essere.
Amore più forte della morte
L’Eucaristia, dono di Dio, si realizza nel contesto drammatico della
passione del Signore, dell’infedeltà e del tradimento da parte
dell’umanità. Gesù si dona all’umanità, celebra le sue nozze con
essa, mentre questa lo rifiuta, lo rinnega, lo uccide.
Anche l’amore umano e quello familiare possono conoscere e
sperimentare il dramma della sofferenza, dell’incomprensione, del
tradimento, dell’infedeltà. Ciò capita quando si cade dalla fede,
quando si abbandona il modello dell’amore divino di Cristo, per
viverne uno pensato da noi. Quando si abbandona la Parola di Dio,
quando essa non è la norma della nostra vita, quando non si vive una
assidua, consapevole, autentica vita sacramentale, si entra nel
vortice del peccato che ha la sua espressione nell’egoismo e
nell’individualismo della persona, che tanto danno provocano
all’amore coniugale e a quello familiare.
A volte, è vero, ci si potrebbe ritrovare in situazioni di
difficoltà, non per cattiva volontà, ma a causa dei limiti della
nostra condizione umana, diventando causa di sofferenza per l’altro,
giungendo involontariamente a “crocifiggersi” a vicenda: in tal caso
l’amore richiede il faticoso impegno del cammino paziente, fedele e
costante nella grazia di Cristo, il coraggio di affrontare le
situazioni con evangelica saggezza.
Non necessariamente queste “crocifissioni” debbono operare rotture
definitive, ma possono anzi promuovere, in Cristo, “un amore più
forte della morte”. Per dirlo con il Cantico dei cantici: “forte
come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione… Le
grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo” .
Vissute fuori dalla volontà salvifica di Cristo possono condurre
addirittura a vivere nella famiglia e in seno alla coppia un senso
di estraneità, altamente deleterio. Queste situazioni richiedono di
morire continuamente a se stessi perché l’altro/gli altri abbiano la
vita, proprio secondo il dinamismo dell’Eucaristia: Cristo si immola
perché dalla sua morte gli altri, noi battezzati, possiamo attingere
la vita. La capacità di superare le piccole prove della vita prepara
ad affrontare i drammi più gravi, gli scandali più pesanti.
L’esercitarsi a morire a se stessi nelle difficoltà quotidiane,
predispone lo spirito a sapersi offrire anche nei momenti più gravi.
Uno di questi drammi è quello dell’infedeltà e del tradimento. Uno
scandalo assai pesante da sopportare, se ci si chiude nella notte
del proprio dolore e della propria sofferenza, che svela però il
proprio amore egoistico. Invece aprendosi a Cristo e accogliendo la
dinamica sponsale del suo amore oblativo, l’amore può risorgere, la
notte oscura può aprirsi alla riscoperta dell’amore sorgivo e
primigenio. Mi sovviene l’episodio delle nozze di Cana, allorché
Gesù dopo aver trasformato l’acqua in vino, comanda ai servi di
portarlo al maestro di tavola e questi assaggiatolo esclama
complimentandosi con lo sposo: “Tutti servono da principio il vino
buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai
conservato fino ad ora il vino buono” . L’amore buono non è solo
quello della giovinezza, quello dei primi giorni del matrimonio, ma
in Cristo l’amore di ogni tempo si fa buono. Nell’Eucaristia i
coniugi e la famiglia possono attingere quella grazia che rende
buono l’amore.
Mi chiedo: si può amare ancora la carne che è stata infedele? Si può
vincere quel sentimento di ripugnanza e di rifiuto e la mancanza di
fiducia? La ferita inferta si può rimarginare, o si rimane feriti
per sempre?.
Ancora una volta l’Eucaristia e l’evento pasquale ci vengono in
aiuto. In Cristo l’amore è crocifisso, il Risorto, l’Amato ne porta
i segni. Il Cristo porta i segni della passione, la sposa quelli del
peccato e del tradimento. Nell’Amato le ferite diventano segno
dell’amore più grande, inesauribile.
Dal dramma della sconfitta, della delusione, del tradimento, può
nascere se vissuto in unione con Cristo l’amore risorto, che si fa
vero amore e autentico abbandono. Sì, autentico abbandono, perché il
segno massimo dell’abbandono si esprime nel perdono. In quest’ottica
l’amore coniugale si presenta, nelle vicende liete e tristi della
vita come cammino di continua conversione, come amore santo, perché
santificato nel sacramento del matrimonio, ma sempre bisognoso di
purificazione al fine di conformarsi pienamente all’amore di Cristo.
Da qui il fatto che il pentimento, prima di essere richiesta di
perdono all’interno della coppia, deve essere confessione del
proprio peccato nei confronti di Dio. “Il pentimento e il perdono
vicendevole in seno alla famiglia cristiana, che tanta parte hanno
nella vita quotidiana, trovano il momento sacramentale specifico
nella penitenza cristiana” . Un poco oltre Paolo VI osservava: “Se
il peccato facesse ancora presa su di loro, non si scoraggino, ma
ricorrano con umile perseveranza alla misericordia di Dio, che viene
elargita con abbondanza nel sacramento della penitenza” .
Inoltre, la celebrazione del sacramento della penitenza acquista per
la vita familiare un significato particolare: “Mentre nella fede
scoprono come il peccato contraddice non solo l’alleanza con Dio ma
anche quella tra i coniugi e la comunione della famiglia, gli sposi
e tutti i membri della famiglia sono condotti all’incontro con Dio
‘ricco di misericordia’, il quale, elargendo il suo amore che è più
potente del peccato, ricostruisce e perfeziona l’alleanza coniugale
e la comunione familiare” .
Famiglia ed Eucaristia domenicale
Da quanto appena accennato emerge il dovere della famiglia di
partecipare all’Eucaristia domenicale, cuore del giorno del Signore.
Partecipare ad essa, come coppia e come famiglia, significa andare
alla fonte che rinnova, corrobora, rafforza la comunione coniugale e
familiare. Significa, altresì, rivivere prima di tutto
l’atteggiamento di Gesù che ringrazia il Padre per noi e con noi,
lasciando che questo rendimento di grazie plasmi tutta la vita
coniugale e familiare. Ogni famiglia dovrebbe coltivare nei coniugi
e nei figli, e, comunque, in ogni componente, un animo costantemente
grato per i grandi doni ricevuti: il dono della fede, del vincolo
coniugale, dei figli.
Partecipando alla messa domenicale la famiglia impara che la volontà
di Dio è da viversi sempre, in ogni situazione e circostanza.
Infatti, mai potrà essere vera quella famiglia che non è da Dio
nella sua nascita e nel suo farsi, ma anche se non è da Dio nel suo
evolversi giorno per giorno. La famiglia è da Dio se la si conduce
nella sua Parola, perché è la Parola del Vangelo il luogo della
verità della famiglia.
Inoltre, la perseverante partecipazione all’Eucaristia domenicale
rende la famiglia una cosa sola in Cristo Gesù, una sola croce nella
comunione di amore e di verità, una sola risurrezione nella speranza
e nella fede. Tutto questo essa diviene, se si lascia tutta insieme
fare da Cristo Gesù un solo sacrificio di amore, di croce, di
verità, di speranza, di fede, nella santità più perfetta. La
famiglia che è diventata una sola carne secondo la fede, secondo la
stessa fede deve divenire un solo spirito, una sola morte e una sola
risurrezione. Questa trasformazione la può operare solamente
l’Eucaristia. Per questo è cosa giusta che tutta la famiglia insieme
si accosti al Sacramento della sua unità spirituale, sacrificale,
oblativa.
A tale proposito i Vescovi italiani hanno invitato le loro chiese a
riscoprire la bellezza del Dies Domini o dies dominica e di
conseguenza a riscoprire la grandezza del Sacramento del corpo e
sangue del Signore con la celebrazione del Congresso Eucaristico
Nazionale: “Non possiamo vivere senza la domenica”, rifacendosi alla
testimonianza dei martiri di Abitene, i quali risposero ai loro
accusatori, che chiedevano perché avessero sfidato l’editto
imperiale che proibiva ai cristiani di riunirsi in assemblea,
risposero : “È senza alcun timore che abbiamo celebrato la cena del
Signore, perché non la si può tralasciare; è la nostra legge… Noi
non possiamo stare senza la cena del Signore”. Giovanni Paolo II di
venerata memoria, nella Lettera apostolica Dies Domini afferma:
“Essendo l’Eucaristia il vero cuore della domenica, si comprende
perché, fin dai primi secoli, i Pastori non abbiano cessato di
ricordare ai loro fedeli la necessità di partecipare all’assemblea
liturgica. ‘Lasciate tutto nel giorno del Signore – dichiara per
esempio il trattato del III° secolo intitolato Didascalia degli
Apostoli – e correte con diligenza alla vostra assemblea, perché è
la vostra lode verso Dio. Altrimenti, quale scusa avranno presso Dio
quelli che non si riuniscono nel giorno del Signore per ascoltare la
parola di vita e nutrirsi dell’alimento divino che rimane eterno?’ “
E più avanti continua: “Quest’obbligo di coscienza, fondato in una
esigenza interiore che i cristiani dei primi secoli sentivano con
tanta forza, la Chiesa non ha cessato di affermarlo, anche se
dapprima non ha ritenuto necessario prescriverlo. Solo più tardi,
davanti alla tiepidezza o alla negligenza di alcuni, ha dovuto
esplicitare il dovere di partecipare alla Messa domenicale: il più
delle volte lo ha fatto sotto forma di esortazioni, ma talvolta ha
dovuto ricorrere anche a precise disposizioni canoniche. È quanto ha
fatto in diversi Concili particolari a partire dal IV secolo e
soprattutto dal VI secolo in poi” .
È importante che il battezzato si convinca dell’importanza del
sostegno della comunità cristiana e dell’importanza che ha per la
sua vita di fede il riunirsi la domenica con gli altri fratelli per
celebrare la Pasqua del Signore nel sacramento della Nuova Alleanza.
Spiritualità eucaristica
In una lettera pastorale, è ovvio, non possono essere trattate tutte
le questioni e le problematiche inerenti. In quest’ultimo capitolo
ho cercato, in tutta semplicità di abbozzare una possibile
spiritualità eucaristica della coppia e della famiglia, e ho
mostrato quanto concreto possa essere il suo riferimento alla vita
quotidiana e quanto feconda possa rivelarsi nel realizzare tra i
coniugi l’amore vero.
La spiritualità eucaristica non è solo per la coppia, ma si rivela
una efficace scuola di vita per tutta la famiglia. Il cammino di
santificazione quotidiana dei coniugi, vissuta alla luce
dell’Eucaristia, rivela la sua parte più bella e impegnativa nel
compito educativo della prole . Secondo la spiritualità eucaristica,
educare non è dare qualcosa, ma come abbiamo più volte ripetuto, è
dare se stessi, il proprio essere, la propria umanità, mentre si
riceve l’essere dell’altro. Educare, alla luce dell’Eucaristia, è
nutrire l’altro del nostro amore.
Quale educazione dunque può impartire quella famiglia che sceglie di
conformare la propria vita coniugale e familiare all’Eucaristia! Il
compito della famiglia diventa così quello di eucaristicizzare la
vita di ogni suo componente: così essa insegna a considerare la
persona come dono da accogliere ed amare per se stessa, educa alla
comunione tra le persone e le generazioni, al perdono, alla vita
sociale come impegno a costruire la civiltà dell’amore, fondata
sulla pari dignità uomo-donna.
In una famiglia che vive così, l’esperienza del Dio amore è
concreta, a tal punto da rivivere quasi l’esperienza del cenacolo:
la famiglia impara a vivere la comunione, a pregare insieme, a
mettere tutto in comune. L’immagine del cenacolo rende davvero
plasticamente l’idea della famiglia sposa di Cristo. Lì nel cenacolo
la famiglia, ogni membro di essa, vive la più intima comunione con
Cristo, una comunione non chiusa, ma aperta, come quella
sperimentata dalla primitiva comunità cristiana il giorno di
Pentecoste allorquando le porte e le finestre si spalancarono ed
essi senza paura annunziarono la risurrezione di Cristo. Così la
famiglia, che ha fatto esperienza del Dio Amore, esce dalla casa e
va verso tutti, non come singoli, ma come coppia, marito e moglie, e
come famiglia, genitori e figli.
Allora la vita della famiglia diventa una messa: “Andate…” , nella
quale si sperimenta la gioia, la comunione, la missione, l’annuncio,
in una parola l’urgenza di effondere nel cuore di tutti l’amore
sponsale, santificante, vivificante e salvifico di Cristo, che è
dono dello Spirito Santo.
I Vescovi italiani recentemente hanno affermato. “Molto si è fatto
in questi anni per riscoprire la sublime teologia del Matrimonio e
per valorizzare la spiritualità di questo stato di vita. Ma crediamo
che sarà dalla viva e convincente testimonianza di vita dei laici
coniugati e dei genitori che il Vangelo della vita, dell’amore,
della fecondità farà presa nel mondo che cambia. Su questo terreno,
grandi e provvidenziali sono i compiti dei laici nella situazione
odierna e prossima” .
CONCLUSIONE
Carissimi,
Chiamati da Dio ad essere i suoi collaboratori nell’opera salvifica,
oggi avvertiamo indilazionabile il bisogno di rinnovamento della
Chiesa e della società, sollecitato dal Concilio Ecumenico Vaticano
II.
Sappiamo bene che l’autentica novità sta nell’insondabile ricchezza
della verità del Vangelo e, perciò, ci siamo responsabilmente
impegnati nella nuova evangelizzazione e catechesi.
Come primo luogo privilegiato dell’evangelizzazione e della
Catechesi abbiamo naturalmente individuato la Parrocchia.
Nella linea della continuità, per il prossimo anno pastorale sarà la
Famiglia il luogo privilegiato dell’evangelizzazione e catechesi,
così come nell’anno successivo sarà la Scuola.
Perciò, con particolare attenzione, guarderemo alla famiglia non
solo come oggetto di evangelizzazione, ma come ho chiaramente
premesso, quale soggetto di evangelizzazione.
Alla luce del Vangelo e dell’insegnamento del Magistero della
Chiesa, come è accennato nella presente lettera, ne riscopriremo
l’identità e la missione.
Con l’umiltà del nostro servizio pastorale, ci adopereremo
comunitariamente ad aiutare la famiglia ad essere sempre più ciò che
deve essere, come si augurava Giovanni Paolo II, perché assurga
all’indispensabile ruolo di farsi promotrice della civiltà
dell’amore.
La famiglia, infatti, è una comunità d’amore, voluta da Dio ad
immagine della comunità triadica.
Essa è icona della trinità. “La famiglia, che prende inizio
dall’amore dell’uomo e della donna, scaturisce radicalmente dal
mistero di Dio... il ‘Noi’ divino costituisce il modello eterno del
‘noi’ umano” (LF, n. 68). Scaturisce dal mistero trinitario.
Riflette il mistero trinitario. È modellata sul mistero trinitario.
La famiglia cristiana, dunque, sarà sempre più pari a se stessa in
misura in cui rifrange lo splendore della famiglia di Dio.
Questo compito è sublime, ma, a volte, può sembrare difficile o
impossibile. Per aiutare le nostre famiglie cristiane, volentieri
indico come modello in cui attingere ispirazione sicura la famiglia
di Nazareth, che, tra le famiglie umane, è la più fedele immagine
della famiglia trinitaria.
E proprio a conclusione, voglio attingere in essa le motivazioni
dell’augurio sincero che intendo rivolgere a tutti i membri della
comunità domestica. Padri siate come Giuseppe, l’uomo giusto, e
sarete uomini veri, mariti esemplari, padri modelli. Mamme, come
Maria siate altrettante madonne, ricche di vita, di grazia e carità
e sarete scaturigine di unità, gioia e serenità per le famiglie.
Figli, come Gesù quando aveva la vostra medesima età, crescete in
età sapienza e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini, forti,
sani e belli, e sarete gli uomini nuovi per la nuova società che
vogliamo.
La famiglia cristiana sarà così davvero la cellula viva dell’umanità
risanata.
Catanzaro, 16 luglio 2005, Solennità di San Vitaliano
+ Antonio Ciliberti, Arcivescovo
Appendice
LA FAMIGLIA MARTIN
Introducendo la Lettera, ho preannunziato un modello di famiglia
cristiana che concretamente ha vissuto il matrimonio come vero ed
autentico servizio ecclesiale, preparando il cuore e l’intelligenza
dei figli, affinché potesse germogliarvi e crescere la fede.
Questa famiglia risponde al nome di Martin, la famiglia della nota
Santa Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo, meglio conosciuta come
Santa Teresa di Lisieux.
Ciò che immediatamente risalta della famiglia Martin, leggendo
“Storia di un’anima”, è l’esempio dato dai genitori che si amano in
piena armonia e che hanno in comune l’obiettivo della santità.
Esempio in tutto, anche nella pietà: la messa ogni mattina e alla
domenica con tutta la famiglia, la preghiera familiare quotidiana,
genitori e figli.
I rispettivi ruoli nei confronti dei figli sono ben distinti:
l’autorità del padre consente alla madre di essere affettuosa, ma
allo stesso tempo ferma, sapendo che suo marito la sosterrà.
Il ricordo che i figli serberanno dei loro genitori sarà sempre
bellissimo. Famosa è la frase di Teresa: “Il buon Dio mi ha dato un
padre e una madre più degni del Cielo che della terra. Ho avuto la
felicità di appartenere a genitori senza eguali”. “Dio mi ha fatto
nascere in una terra santa…(intendendo con “terra santa” la sua
famiglia)”.
I coniugi Martin hanno vissuto pienamente il loro tempo, quel XIX
secolo che vide avanzare l’idea di “organizzare un mondo senza Dio”
ad opera di quel laicismo che tendeva alla secolarizzazione radicale
della vita attraverso una scristianizzazione della società.
In questo contesto non favorevole alla fede, i coniugi Martin
prepararono ai figli un focolare adatto a custodire e a far crescere
i germogli delle loro vite.
Zelia Guérin
Quando s’incontrarono per la prima volta, si sentirono intimamente
destinati l’uno all’altra. Confiderà Zelia alle figlie che,
incrociando quello che sarebbe diventato il loro papà, avvertì nel
cuore una voce che le diceva: “È lui che io ho preparato per te”.
Zelia Guérin visse le sue maternità, anche quelle più difficili,
come preghiera e grazia. Ella domandava al buon Dio il dono della
maternità che accoglieva con riconoscenza, prendendosi, poi,
affettuosa cura della prole. È significativo quanto la stessa scrive
alla figlia Paolina, quattordicenne, riguardo alle circostanze del
suo concepimento: “Non ho mai dimenticato l’8 dicembre 1860 in cui
ho pregato la nostra Madre del cielo di darmi una piccola Paolina,
ma non ci posso pensare senza ridere perché ero assolutamente come
una bambina che chiede una bambola a sua madre” . Paolina nasceva
esattamente il 7 dicembre 1861. Coincidenze, fatalità, o piuttosto
una preghiera esaudita?
Nella stessa lettera troviamo la parola chiave di tutta la vicenda
storica della famiglia Martin: la santità. “Quest’anno andrò ancora
a trovare la Vergine Santa…, ma non domanderò più figliolette; la
pregherò che quelle che mi ha dato siano tutte sante e che, quanto a
me, le possa seguire da vicino, ma bisogna che siano molto migliori
di me!”.
“Voglio diventare una santa – scriveva – ma ciò non sarà facile, vi
è molto da sgrossare, e il legno è duro come una pietra. Bisognava
mettercisi prima, mentre era meno difficile, ma meglio tardi che
mai” .
In realtà le sue opere più luminose consistevano nel vivere in
pienezza la sua vocazione materna. Opera che riusciva ad esercitare
senza mai venir meno, nonostante le molteplici occupazioni
tentassero di assorbirla, soprattutto quella del laboratorio di
ricamo che andava tra alti e bassi.
Il Signore ha dato a questa famiglia, unitamente alla gioia della
nascita dei figli, anche di sperimentare il dolore della loro morte.
Zelia affrontò nove gravidanze, dando alla luce due maschietti e
sette femminuccie. I due maschietti e una femminuccia morirono entro
il primo anno di vita. Un’altra femminuccia, Elena, mori all’età di
cinque anni.
Ecco quanto la stessa Zelia racconta circa la morte della figlia
Elena: “Mi ha detto (il Dottore) che la bambina ha una febbre
catarrale con un polmone congestionato, che era in gravissimo
pericolo... Ho passato la notte presso di lei, notte pessima... Poi
verso le dieci meno un quarto mi ha detto: ‘Sì, presto guarirò, sì,
subito...’. Nello stesso momento, mentre la sostenevo, la sua
testolina è caduta sulla spalla, i suoi occhi si sono chiusi e,
cinque minuti dopo, non viveva più … Questo mi ha fatto
un’impressione che non dimenticherò mai; non mi aspettavo quella
brusca fine e nemmeno mio marito. Quando è rientrato e ha veduto la
sua povera figlioletta morta si è messo a singhiozzare esclamando:
‘Mia piccola Elena, mia piccola Elena!’. Poi insieme l’abbiamo
offerta al Signore” .
Vedere morire un proprio figlio è un’esperienza dolorosissima, ma
ciò che ha reso Luigi Martin e sua moglie genitori esemplari fu
proprio questa “offerta”, questo riconsegnare coscientemente la
figlia, alla quale avevano dato la vita in nome del Creatore, nelle
mani paterne di Dio. Ciò non significa dimenticare o soffrire meno,
ma continuare a credere nella vita donata ai figli.
Alla stessa non mancò l’esperienza di una figlia ribelle, Leonia,
che passava da slanci di esagerata generosità a inconcepibili moti
di testardaggine. I giudizi di Zelia su questa figlia sono a volte
duri, ma per questa lei offrì ogni pena, ogni sofferenza, ogni
preghiera, purché Dio ne facesse una santa.
Con perseveranza attendeva all’educazione di questa figlia,
profittando di ogni momento opportuno per penetrare il suo cuore. La
sua azione educativa si fondava sulla forza dell’amore: “Leonia è
meno privilegiata di voi per doni di natura, tuttavia ha un cuore
che chiede di amare e di essere amato, e soltanto una madre è in
grado di testimoniarle ogni momento l’affetto di cui ha bisogno” .
Un amore capace di farsi sacrificio perché l’altro viva: “Se non
occorresse che il sacrificio della mia vita perché ella diventi una
santa, lo farei di buon animo” . È questa una forma alta di carità.
L’opera produrrà i suoi frutti, anche se la piena riuscita si avrà
vent’anni più tardi: “Ha cominciato a dimostrarmi uno affetto che
cresce incessantemente. Non mi può più lasciare, arriva perfino a
confidarmi i suoi pensieri più segreti, il timore e l’amore di Dio
penetrano a poco a poco nel suo cuore.” .
La vita le riservò anche l’esperienza di un male incurabile: un
tumore fibroso alla mammella. Andrà da un dottore che le
diagnosticherà il male e le sconsiglierà un’eventuale operazione
chirurgica, prescrivendogli una cura che la stessa Zelia descrive
con questi termini: “Mi ha proposto una ricetta. Gli ho detto: ‘A
che servirà?’. Mi ha guardata e ha replicato: ‘A nulla, è per far
piacere ai malati…’” .
Dopo una lunga agonia, rese la sua anima a Dio all’alba del 28
agosto 1877. Le ultime parole scritte da Lei furono: “Se la Santa
Vergine non mi guarisce è perché il mio tempo è finito e il buon Dio
vuole che mi riposi altrove che sulla terra” .
Luigi Martin
Zelia scrivendo del marito così si esprimeva: “Luigi mi rende la
vita dolce. È veramente un santo, mio marito, ne auguro uno come lui
a ogni donna” .
Alla morte della moglie lo stesso signore Martin abbandonò il suo
mondo per dedicarsi interamente alla cura delle figlie, compiendo
non solo il ruolo di padre ma anche quello di madre. Si trasferì
così a Lisieux dove vivevano alcuni parenti, in particolare una zia
che poteva in parte colmare l’assenza della madre.
La giornata di questa famiglia iniziava con l’atto di affidamento
secondo l’insegnamento della mamma, ripetendo la formula appresa
dalle sue labbra: “Mio Dio ti offro il mio cuore, prendilo, se vuoi,
in modo che nessun altro lo possegga, ma soltanto Tu, mio buon
Gesù”. E cosi Teresa ricorda che Paolina, la sorella maggiore, di
ritorno dalla Messa, svegliandola le domandava se aveva offerto a
Dio il suo cuore.
A casa Martin si viveva una liturgia domestica. Soprattutto la
domenica era vissuta come la “festa del Buon Dio”. Anche gli atti
esteriori manifestavano la particolarità di questo giorno. Il cuore
di tale giornata speciale era la partecipazione alla Messa solenne,
durante la quale Teresa amava guardare il volto del suo Papà, più
che ascoltare le parole del predicatore: “Il suo bel volto mi diceva
tante cose! …pareva che già fosse staccato dalla terra, tanto
l’anima sua sapeva immergersi nelle verità eterne” .
La preghiera comune serale chiudeva la giornata. A tal proposito
Teresa annota: “Mi bastava guardarlo – riferendosi al papà – per
sapere come pregano i santi!” .
Anche il Martin non fu risparmiato in nulla. Alla morte dei figli,
alla malattia e alla morte della moglie, dovette aggiungere il
naturale abbandono delle figlie che seguivano la propria vocazione e
la malattia che lo accompagnerà fino alla morte.
Partecipò alla vocazione delle figlie con intima gioia, anche se non
mancò una profonda sofferenza rassegnata.
Racconta la figlia Maria: “Quando confidai a papà la mia grande
decisione, egli sospirò udendo una tale novità! Era ben lontano
dall’aspettarselo, perché niente faceva supporre il mio desiderio di
diventare religiosa. Egli soffocò come un singhiozzo e mi disse: ‘Ah
ma senza di te...’. Non riuscì a terminare. Gli dissi: ‘Celina è già
abbastanza grande per prendere il mio posto; vedrai che tutto andrà
bene’. Allora il mio povero caro papà mi disse: ‘Il buon Dio non
poteva domandarmi un sacrificio più grande”.
Durante una delle tante visite al Monastero, dove si recava per
incontrare le figlie, confidò di essersi offerto al Signore
dicendogli: “Voglio soffrire qualcosa per Te”.
In seguito fu colpito dalla demenza, resa ancor più amara nei
momenti di lucidità da un forte sentimento di umiliazione. Nitido,
però, sullo sfondo appariva il mistero della croce.
Il martirio del padre fu anche il martirio delle figlie. Infatti, in
città, e anche nel monastero, si diceva che si era ammalato perché
le sue figlie lo avevano abbandonato. Scriverà più tardi Teresa: “I
tre anni della malattia di papà furono i più fruttuosi di tutta la
nostra vita, non li cambierei con tutte le estasi e tutte le
rivelazioni dei santi, il mio cuore trabocca di riconoscenza
pensando a un tale inestimabile tesoro” .
Dimesso dall’ospedale, lo condussero al monastero per incontrare le
figlie. Sarebbe stata l’ultima visita. Al termine, gli dissero
“Arrivederci”; alzando gli occhi col dito indicò in alto e con
fatica sillabò: “In Cielo”.
Luigi Martin, morì il 29 luglio 1894. Santa Teresa compose una
poesia intitolata “Preghiera della figlia di un Santo”, nella quale
gli raccomanda se stessa e tutte le sorelle.
Prole amata
All’interno di questo normale spaccato di vita familiare si
inseriscono tutti gli atteggiamenti che dai genitori si riverberano
sui figli
Prima di ogni altra cosa la santità. Anche per le figlie l’obiettivo
è chiaro. Anche se è vero che delle cinque figlie, quattro
vestiranno l’abito carmelitano e una quello delle visitandine, tutte
vengono orientate a seguire “la vocazione che Dio ispirerà”, come
abbiamo veduto per Maria: “Era ben lontano dall’aspettarselo, perché
niente faceva supporre il mio desiderio di diventare religiosa”.
La famiglia Martin, l’ho già detto, vive in un contesto ostile alla
fede, che rende difficile l’osservanza dei principi cristiani. Da
qui la necessità, avvertita dai genitori, di proteggere le figlie:
amicizie, scuola, letture sono scelte con cura, perché loro non
sanno distinguere il bene dal male, e dunque devono essere guidate
ed educate.
Nella famiglia vige un’ascesi adattata e spontanea: regolarità,
puntualità, ordine, rispetto, lotta contro i difetti e l’orgoglio,
fedeltà alle piccole cose, fermezza nelle decisioni prese insieme.
Tutto ciò aiuta a sviluppare la fiducia nei genitori, evitando ogni
chiusura dei figli in se stessi.
Come la stessa Teresa ci racconta: l’educazione che le viene
impartita è allo stesso tempo severa e dolce. Tutti ponevano ogni
attenzione a che nulla potesse appannare l’innocenza di Teresa, ma
“soprattutto – come la stessa Santa scrive – a non lasciarmi udire
nessuna parola capace di farmi scivolare nel cuore la vanità”.
Una sana vita morale, necessita che Dio sia presente allo spirito
dei figli; occorre dunque parlar loro di Dio, abituarli a pregare e
ad aver fiducia in Lui.
Da santa Teresa sappiamo che la preghiera fatta con i bambini è
molto vicina al mondo spirituale: Gesù, gli angeli, i santi, i
fratellini che sono morti e che vengono invocati.
Nella famiglia Martin, un posto speciale è occupato dalla devozione
alla Vergine. Quanto sono belle le poesia che Teresa scrive sulla
Vergine, la quale si manifesterà a Lei con un sorriso che non
dimenticherà mai, con cui la guarirà da una malattia misteriosa.
L’educazione religiosa, quando è autentica, tende a concretizzarsi
nella carità. E nella famiglia Martin, fin dalla più tenera età, si
educavano le figlie alla pia pratica delle elemosine e a prendersi
cura dei vicini più bisognosi.
Bisogna, inoltre, ricordare la coesione e l’armonia delle sorelle e
la reciproca carità; sono imbarcati nella stessa avventura per tutta
la vita. Ciò che non hanno potuto realizzare i genitori, lo faranno
le sorelle. È così per la questione di Leonia, che troverà – come
anticipato – una soluzione ammirevole prima con l’aiuto di Celina e
poi con quello di Teresa. Leonia riuscirà a realizzare la sua
vocazione religiosa. Morirà in tarda età, venerata come una santa
per l’umiltà, la dolcezza e la dedizione a Dio.
Riassumendo, l’esempio dato, la protezione dei figli, la scelta di
un buon insegnamento, la fedeltà alle piccole cose, l’educazione
alla vita liturgica, l’amore a Gesù Eucaristia, la devozione alla
Vergine, la carità fraterna, ecco come i Martin hanno vissuto,
confidando nell’aiuto di Dio, specie nei loro insuccessi. È questo
il clima che consente a Dio di agire, sono queste le condizioni che
hanno determinato la riuscita di questa famiglia esemplare.
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