“UNA GENERAZIONE NARRA ALL’ALTRA…”



Ai Reverendi Presbiteri
ai Religiosi e alla Religiose
ai Diaconi e ai Seminaristi
alle Associazioni, Gruppi,
Movimenti ecclesiali
a Tutti i fedeli della Chiesa
di Catanzaro-Squillace
 


Carissimi,
In preparazione prossima al Convegno pastorale di settembre, vi scrivo la presente lettera pastorale, quale utile contributo per un’opportuna riflessione che deve aiutarci a riscoprire la famiglia come luogo privilegiato di evangelizzazione.
Certamente in quella sede avremo modo di approfondire la conoscenza della prima cellula viva della società, sotto la guida di bravi maestri che porteranno il contributo delle attuali ricerche ed esperienze.
Intanto, durante questo periodo estivo, utilmente potremo meditare la lettera, per essere più pronti in autunno a lavorare responsabilmente per recuperare il ruolo insostituibile della famiglia, affine di risanare la nostra società malata.
Siamo, infatti, tutti convinti che se la famiglia sarà ciò che deve essere sempre potrà contribuire a rinnovare il mondo.
Ciò sarà possibile se essa accoglierà il vangelo della famiglia e, con la coerenza della vita, saprà annunziarlo agli uomini del nostro tempo.
La nostra Chiesa, nell’umiltà del suo servizio, nel nuovo anno pastorale che va ad incominciare, si impegnerà ad annunziare questo vangelo e si adopererà concretamente perché le famiglie cristiane diventino soggetti di evangelizzazione.


INTRODUZIONE
 


“Vi ho trasmesso dunque, anzitutto,
quello che anch'io ho ricevuto” (1Cor 15,3)

“Una generazione narra all’altra le tue opere, annunzia le tue meraviglie”. Con queste semplici parole il libro dei Salmi afferma la vocazione e la missione che ogni generazione ha di far conoscere Dio alle generazioni future.
È compito di ogni battezzato, in quanto tale, trasmettere la fede, ricordandola, narrandola, annunziandola, testimoniandola ad ogni altro uomo. “Una generazione narra all’altra le tue opere, annunzia le tue meraviglie. Proclamano lo splendore della tua gloria e raccontano i tuoi prodigi. Dicono la stupenda tua potenza e parlano della tua grandezza. Diffondono il ricordo della tua bontà immensa, reclamano la tua giustizia” (Slm 145, 4-7).
Tale concetto è ribadito con forza dalla rivelazione a più riprese: “Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai loro figli; diremo alla generazione futura le lodi del Signore, la sua potenza e le meraviglie che egli ha compiuto. Ha stabilito una testimonianza in Giacobbe, ha posto una legge in Israele: ha comandato ai nostri padri di farle conoscere ai loro figli, perché le sappia la generazione futura, i figli che nasceranno. Anch’essi sorgeranno a raccontarlo ai loro figli perché ripongano in Dio la loro fiducia e non dimentichino le opere di Dio, ma osservino i suoi comandi. Non siano come i loro padri, generazione ribelle e ostinata, generazione dal cuore incostante e dallo spirito infedele a Dio” (Slm 78,3-8) . La fede per la sua trasmissione domanda di essere annunziata – con termini tecnici parleremmo di evangelizzazione –, proprio come ci insegna l’apostolo san Paolo: “Come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?” (Rm 10,14). L’ambiente naturale in cui il processo di trasmissione della fede si realizza è ordinariamente la famiglia.
Molti passi della Bibbia esprimono chiaramente il ruolo insostituibile che la famiglia svolge nell’opera della trasmissione della fede. Tanto che la Chiesa da sempre l’ha stimata e considerata via primaria nell’educazione alla fede, mancando la quale difficilmente vi si potrà sopperire .
All’interno della famiglia i diversi soggetti che la compongono sono chiamati a svolgere un ruolo attivo nell’educazione delle giovani generazioni, come lo stesso Paolo afferma quando al suo discepolo Timoteo scrive: “Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te” (2Tm 1,5).
Per la Sacra scrittura i primi ed i principali soggetti, chiamati ad introdurre i loro figli nella fede e a far loro conoscere, attraverso l’annunzio, le opere meravigliose di Dio e la sua gloria, sono i genitori: “Guardati e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste: non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli. (Dt 4,9). Il principio è espresso in maniera altrettanto chiara in queste altre parole: “Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: Che significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme che il Signore nostro Dio vi ha date? tu risponderai a tuo figlio…” (Dt 6,20-21) .
Carissimi fratelli e sorelle in Cristo, è mia intenzione soffermarmi con voi per riflettere, sulla famiglia, scelta, per il prossimo anno pastorale, quale soggetto di evangelizzazione, da valorizzare sempre più in seno alla nostra comunità ecclesiale.
Sono, infatti, convinto che il futuro dell’evangelizzazione della nostra comunità diocesana, così come quello di tutta la Chiesa, dipenda in gran parte dall’impegno concreto della “chiesa domestica”.
Pertanto, dopo una breve analisi dei segni dei tempi, che toccano l’identità e la missione della famiglia, i cui effetti sono ravvisabili anche nel nostro contesto, mi sembra opportuno riannunciare il Vangelo della famiglia, perché solo possedendo una retta e chiara coscienza del proprio essere, dinanzi a Dio e al mondo, essa può assumere il suo ruolo educativo, che le deriva dalla stessa natura del vincolo matrimoniale, e che dal sacramento riceve la specificazione di essere educazione alla fede. Ovviamente la famiglia, e in essa la coppia, educa, prima ancora che con la parola, con l’esemplarità della vita, chiamata com’è a vivere, in ogni circostanza lieta o triste, in maniera conforme al sapiente progetto di Dio.
In appendice mi è sembrato opportuno presentare concretamente un modello di famiglia cristiana, che se non può essere imitata nella sua storicità, non di meno ci può aiutare a cogliere quei principi sempre validi per realizzare la missione educativa.

SEGNO DEI TEMPI: LA CRISI DI FEDE

“Quanto son belli i piedi di coloro
che recano un lieto annunzio di bene!” (Rm 10,15)

È a tutti evidente la crisi di cui soffre oggi l’istituzione famigliare, investita da profondi mutamenti culturali che ne stanno alterando profondamente il modello tradizionale.
Lo smarrimento è reso più grave dal fermento in atto, caratterizzato da molteplici iniziative, che, se pur eterogenee tra loro, tenderebbero tutte, a loro dire, a “rinnovare” il volto della famiglia.
Occorre sempre domandarsi, però, quando un progetto, un’idea, una proposta rinnova la famiglia aiutandola a diventare ciò che è, senza snaturarla nella sua identità antropologica. Sono convinto, infatti, che molte delle proposte attuali non promuovano la famiglia, ma di fatto la minacciano nella sua identità più profonda, quella, che fonda la coppia sull’amore libero, fecondo e vivificante tra un uomo e una donna, uniti in matrimonio, con l’introduzione di nuove e “possibili” forme familiari, talvolta favorite e riconosciute anche dalla legislazione civile: coppie di fatto, matrimoni solo civili, riconoscimento delle unioni omosessuali.
Attualmente la famiglia, fatta oggetto di innumerevoli pressioni, soprattutto attraverso i mezzi della comunicazione sociale, non sempre è capace di mantenersi immune, accogliendo mode, pensieri, idee che di fatto oscurano i valori fondamentali su cui è fondata.
Tra i segni più preoccupanti, che si possono ravvisare anche nel nostro contesto, rileviamo in particolare il ricorso all’istituto giuridico del divorzio e il diffondersi della prassi di nuove “nozze”, il riconoscimento del matrimonio puramente civile, che contraddice la vocazione dei battezzati a “sposarsi nel Signore”, la celebrazione del sacramento del matrimonio senza una fede viva e matura, il rifiuto delle norme morali che reggono e fondano l’esercizio umano e cristiano della sessualità nel matrimonio.
L’inquietudine si manifesta anche nel permanere e nel dilagare di una certa mentalità abortista e contraccettiva, che di fatto è la negazione della famiglia, tradizionalmente intesa come il sacrario della vita, il luogo dove la vita è trasmessa, generata, custodita, difesa, promossa.
Ovviamente, la crisi che investe la famiglia, nel nostro contesto è aggravata anche da fattori propri della nostra Regione, che se non sono direttamente causa dello smarrimento, sono comunque elementi che non la favoriscono. Uno su tutti: il dramma della disoccupazione, soprattutto giovanile, che genera una certa angoscia e una certa sfiducia verso il futuro, spingendo molti giovani a procrastinare a tempo indefinito la data del loro matrimonio, ma anche molte coppie a non suscitare nuove vite.
La crisi della famiglia è il sintomo grave di un’altra crisi, assai più remota, più ampia, ma anche più nascosta e segreta, che è la crisi della fede. È questa crisi che si riflette in tutti gli ambiti della vita, compreso appunto quello della famiglia, che si manifesta soprattutto nell’incapacità di adempiere adeguatamente il ruolo e la responsabilità che ognuno deve assumersi dinanzi a Dio, dal quale proviene ogni “ministero” o “ufficio” proprio dell’uomo, della donna, dei figli.
La crisi di fede che investe la famiglia riguarda entrambi gli ambiti che la compongono, quello della verità e quello della grazia. L’uomo contemporaneo non pensa più secondo la fede e non vive più confortato e sorretto dai sacramenti della vita. Vive come se potesse fare a meno della forza della grazia e della luce verità.
Pertanto, chi vuole concretamente adoperarsi per portare a soluzione la crisi della famiglia, deve adoperarsi a risolve il problema di fede, che è insieme problema di grazia e di verità.
Perciò, è doveroso per il credente domandarsi quali vie nuove dovremmo percorrere, quali strategie attuare, quali forme adottare affinché l’uomo di oggi, che vive qui ed ora, possa giungere al possesso della grazia e della verità.
Se la nostra chiesa diocesana vuole veramente impegnarsi a tal fine, è necessario che la pastorale prenda viva coscienza di questa realtà sommersa, che governa i cuori e le menti ed intervenga in maniera efficace. La famiglia attuale è il frutto di questa realtà nella quale non c’è più un chiaro riferimento a Dio, secondo le chiare leggi della rivelazione biblica. Sarebbe, dunque, un grave errore di metodo pensare di poter risanare la piaga, se non si interviene sulle cause che la pongono in essere e l’alimentano quotidianamente.
Pertanto ritengo opportuno che si intervenga con urgenza sulla fede, la quale necessariamente deve essere liberata dal sentire personale. Infatti, una parte dei cristiani di oggi vive “un rapporto diretto con Dio”, escludendo quasi sempre la mediazione veritativa della Chiesa, cui spetta il compito di custodire e proclamare la verità.
Che si aiutino i credenti a concepire la morale non come un rapporto orizzontale da uomo ad uomo, fondato sul sentimento, ma come rapporto trascendente con Dio, fondato sulla Verità rivelata. Nel primo caso avremmo una morale mutevole, che riconosce come “peccato” o colpa solo alcune mancanze di lieve entità, mentre esclude quasi sempre le colpe gravi contro Dio, contro la persona, contro lo statuto dei comandamenti. Nel secondo caso la morale sarebbe concepita come opera di adeguazione e conformazione della propria vita alla Verità, che per noi è Cristo Gesù via, verità e vita. Non sarebbe una fredda osservanza di una norma, ma un rapporto fatto di rispetto e di amore tra persone.
In tutto questo, una cosa deve essere per tutti assai certa: quali che siano i metodi e le vie, devono coinvolgere il popolo di Dio, per risvegliarlo, per trasformarlo in popolo profetico, regale, sacerdotale.
Quanto affermato sopra, ci conduce necessariamente a rivedere il nostro modo di predicare, da considerare oggi come l’unica forma possibile per raggiungere le masse e quindi formare il popolo di Dio nella fede del vangelo. Anche la liturgia deve essere riportata a ricarica della vita spirituale, considerandola come via di quel rinnovamento interiore che solo può scaturire dai sacramenti. Per renderci conto di come le nostre liturgie siano infruttuose e per cogliere la gravità della crisi in atto dello spirito dell’uomo, è sufficiente pensare come oggi la stragrande maggioranza dei fedeli vive senza sacramenti.
Si deve, inoltre, creare nella mentalità dei fedeli il valore di mezzo necessario e indispensabile della catechesi. Il popolo di Dio potrà davvero crescere se verrà nutrito settimanalmente di parola del Signore. Bisogna insistere sempre su questo evento di grazia. Ma è necessario che la catechesi si organizzi in un progetto ecclesiale missionario che raggiunga il più alto numero possibile di persone.
Così come ogni altra forma di culto, deve essere trasformata in un momento di confronto con la verità e di crescita nella grazia. Non si insisterà mai abbastanza su questi momenti particolari posti dallo Spirito nelle nostre mani perché li santifichiamo.
Riusciremo in quest’opera di rinnovamento se agiremo nella consapevolezza che il mondo di oggi a volte non ci comprende, né in quello che diciamo, né in quello che facciamo. Da questo deriva la necessità di andare all’uomo contemporaneo secondo la sua mentalità e i suoi orizzonti culturali. Questo sarà possibile, se in noi regnerà tanta umiltà da metterci quotidianamente in ascolto dello Spirito che parla al cuore di ciascun operatore pastorale. Nessun metodo e nessuna via deve considerarsi assoluta, esclusiva; ogni forma è di aiuto e di sostegno alle altre. Da qui la necessità di ascoltarci, di confrontarci, di verificarci sul terreno della storia. Dall’umiltà e dall’ascolto reciproco degli operatori di pastorale nasce la trasformazione dei cuori, che è possibile, perché parte già da cuori trasformati che sanno ascoltare la voce di Gesù che parla alle sue pecorelle per condurle all’ovile.
Solo se si opererà in tal modo il matrimonio cristiano e la famiglia ritroveranno la loro via sui sentieri della verità e della grazia; ricondurveli è obbligo di ciascuno; ognuno in ordine al problema ha una sua particolare responsabilità. Assumercela personalmente è la forma giusta ed il metodo per uscire dalla crisi che fa del matrimonio il grande malato della nostra storia.

IL SACRAMENTO DELLA “SOLA CARNE”

“Non fece Egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale?
Che cosa cerca quest'unico essere, se non prole da parte di Dio.
Custodite dunque il vostro soffio vitale (Ml 2,15)

Per riflettere su matrimonio e famiglia, ho scelto di meditare con voi e per voi il rito del matrimonio. Le preghiere, le parole, i gesti e i segni in esso contenuti esprimono da una parte la fede della comunità e dall’altra significano la stessa realtà che si celebra. Infatti, la Chiesa non compie semplicemente il rito del matrimonio, ma ne celebra il Sacramento.
Noi tutti sappiamo che il termine sacramento significa che quanto Cristo ha fatto durante la sua vita terrena, si rende presente nell’oggi della storia, permeando l’azione dell’uomo. Dal punto di vista antropologico esprime, invece, la libera e consapevole determinazione di fare entrare nello spazio della propria vita Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo. Nel sacramento, infatti, avviene l’incontro di due volontà, quella divina, che è preveniente, e quella umana, che è risposta ad una chiamata. Ogni sacramento è accoglienza di una vocazione ad amare Dio, che ci chiede di corrispondere al suo dono di grazia amando ogni uomo, senza distinzione alcuna.
Nel caso del sacramento del matrimonio, i coniugi, per la mediazione della Chiesa, intendono consacrare il loro amore, per renderlo santo e completo, assoluto e inviolabile, per confermarlo e suggellarlo con la benedizione di Dio. Nel matrimonio si manifesta l’amore coniugale, il quale “rivela massimamente la sua vera natura e nobiltà quando è considerato nella sua sorgente suprema, Dio, che è ‘Amore’ “ .

Dimensione battesimale
Il nuovo rito del matrimonio prevede che all’inizio della celebrazione si faccia memoria del sacramento del Battesimo. Ciò mette in luce la dimensione battesimale della celebrazione. Fare memoria del Battesimo significa riconoscere questo sacramento come fondamento di tutta la vita cristiana, porta che apre l’accesso agli altri sacramenti, rendendo possibile la ricezione di questi doni di grazia nella propria vita. Il Battesimo costituisce l’inizio della vita nuova nella fede, ma anche la sorgente e il fondamento di ogni altra vocazione. In tale maniera il sacramento del matrimonio si manifesta come uno dei possibili frutti che possono maturare nel cuore del credente dal seme di grazia piantato il giorno del Battesimo.
Nella preghiera proclamata dal sacerdote, dopo avere asperso con l’acqua benedetta se stesso, gli sposi e la comunità, si implora Dio finché conceda agli sposi “un cuore libero e una fede ardente perché purificati nell’intimo, accolgano il dono del matrimonio, nuova via della loro santificazione” . Rendendoci partecipi della figliolanza divina, Dio Padre, per mezzo dello Spirito, ci ha configurato a Cristo, e ci ha posto sotto il soave giogo della legge della santità. Da parte loro i coniugi cristiani si santificheranno allorquando vivranno il loro matrimonio in maniera conforme alla legge divina , ossia vivendo con docile fedeltà i compiti che scaturiscono dal suo stesso essere che si radica nella natura umana.
Quanti hanno preso coscienza di questa dimensione spirituale e trascendente dell’unione coniugale e familiare sapranno manifestare frutti di un amore generoso e fecondo, soprattutto attraverso la testimonianza della concordia tra i membri e dell’unità e della fedeltà nelle relazioni tra gli sposi.

Procreazione e sterilità
Nella formula che introduce la memoria del battesimo è detto che “siamo riuniti nella casa del Signore nel giorno in cui N e N. intendono formare la loro famiglia”. Celebrare il matrimonio, che apre i coniugi a una perenne comunione di amore e di vita, significa dare inizio alla comunità familiare.
In Genesi 2,24: “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie”, e nella benedizione pronunziata all’atto della creazione dell’uomo: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra” (Gn 1,28), è affermato chiaramente che l’amore coniugale è ordinato, per sé stesso, alla costituzione della comunità familiare.
Tuttavia, si deve ribadire con forza che, anche quando la procreazione, a causa della sterilità fisica, non è possibile, la vita coniugale conserva il suo valore . A tal proposito mi piace riportare le parole che Elkana proferisce in favore di sua moglie Anna: “Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?” (1Sam 1,6).
Mi consentirete di rivolgere parole di compassione evangelica a quelle coppie di sposi che soffrono il dramma della sterilità. È questa una realtà contemplata nella Sacra Scrittura : “Che mi darai? – domanda Abramo a Dio – Io me ne vado senza figli…” (Gn 15,2); è questa una sofferenza che tutti dobbiamo considerare e adeguatamente valutare.
Avere un figlio è un desiderio naturale degli sposi, ma deve essere immediatamente chiarito il principio che il matrimonio conferisce agli sposi solo il diritto a porre quegli atti naturali che di per sé sono ordinati alla procreazione, non il diritto ad avere un figlio.
“Un vero e proprio diritto al figlio sarebbe contrario alla sua dignità e alla sua natura. Il figlio non è una qualche cosa di dovuto e non può essere considerato come oggetto di proprietà: è piuttosto un dono, ‘il più grande’ e il più gratuito del matrimonio, ed è testimonianza vivente della donazione reciproca dei suoi genitori. A questo titolo il figlio ha il diritto - come è stato ricordato - di essere il frutto dell’atto specifico dell’amore coniugale dei suoi genitori e ha anche il diritto a essere rispettato come persona dal momento del suo concepimento” .
La comunità ecclesiale è chiamata a farsi carico della sofferenza di queste coppie duramente provate, aiutando i coniugi a scoprire in questa esperienza una particolare partecipazione al mistero pasquale di Cristo, e contribuendo a fargli prendere coscienza del fatto che possono promuovere la vita in molteplici modi: l’adozione, l’affido, il sostegno a famiglie e a bambini bisognosi.
L’amore dei coniugi, come quello della famiglia, è chiamato a farsi premurosa carità non solo verso i parenti più prossimi, ma verso gli uomini tutti. L’amore ha sempre una compente comunitaria, che concorre a edificare sia il tessuto della società che quello della Chiesa.

Educare all’amore responsabile
Il rito vero e proprio del matrimonio inizia con le interrogazioni prima del consenso, precedute da una monizione teologicamente ricca.
Il primo dato che emerge dalla monizione è che i due sposi giungono in chiesa dopo un periodo di fidanzamento, più o meno lungo, durante il quale è maturata la scelta di essere l’uno per la altra: “Carissimi N. e N., siete venuti insieme nella casa del Padre, perché la vostra decisione di unirvi in Matrimonio…”
Il periodo del fidanzamento è tempo propizio per la conoscenza reciproca e per la maturazione della fede, tempo da vivere in operosa attesa. Infatti tale periodo deve essere vissuto come preparazione alla celebrazione del sacramento del matrimonio.
Tradizionalmente era la famiglia che svolgeva in maniera naturale il compito di trasmettere ai giovani i valori riguardanti la vita matrimoniale e familiare, mediante una progressiva opera di educazione e iniziazione. Negli ultimi decenni, la crisi che ha investito l’istituto familiare, ha comportato nella stessa l’incapacità ad assolvere a tale compito, unitamente ad altri di fondamentale importanza.
Compito primario della famiglia è quello dell’educazione. Essa deve tendere all’integrale formazione della persona, dunque deve educare, fin dalla più tenere età, anche all’amore responsabile. La famiglia, sostenuta da vari soggetti – la scuola, le istituzioni, la Chiesa – deve educare i giovani a concepire la vita umana come una vocazione e una missione; come una chiamata all’amore che ha la sua sorgente e il suo fine in Dio, ovviamente senza escludere la possibilità del dono totale di sé a Dio nella vocazione sacerdotale o religiosa, che pure hanno la loro scaturigine nell’amore divino.
Occorre che la nostra Chiesa diocesana elabori nuovi itinerari di formazione all’amore responsabile, che aiutino la famiglia ad assolvere il proprio compito educativo.
Riguardo al tempo del fidanzamento, bisogna che la nostra Chiesa lo riscopra, sempre di più, quale tempo favorevole di evangelizzazione e di annunzio del vangelo del matrimonio. Si presuppone, infatti, che i giovani giunti a questo tempo abbiano già fatto discernimento nella loro vita e siano indirizzati verso la vocazione al matrimonio. Pertanto la preparazione prossima dovrà basarsi anzitutto su una catechesi fondata sull’ascolto della parola di Dio, interpretata alla luce del magistero della Chiesa, offerto nel contesto di una comunità di fede, specialmente nell’ambito della parrocchia, che deve sempre più coinvolgere attivamente la famiglia, e deve essere finalizzata alla conoscenza del mistero divino sul matrimonio e alla formazione della coscienza personale, istruendo circa le esigenze naturali dell’amore coniugale e della famiglia: l’unità, l’indissolubilità matrimoniale, la libertà del consenso, la fedeltà ad un unico amore, il principio della paternità e maternità responsabile, gli aspetti umani della sessualità coniugale, le esigenze e le finalità dell’atto coniugale. Ovviamente questa formazione deve preparare i giovani ad assumersi i ruoli sociale ed ecclesiale che derivano loro dal matrimonio.
Purtroppo, i giovani che si presentano nelle nostre parrocchie, chiedendo di partecipare ai corsi di formazione in vista della celebrazione del matrimonio, nella maggior parte dei casi sono persone che non vivono la fede e che non partecipano assiduamente alla vita della comunità cristiana. Ma proprio questo momento costituisce per taluni di loro l’unico contatto con la Chiesa, che pertanto non va sciupato, ma considerato come tempo favorevole per ricordare loro il Vangelo, per risvegliare la fede sopita, per presentare la proposta di un’intensa vita cristiana.
Per realizzare tutto questo è necessario che i corsi di preparazione al matrimonio, pur soffermandosi sugli elementi di carattere psicologico, pedagogico, legale e medico, concernenti il matrimonio e la famiglia, dovranno essere strutturati in maniera tale che risplenda, in tutta la sua dirompente novità, la parola del Vangelo, che non mancherà di suscitare nei partecipanti l’anelito a vivere in pienezza la vocazione battesimale, ma anche a scoprire la bellezza della vita soprannaturale che emana dal Sacramento del Matrimonio, ad assaporare la bontà della spiritualità coniugale, a conoscere il valore liberante della morale familiare, ad imparare l’arte della preghiera personale e familiare.

Dimensione comunitaria
Gli sposi si accostano all’altare, dinanzi al ministro della chiesa e alla comunità, perché la loro decisione di unirsi in matrimonio riceva il sigillo e la consacrazione da parte di Dio: “…riceva il suo sigillo e la sua consacrazione, davanti al ministro della Chiesa e davanti alla comunità”
È da sottolineare la partecipazione della comunità che testimonia il carattere pubblico della celebrazione del matrimonio, che non è un evento privato, ma un evento ecclesiale e sociale. La celebrazione del matrimonio, decisione maturata nel tempo del fidanzamento, presume la partecipazione della comunità ecclesiale, intendendo con tale espressione, precisamente la Parrocchia, ultima articolazione della Chiesa, che di fatto è lo spazio umano dove l’itinerario vocazionale deve essere promosso e realizzato, al fine di consentire una consapevole e fruttuosa celebrazione del patto coniugale. Solo se si sarà consapevoli di quanto il rito realizza e del ministero ecclesiale che gli sposi ricevono con la celebrazione del Sacramento del Matrimonio, si potrà giustificare il principio ecclesiale che vuole che il matrimonio venga celebrato di norma nella chiesa della comunità parrocchiale.
A tale proposito mi consentirete di affermare con molta franchezza che le molte licenze concesse per celebrare il matrimonio fuori parrocchia, manifestano la mancanza di questi itinerari di formazione e dunque evidenziano l’assenza di preoccupazione pastorale circa la formazione dei fidanzati e comunque dei futuri sposi, ravvisabile proprio nella modalità di celebrazione del matrimonio, vissuto da molti più come un fatto mondano e folklorico, che come un evento ecclesiale, ordinato alla crescita e alla santificazione del popolo di Dio.
Quando invece a monte c’è stata questa formazione, ovvero gli sposi o i fidanzati sono stati fatti oggetto della preoccupazione pastorale della Chiesa, la celebrazione assume un altro senso, le parole pronunziate vengono colte nel loro spessore ecclesiale e il sacramento è celebrato in maniera fruttuosa.

Consacrati nel Signore
Dinanzi alla comunità, gli sposi chiedono a Dio che sigilli e consacri il loro amore. Il termine sigillo indica un perfezionamento, un pieno compimento che il matrimonio cristiano assicura. Nella simbolica biblica il sigillo è il simbolo della persona, segno della sua autorità, della sua proprietà su un oggetto; è anche il segno che autentica un atto giuridico o un documento. Ricevere il sigillo di Dio significa anzitutto che il patto coniugale riceve la consacrazione divina, ma manifesta anche la volontà e la decisione degli sposi di voler appartenere a Dio, vivendo l’amore coniugale sotto la sua autorità e al suo servizio.
Mediante il sigillo di Dio l’amore coniugale inizia un percorso nuovo. Mi consentirete senz’altro un paragone: come uno scritto, ricevendo il sigillo acquista ufficialità e autorevolezza, così il matrimonio, ricevendo il sigillo dello Spirito Santo, ottiene un perfezionamento e un’ufficialità che lo introduce in un cammino qualitativamente diverso rispetto a prima.
La consacrazione affonda le sue radici nel battesimo per mezzo del quale il fedele è stato offerto a Dio: “Voi siete già consacrati mediante il Battesimo: ora Cristo vi benedice e vi rafforza con il sacramento nuziale…” . Consacrare l’amore coniugale significa domandare a Dio che corrobori, rafforzi e santifichi l’amore, ma anche la volontà di offrire al Signore la disponibilità a cooperare con Lui per annunziare, proclamare e diffondere il suo amore per l’umanità.
Il Concilio Vaticano II insegna che nel sacramento del matrimonio i coniugi “sono fortificati e quasi consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi, compiendo con la forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dello spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, ed assieme rendono gloria a Dio” . Paolo VI riecheggia questo insegnamento nella Humane vitae allorquando afferma: “Gli sposi cristiani, dunque, docili alla sua voce, ricordino che la loro vocazione cristiana iniziata col battesimo si è ulteriormente specificata e rafforzata col sacramento del matrimonio. Per esso i coniugi sono corroborati e quasi consacrati per l’adempimento fedele dei propri doveri, per l’attuazione della propria vocazione fino alla perfezione e per una testimonianza cristiana loro propria di fronte al mondo. Ad essi il Signore affida il compito di rendere visibile agli uomini la santità e la soavità della legge che unisce l’amore vicendevole degli sposi con la loro cooperazione all’amore di Dio autore della vita umana” .

Unità e indissolubilità
Consacrati nel Battesimo gli sposi vengono, nel sacramento, benedetti e rafforzati perché si amino l’un l’altro con amore fedele e inesauribile e perché assumano in maniera consapevole e responsabile i doveri del Matrimonio .
La Costituzione pastorale Gaudium et spes insegna che il matrimonio è “dotato di molteplici valori e fini”, riassumibili nel bene della procreazione ed educazione della prole e nel bene dell’amore coniugale che deve svilupparsi fino a giungere alla piena maturità .
Bisogna che riflettiamo, sia pur brevemente, su questi beni, dai quali derivano i doveri e i diritti riguardanti i coniugi e la famiglia.
L’amore coniugale esige l’unità e l’indissolubilità, quali proprietà essenziali del matrimonio.
Il Signore, rispondendo ai farisei che gli avevano domandato: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?” (Mt 19,3), si richiama a Gn 2,24 per fondare il bene dell’unità: la prima coppia è monogamica, ciò si evince anche dall’espressione biblica: “I due saranno una carne sola”.
La Gaudium et Spes sinteticamente propone le ragioni di questo, quando parla del matrimonio come istituto naturale: “Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità” . Le ragioni che esigono l’unità della coppia sono il bene dei figli e la mutua donazione dei coniugi. L’unione coniugale nasce dalla reciproca donazione, la quale per il fatto di comprendere l’intimità della persona, presenta un carattere di totalità e di esclusività. Il bene dei figli esige l’unità della coppia, anzitutto perché la generazione richiede che il figlio nasca quale frutto dell’amore tra i coniugi e sia espressione della loro mutua donazione.
Sempre sulla base di Gn 2,24, che si richiama al “principio”, Gesù trae una conclusione sorprendente per gli uditori di ieri come per quelli di oggi: “Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19,6). Sempre la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo, istruisce che il vincolo coniugale, che contraggono gli sposi, è frutto della loro libera decisione, sottratto in seguito alla loro volontà: “È dall’atto umano, col quale i coniugi mutuamente si danno e si ricevono, che nasce, anche davanti alla società, l’istituzione del matrimonio, che ha stabilità per ordinamento divino. In vista del bene dei coniugi, della prole e anche della società, questo legame sacro non dipende dall’arbitrio dell’uomo” .

Fedeltà
Da quanto detto deriva che la perfezione dell’amore coniugale e della famiglia richiede ed esige una fedeltà inviolabile. La motivazione più profonda di tale fedeltà si trova nella fedeltà di Dio alla sua Alleanza, e di Cristo alla Chiesa suo corpo. Gli sposi sono abilitati dal sacramento a rappresentare tale fedeltà.
Anche il nostro contesto, pur se in misura minore rispetto ad altre zone, è caratterizzato dall’incapacità di trasformare le relazioni in vincoli sociali responsabili, in legami di reciprocità saldi e duraturi, manifestando così l’incapacità delle donne e degli uomini di oggi ad amare in maniera totale e responsabile, e vivendo praticamente secondo il principio che è impossibile amare, e, dunque, legarsi per tutta la vita alla stessa persona.
In tale circostanza il vangelo della famiglia, non pienamente vissuto, presenta talune anomalie, ben note a tutti: separazioni, divorzi, matrimonio dopo il divorzio, matrimoni solo civili, convivenze, unioni di fatto.
È in questo contesto scristianizzato e secolarizzato, che siamo chiamati ad annunciare il Vangelo del matrimonio e della famiglia, che si fonda sulla buona notizia che Dio ci ama di un amore fedele, definitivo, irrevocabile, inesauribile e che gli sposi partecipano di questo amore.
Altra proprietà che caratterizza l’amore coniugale è la fecondità, alla quale è ordinato secondo il racconto della creazione: “Dio li benedisse e disse loro: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra’ “ (Gn 1, 28). Abbiamo già detto che i coniugi, a cui Dio non ha concesso di avere figli, possono non di meno avere una vita coniugale intensa e piena di senso, sia umanamente che cristianamente.
Quanto asserito si rende evidente in maniera chiara nelle domande che seguono l’introduzione.
La prima domanda: “N. e N., siete venuti a celebrare il Matrimonio senza alcuna costrizione, in piena libertà e consapevoli del significato della vostra decisione?” , pone la questione della libertà. Deve essere a tutti chiaro che non v’è donazione autentica di sé, laddove manca la piena capacità di autodeterminarsi. La libertà è data sia dall’assenza di costrizioni fisiche, morali, psicologiche, sia dalla piena consapevolezza e disponibilità: l’essere libero da… deve trasformarsi in essere libero per… È veramente libero chi, pienamente consapevole delle conseguenze dell’offerta, è disposto ad assumersi tutto il carico solo per amore.
La seconda domanda verte sulla fedeltà: “Siete disposti, seguendo la via del Matrimonio, ad amarvi e a onorarvi l’un l’altro per tutta la vita?” . Fedeltà che rende possibile la donazione totale, essendo il luogo vero dell’amore. Il vincolo che intercorre tra onore ed amore è profondo. Nel suo nucleo essenziale, l’onore si richiama alla giustizia, la quale a sua volta non può esprimersi senza fare appello all’amore. “Onora” significa riconoscere! Significa riconoscere la pari dignità dell’altra persona; riconoscere il dono dell’altro: moglie, marito, figli, genitori. L’onore è un bene della comunità coniugale e familiare, sembra ricordare a tutti i membri di agire in modo che il loro comportamento meriti l’onore. L’onore connesso all’amore, aiuta la famiglia e la coppia a realizzare il bene dell’essere insieme.

Procreazione ed educazione
La terza domanda: “Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi e a educarli secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa?” , verte sul tema della procreazione ed educazione dei figli, accolti come dono di Dio, in un ambiente d’amore responsabile, che si fa dapprima cooperazione alla creazione e dopo alla redenzione, attraverso la generazione spirituale educando secondo la legge di Cristo e della Chiesa.
La coppia che si dispone ad accogliere da Dio il dono della procreazione non esclude affatto la pratica dell’adozione e nemmeno quella dell’affido temporaneo: sono anche queste forme di genitorialità responsabili, significative e lodevoli. Rigetta invece fermamente tutte quelle forme di genitorialità surrogate che considerano il figlio, non secondo la categoria del dono, ma come il frutto di una volontà di potenza esclusivamente umana, tecnica, scientifica.
È necessario ribadire con fermezza che per quanto riguarda la trasmissione della vita gli sposi “non sono liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall’insegnamento costante della chiesa” (HV, n. 10).

“Accolgo te…”
Tutti i principi espressi finora, sono integralmente contenuti nella formula del consenso del matrimonio, che ha la sua sorgente di grazia e il suo fondamento stabile in Cristo, pietra angolare. “Io N., accolgo te, N., come mia sposa. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita” .
Gli sposi, infatti, si accolgono reciprocamente secondo la categoria del dono, che esprime il fatto che l’essere umano è l’unica creatura che Dio ha voluto e amato per se stessa. Questo manifesta che si può fare comunione con la persona solo se voluta per se stessa, Nell’espressione “accolgo te…” c’è tutta la teologia dell’aiuto simile. Chi accolgo è un essere simile a me, in quanto immagine di Dio, in quanto avente la stessa dignità, in quanto è il solo essere nel quale trovo completezza e pieno compimento.
Cristo, sorgente di questa grazia, attraverso il Sacramento del Matrimonio, viene incontro agli sposi rimanendo con loro, dando loro la forza di seguirlo, concedendogli di rialzarsi dopo le cadute, di perdonarsi vicendevolmente le offese arrecate, di “portare i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2), di essere “sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Ef 5,21 ), di amarsi di un amore soprannaturale, delicato e fecondo (Cfr CCC 1642).
In maniera ancora più mirabile si esprime l’Humanae vitae: “In questa luce appaiono chiaramente le note e le esigenze caratteristiche dell’amore coniugale, di cui è di somma importanza avere un’idea esatta. È prima di tutto amore pienamente umano, vale a dire sensibile e spirituale. Non è quindi semplice trasporto di istinto e di sentimento, ma anche e principalmente è atto della volontà libera, destinato non solo a mantenersi, ma anche ad accrescersi mediante le gioie e i dolori della vita quotidiana; così che gli sposi diventino un cuor solo e un’anima sola, e raggiungano insieme la loro perfezione umana. È poi amore totale, vale a dire una forma tutta speciale di amicizia personale, in cui gli sposi generosamente condividono ogni cosa, senza indebite riserve o calcoli egoistici. Chi ama davvero il proprio consorte, non lo ama soltanto per quanto riceve da lui, ma per se stesso, lieto di poterlo arricchire del dono di sé. È ancora amore fedele ed esclusivo fino alla morte. Così infatti lo concepiscono lo sposo e la sposa nel giorno in cui assumono liberamente e in piena consapevolezza l’impegno del vincolo matrimoniale. Fedeltà che può talvolta essere difficile, ma che sia sempre possibile, e sempre nobile e meritoria, nessuno lo può negare. L’esempio di tanti sposi attraverso i secoli dimostra non solo che essa è consentanea alla natura del matrimonio, ma altresì che da essa, come da una sorgente, scaturisce una intima e duratura felicità. È infine amore fecondo, che non si esaurisce tutto nella comunione dei coniugi, ma è destinato a continuarsi, suscitando nuove vite. “Il matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole. I figli infatti sono il preziosissimo dono del matrimonio e contribuiscono moltissimo al bene degli stessi genitori”.

Amore irreversibile
La formula del consenso è accompagnata dal segno di stringersi la mano destra. Tale gesto biblicamente indica la conclusione di un patto, giuramento, alleanza , ma anche disponibilità, apertura, dedizione, perdono, protezione, benedizione . Il darsi la mano destra indica l’intima unione che viene a crearsi tra i due sposi, l’irreversibilità dell’amore da vivere sempre, nel dolore come nella gioia, nella malattia come nella salute.
Ma quante coppie hanno violato, misconosciuto, imbruttito questo patto d’amore attraverso varie forme di violenza domestica, dovute primariamente alla mancanza di fede in Cristo: soprusi, prepotenze, egoismi, individualismi, infedeltà, abusi.
La Chiesa non può restare indifferente o apatica innanzi a tante famiglie che soffrono situazioni di difficoltà, ma deve farsi loro vicina, ponendo concreta attenzione pastorale nei loro confronti, perciò si dovrà sforzare di mettere a disposizione i suoi mezzi di salvezza. Occorre porre in essere con urgenza una pastorale di sostegno alle coppie in crisi. I parroci devono accompagnare e sostenere questi uomini e donne, esortandoli ad avere sempre fiducia nella grazia di Cristo. Dall’altra parte le coppie che vivono momenti di crisi devono trovare l’umiltà e il coraggio per confidare ai pastori il loro momento di difficoltà. Esorto queste coppie a non chiudersi ed isolarsi, ma ad aprirsi fiduciose alla direzione spirituale e al Sacramento della Penitenza.
Il gesto del sacerdote di stendere la mano su quelle unite degli sposi e la formula di accoglienza del consenso matrimoniale esprimono concretamente che Dio si è fatto garante del vincolo d’amore che si è costituito tra i due: “Il Signore onnipotente e misericordioso confermi il consenso che avete manifestato davanti alla Chiesa e vi ricolmi della sua benedizione. L’uomo non osi separare ciò che Dio unisce” .
Sappiamo che la liturgia vive di segni. E così un altro segno viene posto in essere: la consegna dell’anello accompagnato con le parole: “N., ricevi questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” . L’anello è segno che rimanda al legame che si è venuto a creare, legame che si radica nel rapporto di amore eterno e indissolubile. Guardando all’anello che porta, il coniuge è rinviato all’altro, divenuto ormai sua carne, e chiamato a diventare un solo cuore ed un solo spirito. L’anello è, anche per gli altri, segno di appartenenza: manifesta all’esterno l’amore l’uno per l’altro. Infine le parole che accompagnano la consegna spiegano molto bene il fatto che l’offerta reciproca avviene nel nome della Santissima Trinità, comunità e comunione d’Amore, e per questo sorgente dell’amore umano, chiamato a diffondersi nel cuore del mondo.
La benedizione sugli sposi, i quali hanno già pronunziato il loro reciproco “sì”, ha la funzione di confermare l’unione della sola carne, secondo le parole della monizione introduttiva: “Fratelli e sorelle, invochiamo con fiducia il Signore, perché effonda la sua grazia e la sua benedizione su questi sposi che celebrano in Cristo il loro Matrimonio: egli che li ha uniti nel patto santo [per la comunione al corpo e al sangue di Cristo] li confermi nel reciproco amore” .
Nella prima parte la benedizione: “O Dio, con la tua onnipotenza hai creato dal nulla tutte le cose e nell’ordine primordiale dell’universo hai formato l’uomo e la donna a tua immagine, donandoli l’uno all’altro come sostegno inseparabile, perché siano non più due, ma una sola carne; così hai insegnato che non è mai lecito separare ciò che tu hai costituito in unità. O Dio, in un mistero così grande hai consacrato l’unione degli sposi e hai reso il patto coniugale sacramento di Cristo e della Chiesa. O Dio, in te, la donna e l’uomo si uniscono, e la prima comunità umana, la famiglia, riceve in dono quella benedizione che nulla poté cancellare, né il peccato originale né le acque del diluvio” , vengono ripresi tutti quei temi che abbiamo già trattato: del patto coniugale e dell’istituzione della famiglia che hanno la loro sorgente nell’opera della creazione, della pari dignità dell’uomo e della donna, la diversa qualificazione dell’amore della sola carne voluto da Dio quale vincolo indissolubile, della sacramentalità del matrimonio, della famiglia come primordiale cellula della società, della fedeltà di Dio al suo progetto d’amore.
“Guarda ora con bontà questi tuoi figli che, uniti nel vincolo del Matrimonio, chiedono l’aiuto della tua benedizione: effondi su di loro la grazia dello Spirito Santo perché, con la forza del tuo amore diffuso nei loro cuori, rimangano fedeli al patto coniugale. In questa tua figlia N. dimori il dono dell’amore e della pace e sappia imitare le donne sante lodate dalla Scrittura. N., suo sposo, viva con lei in piena comunione, la riconosca partecipe dello stesso dono di grazia, la onori come uguale nella dignità, la ami sempre con quell’amore con il quale Cristo ha amato la sua Chiesa. Ti preghiamo, Signore, affinché questi tuoi figli rimangano uniti nella fede e nell’obbedienza ai tuoi comandamenti; fedeli a un solo amore, siano esemplari per integrità di vita; sostenuti dalla forza del Vangelo, diano a tutti buona testimonianza di Cristo. [Sia feconda la loro unione, diventino genitori saggi e forti e insieme possano vedere i figli dei loro figli]. E dopo una vita lunga e serena giungano alla beatitudine eterna del regno dei cieli. Per Cristo nostro Signore” . In questa seconda parte si invoca Dio per gli sposi, intercedendo per loro, affinché il Signore effonda la grazia dello Spirito Santo perché confermati, fortificati, rafforzati dall’amore di Dio riversato nei loro cuori, possano vivere in pienezza il progetto divino sulla coppia, vivendo fedeli alla promessa che si sono scambiati; nella piena comunione, esortati come sono a riconoscersi partecipi dello stesso dono di grazia; pari nella dignità; fondati sull’amore avente per modello la relazione e l’unione Cristo-Chiesa; esprimendo così l’ecclesialità della coppia chiamata a rimanere saldi nella fede e obbedienti ai comandamenti, esempio di virtù umane e testimoni di Cristo in forza del vangelo, per un cammino in due che deve durare tutta la vita, fino a giungere alla beatitudine eterna.
Ma la benedizione mirabilmente unisce i due aspetti dell’amore matrimoniale, quello unitivo e quello procreativo, la cui inscindibilità non dipende dall’arbitraria volontà umana: “Dio ha voluto che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo. Infatti, per la sua intima struttura, l’atto coniugale, mentre unisce con profondissimo vincolo gli sposi, li rende atti alla generazione di nuove vite, secondo leggi iscritte nell’essere stesso dell’uomo e della donna. Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore ed il suo ordinamento all’altissima vocazione dell’uomo alla paternità” .
Nella formula della benedizione è espresso in maniera chiara, in due passaggi, la sacramentalità dell’amore coniugale. Come nell’Antico Testamento il legame coniugale era servito da metafora per esprimere il rapporto d’amore, di fedeltà, di comunione, ma anche di infedeltà, di idolatria, tra Dio e il suo popolo, così il patto d’amore è nel Nuovo Testamento segno efficace di grazia della relazione di amore indissolubile, fedele e premuroso, di unione intima e indivisa del solo corpo che intercorre tra Cristo Capo e la Chiesa, suo corpo e sua sposa.
Nella benedizione l’intima unione di amore tra Cristo e la Chiesa è dato ai coniugi come modello di amore e come fonte di perfezione della loro unione. Secondo la Lettera di San Paolo agli Efesini (5,22-27ss), l’amore Cristo-Chiesa è dato non solo come modello da imitare, bensì quale realtà di salvezza alla quale prendono parte (cfr Ef 5,28-31). Giovanni Paolo II ha commentato questo passo, in maniera magistrale, durante il ciclo delle catechesi del mercoledì santo su matrimonio e famiglia : “Nel testo è usato il tono esortativo: ‘Le mogli siano sottomesse ai mariti... come la Chiesa sta sottomessa a Cristo’. E d’altra parte: ‘Voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa...’. Queste espressioni dimostrano che si tratta di un obbligo morale. Tuttavia, per poter raccomandare tale obbligo, bisogna ammettere che nell’essenza stessa del matrimonio si racchiude una particella dello stesso mistero. Altrimenti, tutta questa analogia rimarrebbe sospesa nel vuoto. L’invito dell’Autore della lettera agli Efesini, rivolto ai coniugi, perché modellino il loro rapporto reciproco a somiglianza del rapporto di Cristo con la Chiesa (‘come – così’), sarebbe privo di una base reale, come se gli mancasse il terreno sotto i piedi” .
 

CRISTO NOSTRA VITA

“credette nel Signore insieme a tutta la sua famiglia” (At 18,8)

La celebrazione del Sacramento del battesimo esprime la volontà della coppia, divenuti genitori mediante l’atto umano della procreazione, di trasmettere ai propri figli il dono della fede. Tale intenzione espressa nel Sacramento del matrimonio: “Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi e a educarli secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa?” , diviene nel battesimo responsabilità concreta e impegno fattivo ad educare nella fede: “Cari genitori, chiedendo il Battesimo per vostro figlio, voi vi impegnate ad educarlo nella fede, perché, nell’osservanza dei comandamenti, impari ad amare Dio e il prossimo, come Cristo ci ha insegnato. Siete consapevoli di questa responsabilità?” .
I riti iniziali della celebrazione del Battesimo, anche se non essenziali per il sacramento stesso, rivelano una ricchezza teologica e spirituale sorprendente.
Con l’imposizione del nome i genitori attestano pubblicamente la volontà di cooperare con Dio all’opera della creazione, accogliendo nello spazio umano della loro esistenza credente il bambino. Secondo il libro della Genesi, Dio chiama l’uomo a cooperare all’opera della creazione proprio affidandogli il compito di dare il nome ad ogni creatura, gesto che l’uomo compie anche per la donna, creatura simile a lui: “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa, la si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta” (Gn 2,23). Assumere nella propria storia il bambino, uomo acquistato dal Signore (cfr. Gn 4,1), significa accoglierlo nel proprio spazio umano e vitale, perché gli si presti cura, attenzione, protezione e tutela.
Con l’altra domanda: “Per N. che cosa chiedete alla Chiesa di Dio?” , viene manifestato il desiderio, che si fa richiesta, che il proprio figlio riceva il Battesimo, ossia che gli venga fatto dono della fede, della grazia di Cristo, della vita eterna, della figliolanza divina, dello Spirito santo.
Ma, come per la creazione, Dio associa alla sua opera la coppia perché, in maniera responsabile, mediante l’atto umano dell’amore coniugale, trasmetta la vita fisica, così mediante il Battesimo i genitori vengono assunti, mediante la missione di educare alla fede, per generare responsabilmente nei figli la vita eterna, iniziandoli alla conoscenza di Dio e del suo amore.

Elargizione di umanità
La missione educativa della coppia affonda le sue radici nell’amore coniugale, che li abilita a procreare. In tal modo il compito educativo della coppia si qualifica come essenziale, connesso com’è alla trasmissione della vita, originale, primario, insostituibile, inalienabile.
Se l’amore coniugale abilita la coppia a procreare, ciò significa che i figli, lungi dall’essere ostacoli per la piena realizzazione della coppia e della persona, come un certo pensiero contemporaneo interpreta la generazione, costituiscono, invece, il suo coronamento e la susseguente opera educativa il suo compimento pieno e perfetto a servizio della vita.
Educare, infatti, non è tanto insegnare qualcosa o indottrinare qualcuno, ma primariamente è un’elargizione di umanità. Educare è comunicare se stesso all’altro, è partecipare la propria umanità matura alla prole, per ricevere da questa la novità di vita e la freschezza d’amore che porta con sé. Questa elargizione di umanità si realizza anche nel caso di bambini segnati da handicap, nel qual caso la situazione concreta può sviluppare una forza educativa tutta particolare.
Perché la famiglia possa adempiere questo mandato educativo, proprio e originario, è necessario che ponga al centro, del suo esistere e del suo agire, l’uomo (figlio, figlia, madre, padre, moglie, marito, fratello, sorella…) come essere da amare e volere per se stesso. Fin tanto che la famiglia sarà affetta da esasperato soggettivismo, accentuato individualismo, che pongono al centro l’egoistico io personale, essa soffrirà al suo interno continue tensioni e conflitti disgreganti, che si trasferiranno al suo esterno nella società.
Invece, se la famiglia mette al centro del suo esistere ed operare l’uomo inteso come essere personale, mistero d’amore, dono divino, allora essa sarà davvero, in forza del suo essere comunità di persone animata dall’amore, la prima e fondamentale scuola di socialità, che ha nel dono di sé la legge che la guida e la fa crescere, nell’amore coniugale la norma e il modello del donarsi, nella comunione la più coerente ed efficace pedagogia per l’inserimento attivo, fecondo e responsabile dei figli nella società umana.

Ministero ecclesiale
L’opera educativa propria della coppia cristiana, oltre che essere radicata nella cooperazione alla creazione, trova nel sacramento del matrimonio una nuova e specifica sorgente che consacra i coniugi ad attendere ad un’educazione propriamente cristiana della propria prole, opera che ha il suo inizio col sacramento del Battesimo, che sottolinea più volte questa realtà: “Vi impegnate a educarlo nella fede…” .
Con il sacramento del matrimonio, il naturale dovere della coppia di educare la prole, assume la dignità e la vocazione di un vero e proprio ministero ecclesiale a servizio della Chiesa, per l’edificazione del regno di Dio e la santificazione della persona.
Educare cristianamente significa offrire ai propri figli un’educazione pienamente umana e religiosa. Pienamente umana significa integrale, che considera la persona nella sua interezza di essere corporeo, psichico, spirituale, intellettuale, sociale… Pienamente religiosa vuol dire che deve contemplare la dimensione trascendentale (relazione con Dio), teologale (adorazione e obbedienza a Dio), vocazionale (considerando tutta la vita come risposta), ecclesiale (sentire l’appartenenza ad una comunità di salvezza).
È necessario che la nostra Chiesa, faccia uso di tutti i mezzi a sua disposizione, soprattutto dell’opera catechetica, e valorizzando gli incontri di preparazione al Battesimo, per formare i genitori ad assumersi consapevolmente il proprio ministero ecclesiale di educatori della prole.
A tal proposito sarebbe davvero fruttuoso promuovere una catechesi unitaria, affinché, in tutte le compagini in cui si articola la nostra Chiesa Diocesana, parrocchie, congreghe, associazioni, gruppi, movimenti, comunità religiose, si rifletta e si mediti tutti sullo stesso tema: “La famiglia: dono e impegno, speranza dell’umanità”.
Pertanto, affido all’Ufficio Catechistico Diocesano il compito di predisporre le opportune schede sul tema scelto, da far pervenire a tutte le realtà ecclesiali in tempo utile perché si attui il proposito formulato.

Sostenuti dalla Chiesa
Il sacramento del Battesimo manifesta che la coppia, mediante la testimonianza della vita, l’annunzio del Vangelo, la preghiera, l’iniziazione cristiana, è chiamata a vivere il compito genitoriale, non solo generando alla vita corporea, ma anche a quella spirituale, che scaturisce dal mistero della croce e risurrezione di Cristo, e che è dono dello Spirito Santo. Tale generazione alla vita nuova dello Spirito avviene nel Battesimo come le formule del rito attestano più volte
La coppia e per essi anche la famiglia, come più volte abbiamo ripetuto, sono i principali soggetti educativi, ma, come ha detto Papa Benedetto XVI, in occasione del discorso pronunziato all’apertura del Convegno pastorale della Diocesi di Roma: “Nessun uomo e nessuna donna, però, da soli e unicamente con le proprie forze, possono dare ai figli in maniera adeguata l’amore e il senso della vita” . Anche in questo ci viene in aiuto il rito del Battesimo, il quale prevede la figura dei padrini, i quali hanno il compito di affiancarsi ai genitori per svolgere, in rappresentanza della comunità, un compito ecclesiale. In questo segno è espressa l’intenzione della Chiesa di non abbandonare la famiglia a se stessa, ma di accompagnarla sostenendola affinché adempia il suo compito educativo.
Questo accompagnamento oggi è più che mai necessario. La famiglia odierna ha bisogno del sostegno della Chiesa, perché prenda coscienza della sua grandezza, per conoscere il suo ruolo essenziale, per assolvere il suo ministero ecclesiale. Ovviamente, anche l’intervento della Chiesa deve essere attuato secondo il principio della sussidiarietà, secondo il quale la scelta educativa è opera propria dei genitori e ogni altro soggetto che interviene deve farlo nella linea del sostegno, dell’aiuto, della collaborazione.
Dunque nel rito del Battesimo si possono cogliere assai bene i vincoli profondi che legano famiglia e Chiesa. Il Matrimonio prima, e il Battesimo dopo, costituiscono la famiglia come una piccola chiesa. I vincoli sono così profondi che entrambi si significano e si spiegano: la chiesa fa la famiglia, donandole la verità del suo essere e la grazia che la edifica; da parte sua la famiglia, resa partecipe nel mistero della Chiesa della sua missione di salvezza, non solo riceve l’amore di Cristo, diventando così comunità salvata, ma anche trasmette il medesimo amore di Cristo, diventando comunità salvante. Il Santo Padre a tal proposito al suddetto Convegno ha ribadito con forza che “l’edificazione di ogni singola famiglia cristiana si colloca nel contesto della più grande famiglia della Chiesa, che la sostiene e la porta con sé” .

Compito profetico
Ovviamente, la famiglia partecipa alla missione della Chiesa nel modo che le è proprio: quale intima comunione di vita e di amore. La vita e l’amore coniugale e familiare, con i sacramenti del matrimonio e del battesimo, costituiscono il nucleo della missione salvifica della famiglia. Essa dà testimonianza della fede, della carità e della speranza proprio a partire dal suo essere comunione e comunità d’amore: i coniugi in quanto coppia, i genitori e i figli in quanto famiglia.
Nel Battesimo dunque i coniugi non fanno altro che partecipare alla missione salvifica della Chiesa, vivendo pienamente il triplice munus profetico, sacerdotale e regale, che deriva loro dal sacramento del battesimo, ma che trova nel sacramento del matrimonio una nuova specificazione.
La famiglia vive il suo compito profetico accogliendo, prima, e annunciando, poi, la parola di Dio. I genitori sono chiamati a promuovere in seno alla famiglia una permanente educazione alla fede: mentre nutrono la loro, la generano e la irrobustiscono nei figli. In questo senso la chiesa domestica è allo stesso tempo comunità evangelizzata, continuamente bisognosa che il Vangelo venga annunziato al suo interno, e comunità evangelizzante, divenendo essa stessa aralda del Vangelo nella misura in cui matura nella fede. È quanto Paolo VI afferma nell’Evangelii Nuntiandi: “La famiglia, come la Chiesa, deve essere uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia. Dunque nell’intimo di una famiglia cosciente di questa missione, tutti i componenti evangelizzano e sono evangelizzati. I genitori non soltanto comunicano ai figli il Vangelo, ma possono ricevere da loro lo stesso Vangelo profondamente vissuto. E una simile famiglia diventa evangelizzatrice di molte altre famiglie e dell’ambiente nel quale è inserita” (n. 71).
Quanto detto sulla famiglia come “chiesa domestica”, ci fa comprendere pienamente l’espressione di Giovanni Paolo II, il qual affermava in maniera convinta che la futura evangelizzazione dipende in gran parte dalla famiglia .
La necessità della catechesi familiare emerge con forza da alcune situazioni che si registrano anche nel nostro territorio: la diffusa apatia e indifferenza religiosa dei giovani, l’invadente secolarismo, il persistente consumismo, l’imperante relativismo veritativo ed etico. Se invece la famiglia riprenderà vigore nell’adempiere la sua missione educativa, potrà diventare l’ambiente in cui i giovani potranno ricevere una sana e retta educazione alla fede, che se manca difficilmente potrà essere colmata.
Attraverso il ministero di evangelizzazione la famiglia è chiamata a formare i figli a vivere la vocazione della vita con animo aperto verso Dio, disposti ad accogliere la chiamata particolare che il Signore rivolge a ciascuno. In tal senso la famiglia diventa il primo e il migliore seminario alla vocazione, al sacerdozio e comunque alla vita consacrata.
I genitori dovranno assolvere il loro compito di evangelizzatori con perseveranza, coraggio e serenità d’animo, anche quando i figli contestano o addirittura rifiutano la fede cristiana, come spesso avviene nel tempo adolescenziale e giovanile. A tal proposito Papa Benedetto XVI ha affermato, nel già citato discorso: “Continuate dunque, senza lasciarvi scoraggiare dalle difficoltà che incontrate… Né i genitori, né i sacerdoti o i catechisti, né gli altri educatori possono sostituirsi alla libertà del fanciullo, del ragazzo o del giovane a cui si rivolgono. E specialmente la proposta cristiana interpella a fondo la libertà, chiamandola alla fede e alla conversione. Oggi un ostacolo particolarmente insidioso all’opera educativa è costituito dalla massiccia presenza, nella nostra società e cultura, di quel relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l’apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione. Dentro a un tale orizzonte relativistico non è possibile, quindi, una vera educazione: senza la luce della verità, prima o poi ogni persona è infatti condannata a dubitare della bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune” .
La liturgia battesimale prevede il rito dell’Effetà: “Il Signore Gesù che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre”. Riecheggia in queste parole il mandato missionario che il Signore affida ai suoi discepoli: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,30). È questa un’altra componente dell’educazione alla fede: la missionarietà.
Una certa azione missionaria la famiglia può svolgerla già al suo interno: quando qualche componente non ha la fede o non la pratica. Inoltre, la missionarietà della comunità domestica può essere un valido apporto per l’annunzio ai lontani

Santificarsi per santificare
Chiedere il Battesimo per il proprio figlio significa prendere sul serio la vocazione alla santità e impegnarsi perché il proprio figlio la realizzi nella propria vita . È nel contesto della vocazione universale alla santità, fondato sul radicalismo del discorso della montagna: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt5,48), che la famiglia è chiamata ad esercitare la sua funzione sacerdotale: santificarsi per santificare il mondo.
Fonte propria e mezzo originale di santificazione della coppia e della famiglia cristiana è il sacramento del matrimonio, che la specifica e la traduce concretamente nelle realtà propria dell’esistenza coniugale e familiare. Dal sacramento deriva alla coppia il dono, che si fa responsabilità di vivere la santificazione ricevuta, trasformando tutta la vita in un “sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1).
Nasce da qui l’esigenza di promuovere una spiritualità della coppia e della famiglia, che si ispiri ai motivi teologici della creazione, dell’alleanza, della croce, della risurrezione e del segno, e che trova nella preghiera la sua forza.
La vita di preghiera consente alla famiglia di esercitare pienamente il suo ministero sacerdotale di intercessione e di mediazione. Pertanto, è necessario che la famiglia, sull’esempio del suo maestro, insegni ad ogni suo componete a pregare, a rivolgersi con filiale e fiducioso dialogo al Padre che è nei cieli. La preghiera che si vive in famiglia si caratterizza anzitutto dall’essere fatta insieme: marito e moglie, genitori e figli. Molto bene si addice a questo tipo di preghiera la parola di Gesù: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20); poi, anche, perché ha come contenuto la stessa vita familiare: gioie e dolori, speranze e tristezze, nascite e morti… Tutti questi momenti di vita quotidiana segnano l’intervento di Dio che chiama e costituiscono anche il tempo favorevole per il rendimento di grazie, l’implorazione, l’abbandono fiducioso, la mediazione di grazia.
In tal modo la famiglia si presenta come prima scuola di preghiera, che progressivamente introduce alla scoperta del mistero di Dio: “Soprattutto nella famiglia cristiana, arricchita della grazia e delle esigenze del matrimonio sacramento, i figli fin dalla più tenera età devono imparare a percepire il senso di Dio e a venerarlo, e ad amare il prossimo, conformemente alla fede che han ricevuto nel battesimo” .
Elemento fondamentale e insostituibile dell’educazione alla preghiera è l’esempio concreto dei genitori, chiamati sì a pregare, ma insieme ai figli. Solo così potranno sperare di incidere nella vita e nel cuore dei figli, lasciando tracce indelebili che gli eventi della vita non riusciranno a scalfire. Mi piace ricordare un passo tratto da “Storia di un’anima”, l’autobiografia di Santa Teresa di Lisieux, la quale parla della differenza della preghiera fatta in compagnia dei genitori e quella fatta senza la loro presenza: “Tutti i particolari della malattia della nostra Madre tanto cara sono presenti al mio cuore, ricordo soprattutto l’ultima settimana che passò sulla terra; eravamo, Celina e io, come povere piccole esiliate, tutte le mattine la signora Leriche veniva a prenderci, e passavamo la giornata da lei. Un giorno non avevamo avuto il tempo di fare la nostra preghiera prima di uscir di casa e durante il tragitto Celina mi disse piano: ‘Dobbiamo dire che non abbiamo fatto la nostra preghiera?’. – ‘Oh, si!’ le risposi: allora lo raccontò molto timidamente alla signora Leriche, e questa concluse: ‘Ebbene, figliette mie, ora la direte’. Poi ci mise tutte due in una grande stanza e se ne partì... Celina mi guardò e dicemmo: ‘Ah! non è come Mamma. Lei ce la faceva fare sempre la nostra preghiera!’ “ .
È bello, poi, ascoltare uno dei tanti appelli che Papa Paolo VI rivolse ai genitori: “Noi vi preghiamo, Figli carissimi, e voi specialmente nuove famiglie cristiane, a dare, con debita forma e discreta misura, ma anche con aperta e collettiva espressione religiosa, l’onore della preghiera collettiva nelle vostre case: la madre ha in questa prima pedagogia della religione un compito altrettanto importante e degno quanto bello e commovente. Mamme, le insegnate ai vostri bambini le preghiere del cristiano? li preparate, in consonanza con i Sacerdoti, i vostri figli ai Sacramenti della prima età: confessione, comunione, cresima? li abituate, se ammalati, a pensare a Cristo sofferente? a invocare l’aiuto della Madonna e dei Santi? lo dite il Rosario in famiglia? e voi, Papà, sapete pregare con i vostri figlioli, con tutta la comunità domestica, almeno qualche volta? L’esempio vostro, nella rettitudine del pensiero e dell’azione, suffragato da qualche preghierina comune vale una lezione di vita, vale un atto di culto di singolare merito; e portate così la pace nelle pareti domestiche: ‘Pax huic Domui!’. Ricordate: così costruite la Chiesa” .
Una finalità della preghiera domestica è quella di introdurre la persona alla preghiera liturgica della Chiesa, attraverso la progressiva partecipazione di tutti i membri all’Eucaristia, soprattutto nel giorno del Signore e nelle solennità e nelle feste. Il culto celebrato nella Chiesa, non si esaurisce nella celebrazione comunitaria, ma deve essere prolungato nella casa per mezzo della preghiera privata che presenta una grande varietà di forme tra le quali scegliere: lettura meditata della Bibbia, preghiera del mattino e della sera, preghiera di benedizione della mensa, preghiera dei Salmi…
Desidero fortemente, secondo lo spirito del mio motto episcopale: “Ad Iesum per Mariam – A Gesù attraverso Maria”, che in ogni famiglia si diffonda la salutare devozione alla Vergine Maria, “Regina della famiglia”, particolarmente mediante la pia pratica della corona del Santo Rosario: “ ‘Vogliamo ora, in continuità con i nostri predecessori, raccomandare vivamente la recita del santo Rosario in famiglia... Non v’è dubbio che la Corona della beata Vergine Maria sia da ritenere come una delle più eccellenti ed efficaci preghiere in comune, che la famiglia cristiana è invitata a recitare. Noi amiamo, infatti, pensare e vivamente auspichiamo che l’incontro familiare diventi tempo di preghiera, il Rosario ne sia espressione frequente e gradita’. Così l’autentica devozione mariana, che si esprime nel vincolo sincero e nella generosa sequela degli atteggiamenti spirituali della Vergine Santissima, costituisce uno strumento privilegiato per alimentare la comunione d’amore della famiglia e per sviluppare la spiritualità coniugale e familiare. Lei, la Madre di Cristo e della Chiesa, è infatti in maniera speciale anche la Madre delle famiglie cristiane delle Chiese domestiche” .

Segno dell’amore di Dio
La partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa non è completa se non fiorisce e fruttifica nella carità, che ogni cristiano può vivere se si lascia guidare ed animare dall’azione personale dello Spirito Santo.
Questo vale anche per i coniugi e le famiglie cristiane. La vita di coppia, il loro essere famiglia, il loro agire coniugale debbono avere come guida e norma la legge dello Spirito Santo, effuso nei loro cuori nel sacramento del matrimonio.
La famiglia cristiana, animata dalla legge nuova dello Spirito, è chiamata a vivere a servizio di Dio e dei fratelli, sull’esemplarità di Cristo, modello della sua testimonianza della carità, mediante la quale partecipa alla regalità di Cristo , condividendone lo spirito e l’atteggiamento di servizio nei confronti di ogni uomo: “Questa potestà egli l’ha comunicata ai discepoli, perché anch’essi siano costituiti nella libertà regale e con l’abnegazione di sé e la vita santa vincano in se stessi il regno del peccato anzi, servendo il Cristo anche negli altri, con umiltà e pazienza conducano i loro fratelli al Re, servire i1 quale è regnare” .
Anche la funzione regale, la famiglia la esercita con modalità e contenuti propri e originali, quali: il rapporto di reciproca carità tra uomo e donna, la fedeltà coniugale, la paternità e maternità responsabili, l’educazione della prole, l’accoglienza degli anziani, l’impegno verso le altre famiglie in difficoltà.
Per essere segno e strumento dell’amore di Dio e compiere un vero servizio all’uomo, ogni comunità domestica deve impegnarsi quotidianamente a vivere di carità sia al suo interno che al suo esterno. All’interno promuovendo un’autentica comunità di persone, educandosi a vivere forme quotidiane di solidarietà, di accoglienza, di attenzione in particolare verso la vita in ogni sua età (neonati, fanciulli, giovani, anziani) e in ogni sua fase (sana, vigorosa, ammalata, sofferente, menomata, handicappata).
Un particolare accenno voglio farlo in favore dei componenti anziani, verso i quali la famiglia deve adoperarsi in maniera tale che queste persone possano trascorrere, nei limiti del possibile, gli anni della propria vecchia nell’ambiente naturale della famiglia, circondati dalla stima e dall’affetto dei cari. Ancora auspico che i genitori anziani possano trovare presso i loro figli quell’accoglienza e quella solidarietà che essi hanno vissuto nei confronti dei figli quando questi sono nati.
Ma la famiglia deve vivere un’operosa carità anche al suo esterno, nei confronti di ogni uomo, senza distinzione alcuna, mossa solamente dal senso della giustizia e della sollecitudine verso gli altri e verso la società intera.
Bisogna che nelle nostre buone famiglie cresca sempre più il senso dell’ospitalità e dell’accoglienza, che da sempre ha contraddistinto la nostra gente, aprendo le porte della propria casa e, ancor più, del proprio cuore ai bisogni anzitutto dei più poveri, deboli, sofferenti e ingiustamente trattati, nei quali bisogna scorgere sempre il volto luminoso del Cristo da amare e servire nei fratelli. Sappia la famiglia farsi sostegno concreto di quei nuclei familiari che vivono situazioni di difficoltà di qualsiasi genere, materiale, morale e spirituale.
La forza caritativa la famiglia la attinge dalla Chiesa attraverso i sacramenti e la Verità, ma la stessa può e deve ricambiare il dono ricevuto, plasmando la vita della comunità, perché assuma una dimensione più familiare, più domestica, attraverso uno stile più umano e fraterno dei rapporti. In questo la Chiesa viene edificata dalla famiglia .
 

PER UNA SPIRITUALIÀ EUCARISTICA DEL MATRIMONIO
 

“Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne;
al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa,
poiché siamo membra del suo corpo” (Ef 5,29-30)


Il Concilio Vaticano II ha presentato l’Eucaristia come la fonte e l’apice di tutta la vita cristiana . Perciò, anche l’amore coniugale e familiare trovano in essa la loro scaturigine e l’apice della loro perfezione.
Lo stesso Concilio ha evidenziato lo speciale legame che intercorre tra i sacramenti del matrimonio e dell’Eucaristia, allorquando ha esortato che il matrimonio “in via ordinaria si celebri nella messa” .
È necessario, per attuare la nuova evangelizzazione, che la comunità ecclesiale approfondisca la relazione che lega matrimonio ed Eucaristia, al fine di poter meglio comprendere e, dunque, vivere più intensamente la grazia e la responsabilità dell’amore coniugale e familiare.
Nell’Esortazione Familiaris consortio è espressamente detto che: “Il compito di santificazione della famiglia cristiana ha la sua prima radice nel battesimo e la sua massima espressione nell’eucaristia, alla quale è intimamente legato il matrimonio” . Infatti, nel sacrificio eucaristico i coniugi trovano “la radice dalla quale scaturisce, è interiormente plasmata e continuamente vivificata la loro alleanza coniugale” .
L’Eucaristia è l’apice dell’amore del Padre, il quale offre il Figlio per la salvezza dell’uomo, ed il culmine dell’amore di Cristo, che si offre al Padre, perché l’umanità possa essere ammessa alla comunione trinitaria.
Nell’Eucaristia, che rende presente l’evento pasquale, si rivela fino in fondo l’amore sponsale di Dio. Cristo è lo Sposo perché “ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore” . Egli ha dato il suo corpo e ha versato il suo sangue, amandoci di un amore sacrificale che ci ha redenti, riscattandoci dal peccato e riconciliandoci con Dio Padre in una comunione irrevocabile, in un’alleanza nuova ed eterna che manifesta la sponsalità di Dio con l’umanità.
Questo amore sacrificale, redentivo e sponsale ci viene continuamente partecipato nell’Eucaristia, che celebra nella storia le nozze escatogiche dell’Agnello, il dono continuo di se stesso che Cristo fa alla sua Chiesa, “al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata . Cristo offrendo se stesso nell’Eucaristia, “crea” la Chiesa suo corpo, cui è unito con amore indissolubile, come lo sposo alla sposa. Mi sovvengono le icone della creazione della donna e del sacrificio della croce: come la donna viene plasmata da Dio dal costato di Adamo dormiente, così la Chiesa sposa è “creata” dal costato aperto di Cristo.
Si manifesta nell’Eucaristia la dimensione più alta del “grande mistero” dell’amore sponsale di Dio, che ha la sua origine nell’eternità, si è rivelato fin dalla creazione, si è reso visibile nell’incarnazione, si è fatto dono estremo nell’evento della croce. “amore che costantemente si espande, elargendo agli uomini una crescente partecipazione alla vita divina” .

“Mistero grande”
San Paolo introduce nel grande mistero di Cristo e della Chiesa, la perenne unità della sola carne, costituita sin dal principio come mutua donazione tra l’uomo e la donna. I coniugi, trovano in Cristo l’archetipo e il punto di riferimento del loro amore sponsale, così come la famiglia trova in Lui l’esemplare modello cui rifarsi per vivere l’unità e le sane relazioni, che oltre ad essere fondate nei vincoli del sangue, sono plasmate interiormente dai vincoli della fede. L’amore di Cristo per la sua Chiesa è, per ogni battezzato, modello vivificante e santificante, perché è amore fedele, fecondo, eterno, redentivo, indissolubile, totale, geloso, fondato sulla “roccia” sicura della Croce, che assicura che non verrà mai meno nonostante i tradimenti, le idolatrie, gli abbandoni, i rinnegamenti degli uomini. Dio ha deciso di sposare l’umanità, di riversare su di essa tutta la sua misericordia, per mezzo del Figlio, a prescindere dalla volontà dei singoli uomini.
Questi due misteri sono così intimamente uniti, che non si può comprendere la Chiesa corpo mistico di Cristo, come segno di alleanza dell’uomo con Dio in Cristo, senza riferirsi al “grande mistero” dell’amore coniugale. “Non esiste il ‘grande mistero’, che è la Chiesa e l’umanità in Cristo, senza il ‘grande mistero’ espresso nell’essere ‘una sola carne’, cioè nella realtà del matrimonio e della famiglia” .
Non solo l’amore sponsale dei coniugi si rivela “grande mistero”, ma anche la famiglia: “Come ‘chiesa domestica’, essa è la sposa di Cristo. La Chiesa universale, e in essa ogni Chiesa particolare, si rivela più immediatamente come sposa di Cristo nella ‘chiesa domestica’ e nell’amore in essa vissuto: amore coniugale, amore paterno e materno, amore fraterno, amore di una comunità di persone e di generazioni” .
Non esiste autentico amore se non si partecipa al “grande mistero” di Cristo e della Chiesa, solo partecipando a tale amore, gli sposi ed ogni altro membro della famiglia, possono “amare ‘fino alla fine’. O di esso diventano partecipi, oppure non conoscono fino in fondo che cosa sia l’amore e quanto radicali ne siano le esigenze. Questo indubbiamente costituisce per essi un grave pericolo” .

Donarsi e accogliersi
Che cosa accade allora nella coppia, la quale ha celebrato nel Signore la sua unione, e dal quale il loro amore naturale è stato assunto dallo Spirito per essere segno del suo amore fedele e inesauribile?
Che essa può davvero manifestare ed esprimere questo grande mistero: mistero che a sua volta, illumina, impronta, sostanzia, sorregge, plasma, vivifica e rinnova la vita stessa della coppia e della famiglia.
L’Eucaristia si presenta anzitutto come dono da accogliere; perché la capacità di amare non consiste solo nel donare, ma anche nell’accogliere. Nel banchetto Eucaristico Cristo non solo si dona, ma anche ci accoglie nel suo dinamismo di amore, ci rende partecipi della sua vita divina, ci rinnova nella sua santità, così anche noi non solo dobbiamo accogliere passivamente il dono di Dio, ma dobbiamo donarci con amore libero, volitivo, consapevole e responsabile.
Questo dinamismo di reciproca donazione e accoglienza, si evidenzia concretamente nella relazione di coppia: se l’altro non viene accolto non lo si aiuta a realizzarsi, e lo si accoglie nella totalità del suo essere persona, corpo e spirito. In un certo senso il banchetto eucaristico di Cristo, il suo farsi “una caro” con la Chiesa, dovrebbe essere il luogo primario dove i coniugi rinnovano il loro essere sacramentale della “sola carne”.
Nell’Eucaristia il dono si fa abbandono: Cristo si abbandona interamente, senza riserve al Padre celeste, soprattutto nella comunione, Egli si dona come cibo, anche ai suoi discepoli; altrettanto deve fare il suo discepolo, abbandonarsi totalmente, interamente senza riserve alla “grazia della sua Parola” . Senza abbandono non c’è dono di sé, senza dono di sé non c’è amore autentico, il quale esprime la sua grandezza nella gratuità del dono, nel donarsi senza chiedere contraccambio, se non nella volontà libera dell’altro.
Dunque l’Eucaristia insegna che il matrimonio e l’amore familiare sono da comprendere, e, soprattutto da vivere, come disponibilità al dono totale di sé fatto al coniuge e ai figli, ma anche come capacità di accogliere il dono che è l’altra persona.
Due persone che si amano di questo amore accogliente, coinvolgente l’un l’altro, di un amore che si vive come continuo dono di sé e come continua accoglienza del dono che è l’altro, sono giunti alla bellezza dell’amore, e in questo contesto il compito educativo risalta nel suo pieno splendore di verità e di carità: educare è donare all’altro la propria umanità, è nutrire l’altro con il proprio essere vocato all’amore, ma è anche ricevere l’altro nella sua identità personale e spirituale, nel suo essere.

Amore più forte della morte
L’Eucaristia, dono di Dio, si realizza nel contesto drammatico della passione del Signore, dell’infedeltà e del tradimento da parte dell’umanità. Gesù si dona all’umanità, celebra le sue nozze con essa, mentre questa lo rifiuta, lo rinnega, lo uccide.
Anche l’amore umano e quello familiare possono conoscere e sperimentare il dramma della sofferenza, dell’incomprensione, del tradimento, dell’infedeltà. Ciò capita quando si cade dalla fede, quando si abbandona il modello dell’amore divino di Cristo, per viverne uno pensato da noi. Quando si abbandona la Parola di Dio, quando essa non è la norma della nostra vita, quando non si vive una assidua, consapevole, autentica vita sacramentale, si entra nel vortice del peccato che ha la sua espressione nell’egoismo e nell’individualismo della persona, che tanto danno provocano all’amore coniugale e a quello familiare.
A volte, è vero, ci si potrebbe ritrovare in situazioni di difficoltà, non per cattiva volontà, ma a causa dei limiti della nostra condizione umana, diventando causa di sofferenza per l’altro, giungendo involontariamente a “crocifiggersi” a vicenda: in tal caso l’amore richiede il faticoso impegno del cammino paziente, fedele e costante nella grazia di Cristo, il coraggio di affrontare le situazioni con evangelica saggezza.
Non necessariamente queste “crocifissioni” debbono operare rotture definitive, ma possono anzi promuovere, in Cristo, “un amore più forte della morte”. Per dirlo con il Cantico dei cantici: “forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione… Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo” .
Vissute fuori dalla volontà salvifica di Cristo possono condurre addirittura a vivere nella famiglia e in seno alla coppia un senso di estraneità, altamente deleterio. Queste situazioni richiedono di morire continuamente a se stessi perché l’altro/gli altri abbiano la vita, proprio secondo il dinamismo dell’Eucaristia: Cristo si immola perché dalla sua morte gli altri, noi battezzati, possiamo attingere la vita. La capacità di superare le piccole prove della vita prepara ad affrontare i drammi più gravi, gli scandali più pesanti. L’esercitarsi a morire a se stessi nelle difficoltà quotidiane, predispone lo spirito a sapersi offrire anche nei momenti più gravi.
Uno di questi drammi è quello dell’infedeltà e del tradimento. Uno scandalo assai pesante da sopportare, se ci si chiude nella notte del proprio dolore e della propria sofferenza, che svela però il proprio amore egoistico. Invece aprendosi a Cristo e accogliendo la dinamica sponsale del suo amore oblativo, l’amore può risorgere, la notte oscura può aprirsi alla riscoperta dell’amore sorgivo e primigenio. Mi sovviene l’episodio delle nozze di Cana, allorché Gesù dopo aver trasformato l’acqua in vino, comanda ai servi di portarlo al maestro di tavola e questi assaggiatolo esclama complimentandosi con lo sposo: “Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono” . L’amore buono non è solo quello della giovinezza, quello dei primi giorni del matrimonio, ma in Cristo l’amore di ogni tempo si fa buono. Nell’Eucaristia i coniugi e la famiglia possono attingere quella grazia che rende buono l’amore.
Mi chiedo: si può amare ancora la carne che è stata infedele? Si può vincere quel sentimento di ripugnanza e di rifiuto e la mancanza di fiducia? La ferita inferta si può rimarginare, o si rimane feriti per sempre?.
Ancora una volta l’Eucaristia e l’evento pasquale ci vengono in aiuto. In Cristo l’amore è crocifisso, il Risorto, l’Amato ne porta i segni. Il Cristo porta i segni della passione, la sposa quelli del peccato e del tradimento. Nell’Amato le ferite diventano segno dell’amore più grande, inesauribile.
Dal dramma della sconfitta, della delusione, del tradimento, può nascere se vissuto in unione con Cristo l’amore risorto, che si fa vero amore e autentico abbandono. Sì, autentico abbandono, perché il segno massimo dell’abbandono si esprime nel perdono. In quest’ottica l’amore coniugale si presenta, nelle vicende liete e tristi della vita come cammino di continua conversione, come amore santo, perché santificato nel sacramento del matrimonio, ma sempre bisognoso di purificazione al fine di conformarsi pienamente all’amore di Cristo.
Da qui il fatto che il pentimento, prima di essere richiesta di perdono all’interno della coppia, deve essere confessione del proprio peccato nei confronti di Dio. “Il pentimento e il perdono vicendevole in seno alla famiglia cristiana, che tanta parte hanno nella vita quotidiana, trovano il momento sacramentale specifico nella penitenza cristiana” . Un poco oltre Paolo VI osservava: “Se il peccato facesse ancora presa su di loro, non si scoraggino, ma ricorrano con umile perseveranza alla misericordia di Dio, che viene elargita con abbondanza nel sacramento della penitenza” .
Inoltre, la celebrazione del sacramento della penitenza acquista per la vita familiare un significato particolare: “Mentre nella fede scoprono come il peccato contraddice non solo l’alleanza con Dio ma anche quella tra i coniugi e la comunione della famiglia, gli sposi e tutti i membri della famiglia sono condotti all’incontro con Dio ‘ricco di misericordia’, il quale, elargendo il suo amore che è più potente del peccato, ricostruisce e perfeziona l’alleanza coniugale e la comunione familiare” .

Famiglia ed Eucaristia domenicale
Da quanto appena accennato emerge il dovere della famiglia di partecipare all’Eucaristia domenicale, cuore del giorno del Signore. Partecipare ad essa, come coppia e come famiglia, significa andare alla fonte che rinnova, corrobora, rafforza la comunione coniugale e familiare. Significa, altresì, rivivere prima di tutto l’atteggiamento di Gesù che ringrazia il Padre per noi e con noi, lasciando che questo rendimento di grazie plasmi tutta la vita coniugale e familiare. Ogni famiglia dovrebbe coltivare nei coniugi e nei figli, e, comunque, in ogni componente, un animo costantemente grato per i grandi doni ricevuti: il dono della fede, del vincolo coniugale, dei figli.
Partecipando alla messa domenicale la famiglia impara che la volontà di Dio è da viversi sempre, in ogni situazione e circostanza. Infatti, mai potrà essere vera quella famiglia che non è da Dio nella sua nascita e nel suo farsi, ma anche se non è da Dio nel suo evolversi giorno per giorno. La famiglia è da Dio se la si conduce nella sua Parola, perché è la Parola del Vangelo il luogo della verità della famiglia.
Inoltre, la perseverante partecipazione all’Eucaristia domenicale rende la famiglia una cosa sola in Cristo Gesù, una sola croce nella comunione di amore e di verità, una sola risurrezione nella speranza e nella fede. Tutto questo essa diviene, se si lascia tutta insieme fare da Cristo Gesù un solo sacrificio di amore, di croce, di verità, di speranza, di fede, nella santità più perfetta. La famiglia che è diventata una sola carne secondo la fede, secondo la stessa fede deve divenire un solo spirito, una sola morte e una sola risurrezione. Questa trasformazione la può operare solamente l’Eucaristia. Per questo è cosa giusta che tutta la famiglia insieme si accosti al Sacramento della sua unità spirituale, sacrificale, oblativa.
A tale proposito i Vescovi italiani hanno invitato le loro chiese a riscoprire la bellezza del Dies Domini o dies dominica e di conseguenza a riscoprire la grandezza del Sacramento del corpo e sangue del Signore con la celebrazione del Congresso Eucaristico Nazionale: “Non possiamo vivere senza la domenica”, rifacendosi alla testimonianza dei martiri di Abitene, i quali risposero ai loro accusatori, che chiedevano perché avessero sfidato l’editto imperiale che proibiva ai cristiani di riunirsi in assemblea, risposero : “È senza alcun timore che abbiamo celebrato la cena del Signore, perché non la si può tralasciare; è la nostra legge… Noi non possiamo stare senza la cena del Signore”. Giovanni Paolo II di venerata memoria, nella Lettera apostolica Dies Domini afferma: “Essendo l’Eucaristia il vero cuore della domenica, si comprende perché, fin dai primi secoli, i Pastori non abbiano cessato di ricordare ai loro fedeli la necessità di partecipare all’assemblea liturgica. ‘Lasciate tutto nel giorno del Signore – dichiara per esempio il trattato del III° secolo intitolato Didascalia degli Apostoli – e correte con diligenza alla vostra assemblea, perché è la vostra lode verso Dio. Altrimenti, quale scusa avranno presso Dio quelli che non si riuniscono nel giorno del Signore per ascoltare la parola di vita e nutrirsi dell’alimento divino che rimane eterno?’ “ E più avanti continua: “Quest’obbligo di coscienza, fondato in una esigenza interiore che i cristiani dei primi secoli sentivano con tanta forza, la Chiesa non ha cessato di affermarlo, anche se dapprima non ha ritenuto necessario prescriverlo. Solo più tardi, davanti alla tiepidezza o alla negligenza di alcuni, ha dovuto esplicitare il dovere di partecipare alla Messa domenicale: il più delle volte lo ha fatto sotto forma di esortazioni, ma talvolta ha dovuto ricorrere anche a precise disposizioni canoniche. È quanto ha fatto in diversi Concili particolari a partire dal IV secolo e soprattutto dal VI secolo in poi” .
È importante che il battezzato si convinca dell’importanza del sostegno della comunità cristiana e dell’importanza che ha per la sua vita di fede il riunirsi la domenica con gli altri fratelli per celebrare la Pasqua del Signore nel sacramento della Nuova Alleanza.

Spiritualità eucaristica
In una lettera pastorale, è ovvio, non possono essere trattate tutte le questioni e le problematiche inerenti. In quest’ultimo capitolo ho cercato, in tutta semplicità di abbozzare una possibile spiritualità eucaristica della coppia e della famiglia, e ho mostrato quanto concreto possa essere il suo riferimento alla vita quotidiana e quanto feconda possa rivelarsi nel realizzare tra i coniugi l’amore vero.
La spiritualità eucaristica non è solo per la coppia, ma si rivela una efficace scuola di vita per tutta la famiglia. Il cammino di santificazione quotidiana dei coniugi, vissuta alla luce dell’Eucaristia, rivela la sua parte più bella e impegnativa nel compito educativo della prole . Secondo la spiritualità eucaristica, educare non è dare qualcosa, ma come abbiamo più volte ripetuto, è dare se stessi, il proprio essere, la propria umanità, mentre si riceve l’essere dell’altro. Educare, alla luce dell’Eucaristia, è nutrire l’altro del nostro amore.
Quale educazione dunque può impartire quella famiglia che sceglie di conformare la propria vita coniugale e familiare all’Eucaristia! Il compito della famiglia diventa così quello di eucaristicizzare la vita di ogni suo componente: così essa insegna a considerare la persona come dono da accogliere ed amare per se stessa, educa alla comunione tra le persone e le generazioni, al perdono, alla vita sociale come impegno a costruire la civiltà dell’amore, fondata sulla pari dignità uomo-donna.
In una famiglia che vive così, l’esperienza del Dio amore è concreta, a tal punto da rivivere quasi l’esperienza del cenacolo: la famiglia impara a vivere la comunione, a pregare insieme, a mettere tutto in comune. L’immagine del cenacolo rende davvero plasticamente l’idea della famiglia sposa di Cristo. Lì nel cenacolo la famiglia, ogni membro di essa, vive la più intima comunione con Cristo, una comunione non chiusa, ma aperta, come quella sperimentata dalla primitiva comunità cristiana il giorno di Pentecoste allorquando le porte e le finestre si spalancarono ed essi senza paura annunziarono la risurrezione di Cristo. Così la famiglia, che ha fatto esperienza del Dio Amore, esce dalla casa e va verso tutti, non come singoli, ma come coppia, marito e moglie, e come famiglia, genitori e figli.
Allora la vita della famiglia diventa una messa: “Andate…” , nella quale si sperimenta la gioia, la comunione, la missione, l’annuncio, in una parola l’urgenza di effondere nel cuore di tutti l’amore sponsale, santificante, vivificante e salvifico di Cristo, che è dono dello Spirito Santo.
I Vescovi italiani recentemente hanno affermato. “Molto si è fatto in questi anni per riscoprire la sublime teologia del Matrimonio e per valorizzare la spiritualità di questo stato di vita. Ma crediamo che sarà dalla viva e convincente testimonianza di vita dei laici coniugati e dei genitori che il Vangelo della vita, dell’amore, della fecondità farà presa nel mondo che cambia. Su questo terreno, grandi e provvidenziali sono i compiti dei laici nella situazione odierna e prossima” .
 

CONCLUSIONE
 

Carissimi,
Chiamati da Dio ad essere i suoi collaboratori nell’opera salvifica, oggi avvertiamo indilazionabile il bisogno di rinnovamento della Chiesa e della società, sollecitato dal Concilio Ecumenico Vaticano II.
Sappiamo bene che l’autentica novità sta nell’insondabile ricchezza della verità del Vangelo e, perciò, ci siamo responsabilmente impegnati nella nuova evangelizzazione e catechesi.
Come primo luogo privilegiato dell’evangelizzazione e della Catechesi abbiamo naturalmente individuato la Parrocchia.
Nella linea della continuità, per il prossimo anno pastorale sarà la Famiglia il luogo privilegiato dell’evangelizzazione e catechesi, così come nell’anno successivo sarà la Scuola.
Perciò, con particolare attenzione, guarderemo alla famiglia non solo come oggetto di evangelizzazione, ma come ho chiaramente premesso, quale soggetto di evangelizzazione.
Alla luce del Vangelo e dell’insegnamento del Magistero della Chiesa, come è accennato nella presente lettera, ne riscopriremo l’identità e la missione.
Con l’umiltà del nostro servizio pastorale, ci adopereremo comunitariamente ad aiutare la famiglia ad essere sempre più ciò che deve essere, come si augurava Giovanni Paolo II, perché assurga all’indispensabile ruolo di farsi promotrice della civiltà dell’amore.
La famiglia, infatti, è una comunità d’amore, voluta da Dio ad immagine della comunità triadica.
Essa è icona della trinità. “La famiglia, che prende inizio dall’amore dell’uomo e della donna, scaturisce radicalmente dal mistero di Dio... il ‘Noi’ divino costituisce il modello eterno del ‘noi’ umano” (LF, n. 68). Scaturisce dal mistero trinitario. Riflette il mistero trinitario. È modellata sul mistero trinitario.
La famiglia cristiana, dunque, sarà sempre più pari a se stessa in misura in cui rifrange lo splendore della famiglia di Dio.
Questo compito è sublime, ma, a volte, può sembrare difficile o impossibile. Per aiutare le nostre famiglie cristiane, volentieri indico come modello in cui attingere ispirazione sicura la famiglia di Nazareth, che, tra le famiglie umane, è la più fedele immagine della famiglia trinitaria.
E proprio a conclusione, voglio attingere in essa le motivazioni dell’augurio sincero che intendo rivolgere a tutti i membri della comunità domestica. Padri siate come Giuseppe, l’uomo giusto, e sarete uomini veri, mariti esemplari, padri modelli. Mamme, come Maria siate altrettante madonne, ricche di vita, di grazia e carità e sarete scaturigine di unità, gioia e serenità per le famiglie. Figli, come Gesù quando aveva la vostra medesima età, crescete in età sapienza e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini, forti, sani e belli, e sarete gli uomini nuovi per la nuova società che vogliamo.
La famiglia cristiana sarà così davvero la cellula viva dell’umanità risanata.

Catanzaro, 16 luglio 2005, Solennità di San Vitaliano
 


+ Antonio Ciliberti, Arcivescovo
 


Appendice

LA FAMIGLIA MARTIN

Introducendo la Lettera, ho preannunziato un modello di famiglia cristiana che concretamente ha vissuto il matrimonio come vero ed autentico servizio ecclesiale, preparando il cuore e l’intelligenza dei figli, affinché potesse germogliarvi e crescere la fede.
Questa famiglia risponde al nome di Martin, la famiglia della nota Santa Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo, meglio conosciuta come Santa Teresa di Lisieux.
Ciò che immediatamente risalta della famiglia Martin, leggendo “Storia di un’anima”, è l’esempio dato dai genitori che si amano in piena armonia e che hanno in comune l’obiettivo della santità. Esempio in tutto, anche nella pietà: la messa ogni mattina e alla domenica con tutta la famiglia, la preghiera familiare quotidiana, genitori e figli.
I rispettivi ruoli nei confronti dei figli sono ben distinti: l’autorità del padre consente alla madre di essere affettuosa, ma allo stesso tempo ferma, sapendo che suo marito la sosterrà.
Il ricordo che i figli serberanno dei loro genitori sarà sempre bellissimo. Famosa è la frase di Teresa: “Il buon Dio mi ha dato un padre e una madre più degni del Cielo che della terra. Ho avuto la felicità di appartenere a genitori senza eguali”. “Dio mi ha fatto nascere in una terra santa…(intendendo con “terra santa” la sua famiglia)”.
I coniugi Martin hanno vissuto pienamente il loro tempo, quel XIX secolo che vide avanzare l’idea di “organizzare un mondo senza Dio” ad opera di quel laicismo che tendeva alla secolarizzazione radicale della vita attraverso una scristianizzazione della società.
In questo contesto non favorevole alla fede, i coniugi Martin prepararono ai figli un focolare adatto a custodire e a far crescere i germogli delle loro vite.

Zelia Guérin
Quando s’incontrarono per la prima volta, si sentirono intimamente destinati l’uno all’altra. Confiderà Zelia alle figlie che, incrociando quello che sarebbe diventato il loro papà, avvertì nel cuore una voce che le diceva: “È lui che io ho preparato per te”.
Zelia Guérin visse le sue maternità, anche quelle più difficili, come preghiera e grazia. Ella domandava al buon Dio il dono della maternità che accoglieva con riconoscenza, prendendosi, poi, affettuosa cura della prole. È significativo quanto la stessa scrive alla figlia Paolina, quattordicenne, riguardo alle circostanze del suo concepimento: “Non ho mai dimenticato l’8 dicembre 1860 in cui ho pregato la nostra Madre del cielo di darmi una piccola Paolina, ma non ci posso pensare senza ridere perché ero assolutamente come una bambina che chiede una bambola a sua madre” . Paolina nasceva esattamente il 7 dicembre 1861. Coincidenze, fatalità, o piuttosto una preghiera esaudita?
Nella stessa lettera troviamo la parola chiave di tutta la vicenda storica della famiglia Martin: la santità. “Quest’anno andrò ancora a trovare la Vergine Santa…, ma non domanderò più figliolette; la pregherò che quelle che mi ha dato siano tutte sante e che, quanto a me, le possa seguire da vicino, ma bisogna che siano molto migliori di me!”.
“Voglio diventare una santa – scriveva – ma ciò non sarà facile, vi è molto da sgrossare, e il legno è duro come una pietra. Bisognava mettercisi prima, mentre era meno difficile, ma meglio tardi che mai” .
In realtà le sue opere più luminose consistevano nel vivere in pienezza la sua vocazione materna. Opera che riusciva ad esercitare senza mai venir meno, nonostante le molteplici occupazioni tentassero di assorbirla, soprattutto quella del laboratorio di ricamo che andava tra alti e bassi.
Il Signore ha dato a questa famiglia, unitamente alla gioia della nascita dei figli, anche di sperimentare il dolore della loro morte. Zelia affrontò nove gravidanze, dando alla luce due maschietti e sette femminuccie. I due maschietti e una femminuccia morirono entro il primo anno di vita. Un’altra femminuccia, Elena, mori all’età di cinque anni.
Ecco quanto la stessa Zelia racconta circa la morte della figlia Elena: “Mi ha detto (il Dottore) che la bambina ha una febbre catarrale con un polmone congestionato, che era in gravissimo pericolo... Ho passato la notte presso di lei, notte pessima... Poi verso le dieci meno un quarto mi ha detto: ‘Sì, presto guarirò, sì, subito...’. Nello stesso momento, mentre la sostenevo, la sua testolina è caduta sulla spalla, i suoi occhi si sono chiusi e, cinque minuti dopo, non viveva più … Questo mi ha fatto un’impressione che non dimenticherò mai; non mi aspettavo quella brusca fine e nemmeno mio marito. Quando è rientrato e ha veduto la sua povera figlioletta morta si è messo a singhiozzare esclamando: ‘Mia piccola Elena, mia piccola Elena!’. Poi insieme l’abbiamo offerta al Signore” .
Vedere morire un proprio figlio è un’esperienza dolorosissima, ma ciò che ha reso Luigi Martin e sua moglie genitori esemplari fu proprio questa “offerta”, questo riconsegnare coscientemente la figlia, alla quale avevano dato la vita in nome del Creatore, nelle mani paterne di Dio. Ciò non significa dimenticare o soffrire meno, ma continuare a credere nella vita donata ai figli.
Alla stessa non mancò l’esperienza di una figlia ribelle, Leonia, che passava da slanci di esagerata generosità a inconcepibili moti di testardaggine. I giudizi di Zelia su questa figlia sono a volte duri, ma per questa lei offrì ogni pena, ogni sofferenza, ogni preghiera, purché Dio ne facesse una santa.
Con perseveranza attendeva all’educazione di questa figlia, profittando di ogni momento opportuno per penetrare il suo cuore. La sua azione educativa si fondava sulla forza dell’amore: “Leonia è meno privilegiata di voi per doni di natura, tuttavia ha un cuore che chiede di amare e di essere amato, e soltanto una madre è in grado di testimoniarle ogni momento l’affetto di cui ha bisogno” . Un amore capace di farsi sacrificio perché l’altro viva: “Se non occorresse che il sacrificio della mia vita perché ella diventi una santa, lo farei di buon animo” . È questa una forma alta di carità.
L’opera produrrà i suoi frutti, anche se la piena riuscita si avrà vent’anni più tardi: “Ha cominciato a dimostrarmi uno affetto che cresce incessantemente. Non mi può più lasciare, arriva perfino a confidarmi i suoi pensieri più segreti, il timore e l’amore di Dio penetrano a poco a poco nel suo cuore.” .
La vita le riservò anche l’esperienza di un male incurabile: un tumore fibroso alla mammella. Andrà da un dottore che le diagnosticherà il male e le sconsiglierà un’eventuale operazione chirurgica, prescrivendogli una cura che la stessa Zelia descrive con questi termini: “Mi ha proposto una ricetta. Gli ho detto: ‘A che servirà?’. Mi ha guardata e ha replicato: ‘A nulla, è per far piacere ai malati…’” .
Dopo una lunga agonia, rese la sua anima a Dio all’alba del 28 agosto 1877. Le ultime parole scritte da Lei furono: “Se la Santa Vergine non mi guarisce è perché il mio tempo è finito e il buon Dio vuole che mi riposi altrove che sulla terra” .

Luigi Martin
Zelia scrivendo del marito così si esprimeva: “Luigi mi rende la vita dolce. È veramente un santo, mio marito, ne auguro uno come lui a ogni donna” .
Alla morte della moglie lo stesso signore Martin abbandonò il suo mondo per dedicarsi interamente alla cura delle figlie, compiendo non solo il ruolo di padre ma anche quello di madre. Si trasferì così a Lisieux dove vivevano alcuni parenti, in particolare una zia che poteva in parte colmare l’assenza della madre.
La giornata di questa famiglia iniziava con l’atto di affidamento secondo l’insegnamento della mamma, ripetendo la formula appresa dalle sue labbra: “Mio Dio ti offro il mio cuore, prendilo, se vuoi, in modo che nessun altro lo possegga, ma soltanto Tu, mio buon Gesù”. E cosi Teresa ricorda che Paolina, la sorella maggiore, di ritorno dalla Messa, svegliandola le domandava se aveva offerto a Dio il suo cuore.
A casa Martin si viveva una liturgia domestica. Soprattutto la domenica era vissuta come la “festa del Buon Dio”. Anche gli atti esteriori manifestavano la particolarità di questo giorno. Il cuore di tale giornata speciale era la partecipazione alla Messa solenne, durante la quale Teresa amava guardare il volto del suo Papà, più che ascoltare le parole del predicatore: “Il suo bel volto mi diceva tante cose! …pareva che già fosse staccato dalla terra, tanto l’anima sua sapeva immergersi nelle verità eterne” .
La preghiera comune serale chiudeva la giornata. A tal proposito Teresa annota: “Mi bastava guardarlo – riferendosi al papà – per sapere come pregano i santi!” .
Anche il Martin non fu risparmiato in nulla. Alla morte dei figli, alla malattia e alla morte della moglie, dovette aggiungere il naturale abbandono delle figlie che seguivano la propria vocazione e la malattia che lo accompagnerà fino alla morte.
Partecipò alla vocazione delle figlie con intima gioia, anche se non mancò una profonda sofferenza rassegnata.
Racconta la figlia Maria: “Quando confidai a papà la mia grande decisione, egli sospirò udendo una tale novità! Era ben lontano dall’aspettarselo, perché niente faceva supporre il mio desiderio di diventare religiosa. Egli soffocò come un singhiozzo e mi disse: ‘Ah ma senza di te...’. Non riuscì a terminare. Gli dissi: ‘Celina è già abbastanza grande per prendere il mio posto; vedrai che tutto andrà bene’. Allora il mio povero caro papà mi disse: ‘Il buon Dio non poteva domandarmi un sacrificio più grande”.
Durante una delle tante visite al Monastero, dove si recava per incontrare le figlie, confidò di essersi offerto al Signore dicendogli: “Voglio soffrire qualcosa per Te”.
In seguito fu colpito dalla demenza, resa ancor più amara nei momenti di lucidità da un forte sentimento di umiliazione. Nitido, però, sullo sfondo appariva il mistero della croce.
Il martirio del padre fu anche il martirio delle figlie. Infatti, in città, e anche nel monastero, si diceva che si era ammalato perché le sue figlie lo avevano abbandonato. Scriverà più tardi Teresa: “I tre anni della malattia di papà furono i più fruttuosi di tutta la nostra vita, non li cambierei con tutte le estasi e tutte le rivelazioni dei santi, il mio cuore trabocca di riconoscenza pensando a un tale inestimabile tesoro” .
Dimesso dall’ospedale, lo condussero al monastero per incontrare le figlie. Sarebbe stata l’ultima visita. Al termine, gli dissero “Arrivederci”; alzando gli occhi col dito indicò in alto e con fatica sillabò: “In Cielo”.
Luigi Martin, morì il 29 luglio 1894. Santa Teresa compose una poesia intitolata “Preghiera della figlia di un Santo”, nella quale gli raccomanda se stessa e tutte le sorelle.

Prole amata
All’interno di questo normale spaccato di vita familiare si inseriscono tutti gli atteggiamenti che dai genitori si riverberano sui figli
Prima di ogni altra cosa la santità. Anche per le figlie l’obiettivo è chiaro. Anche se è vero che delle cinque figlie, quattro vestiranno l’abito carmelitano e una quello delle visitandine, tutte vengono orientate a seguire “la vocazione che Dio ispirerà”, come abbiamo veduto per Maria: “Era ben lontano dall’aspettarselo, perché niente faceva supporre il mio desiderio di diventare religiosa”.
La famiglia Martin, l’ho già detto, vive in un contesto ostile alla fede, che rende difficile l’osservanza dei principi cristiani. Da qui la necessità, avvertita dai genitori, di proteggere le figlie: amicizie, scuola, letture sono scelte con cura, perché loro non sanno distinguere il bene dal male, e dunque devono essere guidate ed educate.
Nella famiglia vige un’ascesi adattata e spontanea: regolarità, puntualità, ordine, rispetto, lotta contro i difetti e l’orgoglio, fedeltà alle piccole cose, fermezza nelle decisioni prese insieme. Tutto ciò aiuta a sviluppare la fiducia nei genitori, evitando ogni chiusura dei figli in se stessi.
Come la stessa Teresa ci racconta: l’educazione che le viene impartita è allo stesso tempo severa e dolce. Tutti ponevano ogni attenzione a che nulla potesse appannare l’innocenza di Teresa, ma “soprattutto – come la stessa Santa scrive – a non lasciarmi udire nessuna parola capace di farmi scivolare nel cuore la vanità”.
Una sana vita morale, necessita che Dio sia presente allo spirito dei figli; occorre dunque parlar loro di Dio, abituarli a pregare e ad aver fiducia in Lui.
Da santa Teresa sappiamo che la preghiera fatta con i bambini è molto vicina al mondo spirituale: Gesù, gli angeli, i santi, i fratellini che sono morti e che vengono invocati.
Nella famiglia Martin, un posto speciale è occupato dalla devozione alla Vergine. Quanto sono belle le poesia che Teresa scrive sulla Vergine, la quale si manifesterà a Lei con un sorriso che non dimenticherà mai, con cui la guarirà da una malattia misteriosa.
L’educazione religiosa, quando è autentica, tende a concretizzarsi nella carità. E nella famiglia Martin, fin dalla più tenera età, si educavano le figlie alla pia pratica delle elemosine e a prendersi cura dei vicini più bisognosi.
Bisogna, inoltre, ricordare la coesione e l’armonia delle sorelle e la reciproca carità; sono imbarcati nella stessa avventura per tutta la vita. Ciò che non hanno potuto realizzare i genitori, lo faranno le sorelle. È così per la questione di Leonia, che troverà – come anticipato – una soluzione ammirevole prima con l’aiuto di Celina e poi con quello di Teresa. Leonia riuscirà a realizzare la sua vocazione religiosa. Morirà in tarda età, venerata come una santa per l’umiltà, la dolcezza e la dedizione a Dio.
Riassumendo, l’esempio dato, la protezione dei figli, la scelta di un buon insegnamento, la fedeltà alle piccole cose, l’educazione alla vita liturgica, l’amore a Gesù Eucaristia, la devozione alla Vergine, la carità fraterna, ecco come i Martin hanno vissuto, confidando nell’aiuto di Dio, specie nei loro insuccessi. È questo il clima che consente a Dio di agire, sono queste le condizioni che hanno determinato la riuscita di questa famiglia esemplare.
  Statistiche sito,contatore visite, counter web invisibile