Antonio Ciliberti

Arcivescovo Metropolita di Catanzaro-Squillace

 

DEUS CARITAS EST

 

La Carità strumento privilegiato di evangelizzazione

 

LETTERA

per l’Anno Pastorale 2008-2009

 

INTRODUZIONE

 

Deus Caritas est. Con queste parole della prima lettera di San Giovanni è espresso l’apice della rivelazione cristiana. Grazie al mistero di incarnazione, passione, morte, risurrezione e ascensione al cielo del Figlio di Dio e all’effusione dello Spirito Santo, il giorno di Pentecoste, noi abbiamo potuto riconoscere l’amore che Dio ha per noi (Gv 4,16).

È sempre bene ricordare che all’inizio del cristianesimo non c’è un’ idea, né una dottrina, ma una Persona e un evento storico concreto: l’Amore preveniente del Padre che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

La Sacra Scrittura, in ogni sua pagina, rivela e testimonia questo Amore di Dio per l’uomo. Egli ha sempre agito per amore, è solo in questo amore stanno i motivi del suo operare a favore dell’uomo.

L’amore è il nucleo fondamentale di tutta la Sacra Scrittura, sia del Nuovo che dell’Antico Testamento. Infatti, il cuore della fede israelitica è espresso nello shemà Israel: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo.  Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,4-5). Tale nucleo è ripreso nei vangeli dallo stesso Gesù, il quale, interrogato su quale fosse il primo di tutti i comandamenti, rispose proprio ricordando le parole del libro del Deuteronomio (cfr. Mc 12,30). La novità del Nuovo Testamento sta nel fatto che al primo dei comandamenti Gesù associa l’amore per il prossimo: “E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mc 12,31), che riprende Levitico 19,18. Inoltre, per Gesù l’altra novità risiede nel fatto che questi due comandamenti sono indissolubilmente uniti. Infatti conclude dicendo: “Non c’è altro comandamento più importante di questi” (Mc 12,31). L’indissolubile legame dei due comandamenti è confermato anche dalle parole dello scriba che risponde a sua volta: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici” (Mc 12,32-33).

La novità del Nuovo Testamento, poi, è anche data dalla modalità con cui siamo chiamati ad amare. Nel contesto dell’ultima cena Gesù dona ai suoi discepoli il comandamento nuovo: “Che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). Cristo è la misura dell’amore per il cristiano. Egli è chiamato ad amare come Cristo, ad amare rimanendo nel suo amore e si rimane nel suo amore rimanendo nei suoi comandamenti. È capace di amare come Cristo solo chi vive nella sua Parola e della sua Parola.

Potremmo domandarci perché Dio ama così tanto l’uomo, quale è il motivo di questo amore? A tale domanda non si può dare altra risponda: il motivo dell’amore di Dio risiede solo nel suo essere Amore. Dio ama perché è Amore eterno e infinito.

Pertanto, ripercorrendo le tappe fondamentali attraverso cui questo mistero di Amore si è realizzato, rifletteremo anzitutto sull’Amore che è Dio. Poi, cercheremo di riflettere in maniera concreta come questo Amore, che Dio ha riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo (cfr Rm 5,5), deve essere vissuto nel duplice modo di amore verso Dio e verso il prossimo. È ovvio che il termine “prossimo” ha contemporaneamente i contorni dell’universale, l’uomo, e del particolare, questo uomo, qui ed ora. Un amore che per essere come quello di Cristo non deve escludere nessuno, ma includere tutti gli uomini: vicini e lontani, cristiani e non, credenti e non, praticanti e non, santi e peccatori, ricchi e poveri, uomini e donne di ogni razza, popolo e nazione.

  

PARTE Iª

 

L’AMORE PREVENIENTE

DI DIO

 

CREATI PER AMORE

 

In tutta la Sacra Scrittura Dio si rivela come Amore. Come dicevamo, Egli opera solo per amore.

Questo dato la Sacra Scrittura lo esprime già a livello letterario. Infatti, il termine caritas, che traduce la parola greca àgape, non è una novità neotestamentaria. Il suo uso è attestato già nell’Antico Testamento, precisamente nel libro del Cantico dei cantici. In questo libro, si fa uso di due diversi termini per indicare l’amore: “dodim” e “ahaba”. Il primo termine esprime un amore ancora insicuro, indeciso, indeterminato. Il secondo, che nella Bibbia dei LXX viene tradotto con àgape, in opposizione al primo termine, significa “l’espressione dell’amore che diventa ora veramente scoperta dell’altro, superando il carattere egoistico prima chiaramente dominante. Adesso l’amore diventa cura dell’altro e per l’altro. Non cerca più se stesso … cerca invece il bene dell’amato: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca” (DCE n. 6).

La Caritas divina, questo Amore totalizzante di Dio per l’uomo, è testimoniata in ogni pagina della Sacra Scrittura. Anzi , fin dalla creazione Dio si rivela come Amore. Infatti, se ci ponessimo la domanda: perché Dio crea?, non avremmo altra risposta: perché ama l’uomo, perché vuole comunicare il suo Amore.

Dio mostra tutto il suo Amore per l’uomo già nella deliberazione: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (Gn 1,26). Creando l’uomo, il Signore, non ha fatto solo una creatura, ma ha fatto una creatura a sua immagine e somiglianza, un essere personale, capace di corrispondere al suo Amore divino. Non solo Dio ha creato l’uomo, ma per lui ha creato il cielo e la terra, con le sue piante e i suoi animali.

Tutto ciò è messo in evidenza con maggior risalto dal secondo racconto della creazione, dove è rivelato che: “Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata - perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare tutto il suolo” (Gn 2,4-6). È a questo punto che Dio plasma l’uomo con la polvere del suolo e soffia nelle sue narici un alito di vita e l’uomo diviene un essere vivente (cfr Gn 2,7).

Per quest’uomo Dio pianta un giardino in Eden e lo colloca in esso. Sempre per l’uomo, nel giardino Dio fa germogliare “dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare” (Gn 2,9). Va precisato che Dio non crea l’uomo per il giardino, ma il giardino per l’uomo; l’espressione “perché lo coltivasse e lo custodisse” significa che l’uomo è reso partecipe dell’azione creatrice di Dio, è da Dio considerato suo collaboratore.

Inoltre, il termine giardino non significa solo un luogo fisico-giografico, ma anzitutto esprime un senso religioso: è figura del legame intimo dell’uomo con Dio. Esprime comunione, prossimità, intimità, unione.

Ma Dio che desidera sempre il bene dell’uomo e per questo si prende cura di lui, si avvede, usando un linguaggio antropomorfico, della solitudine dell’uomo: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile” (Gn 2,18). Sempre per il bene della sua creatura Dio, dapprima crea gli animali, che come l’uomo sono plasmati con la polvere del suolo, senza però soffiarvi in essi l’alito di vita: gli animali non sono esseri viventi, nel senso di esseri personali, capaci di corrispondere all’amore. Sta qui il motivo per cui l’uomo non trova tra gli animali un aiuto che gli fosse simile, un qualcuno con cui istaurare un rapporto di reciprocità.

Tale relazione di reciprocità l’uomo la trova allorquando Dio gli conduce la donna creata dalla sua stessa costola; è allora che esclama: “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa, perché dall’uomo è stata tolta (Gn 2,23). L’uomo che dinanzi agli animali aveva scoperto la sua differenza come persona, dinanzi alla donna scopre la sua reciprocità, la capacità di dare amore e di riceverlo da una creatura simile a lui. Qui si manifesta l’essere a immagine e somiglianza di Dio.

“La solitudine dell’uomo – scriveva Giovanni Paolo II – nel racconto jahvista, ci si presenta non soltanto come la prima scoperta della caratteristica trascendenza propria della persona, ma anche come scoperta di un’adeguata relazione ‘alla persona’, e quindi come apertura e attesa di una ‘comunione delle persone’”. E più avanti, continuando, scriveva: “In questo modo, il racconto jahvista si accorda con il contenuto del primo racconto. Se, viceversa, vogliamo ricavare anche dal racconto del testo jahvista il concetto di ‘immagine di Dio’, possiamo allora dedurre che l’uomo è divenuto immagine e somiglianza di Dio non soltanto attraverso la propria umanità, ma anche attraverso la comunione delle persone, che l’uomo e la donna formano sin dall’inizio. La funzione dell’immagine è quella di rispecchiare colui che è il modello, riprodurre il proprio prototipo. L’uomo diventa immagine di Dio non tanto nell’atto della solitudine, quanto nell’atto della comunione. Egli, infatti, è fin ‘da principio’ non soltanto immagine in cui si rispecchia la solitudine di un Essere che regge il mondo, ma anche, essenzialmente, immagine di una imperscrutabile divina comunione di Persone”.

Da quanto scritto fin qui si intravede chiaramente che nel creare Dio non “fa” semplicemente un’opera, ma ama nel senso più pieno del termine. È il suo Amore che è creativo; anzi la sua è una creazione continua, perché il suo Amore è continuo, e la creazione è un cammino di perfezione in perfezione proprio perché l’Amore divino si dona con gradualità alla sua creatura.

Ma è proprio dall’interno di questa esperienza di amore, dove l’uomo prende coscienza che il suo essere e il suo esistere è da Do, che avviene lo scacco, l’esperienza del suo limite creaturale: il suo non corrispondere all’Amore. Infatti, Dio nel porre l’uomo nel giardino gli aveva donato un comando: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti” (Gn 2,16-17).

Il comando esprime l’invito a riconoscersi dipendenti dall’amore di Dio, vero bene dell’uomo. La sua trasgressione invece manifesta la volontà di volersi fare a prescindere da questo Amore. Ma è proprio in questo “prescindere” che l’umanità sperimenta la sua morte, il non senso dell’essere e dell’esistere.

 

 

“In principio…”

 

Per comprendere il dopo del peccato, bisogna, però, comprendere il prima, il “principio” della creazione, il tempo vissuto in comunione con Dio nel suo Amore stabile.

Prima del peccato la Sacra Scrittura afferma: “Tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna” (Gn 2,25). Dopo il peccato è scritto: “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi” (Gn 3,7). Bisogna domandarsi che senso ha questa nudità prima del peccato? Significa che prima non sapevano di essere nudi e non vedevano reciprocamente la loro nudità? Ovviamente il problema non consiste nel semplice passaggio dal non conoscere al conoscere, ma di un radicale cambiamento del significato della nudità originaria.

Il cambiamento del significato della nudità è legato alla comparsa della vergogna. Prima del peccato l’espressione “non ne provavano vergogna” indica una pienezza di coscienza e di esperienza, mentre al contrario dopo il peccato l’espressione “si accorsero di essere nudi” indica la perdita di quella pienezza originaria. Ma viene spontaneo porsi la domanda: in cosa consisteva questa pienezza di coscienza e di esperienza originaria?

È ovvio che per rispondere a questa domanda bisogna scendere nell’intimo dell’uomo, nella profondità più recondita del cuor umano. “Infatti, – scrive Giovanni Paolo II – è con la dimensione dell’interiorità umana che bisogna spiegare e misurare quella particolare pienezza della comunicazione interpersonale, grazie alla quale uomo e donna ‘erano nudi ma non ne provavano vergogna”1.

Più avanti, continuando, scrive: “Il concetto di ‘comunicazione’, nel nostro linguaggio convenzionale, è stato pressoché alienato dalla sua più profonda, originaria matrice semantica. Esso viene legato soprattutto alla sfera dei mezzi, e cioè, in massima parte, ai prodotti che servono per l’intesa, lo scambio, l’avvicinamento. Invece è lecito supporre che, nel suo significato originario e più profondo, la ‘comunicazione’ era ed è direttamente connessa a soggetti, che ‘comunicano’ appunto in base alla ‘comune unione’ esistente tra di loro, sia per raggiungere sia per esprimere una realtà che è propria  e pertinente soltanto alla sfera dei soggetti-persone”2, che comunichino tra loro come communio personarum. “In tale rapporto, le parole ‘non provavano vergogna’ possono significare  soltanto una originale profondità nell’affermare ciò che è inerente alla persona, ciò che è ‘visibilmente femminile e maschile, attraverso cui si costituisce l’’intimità personale’ della reciproca comunicazione in tutta la sua radicale semplicità e purezza. A questa pienezza di percezione ‘esteriore’ espressa mediante la nudità fisica, corrisponde l’’interiore’ pienezza della visione dell’uomo in Dio, cioè secondo la misura dell’’immagine di Dio’”3.

Se la nudità originaria significa questa pienezza di visione in Dio, possiamo affermare che l’uomo nello stato originario era capace di cogliere, non solo il mondo e le cose create, ma soprattutto se stesso e l’aiuto simile secondo la visione dello stesso Creatore, immagine e somiglianza di Dio. In questa visione intradivina l’uomo scopre il suo essere “donazione”: egli è dono di Dio dal nulla.

 

 

…dono reciproco

 

Tale dimensione antropologica costitutiva dell’uomo trova riscontro in ambedue i racconti della creazione. Seguendo il secondo capitolo della Genesi, allorquando Dio afferma: “non è bene che l’uomo sia solo, gli voglio fare un aiuto simile”, Egli di fatto afferma che da “solo” l’uomo non realizza totalmente il suo essere. Lo realizza soltanto esistendo “con qualcuno” – ancor più profondamente esistendo “per qualcuno”. Le parole “solo” e “aiuto” indicano quanto fondamentale e costitutiva sia per l’uomo la relazione e la comunione delle persone. Infatti, la comunione delle persone suppone il vivere in un reciproco “per”, in una relazione di reciproco dono. E questa relazione è, appunto, il compimento della solitudine originaria dell’uomo.

Ma il vivere la dimensione antropologica del dono richiede l’essere creati liberi: liberi della stessa libertà del dono. Infatti, per poter rimanere nel rapporto del ‘dono sincero di sé’ e per diventare un tale dono l’uno per l’altro, attraverso tutta la loro umanità fatta di femminilità e di mascolinità, essi debbono essere liberi proprio in questo modo. Intendiamo qui la libertà soprattutto come autodeterminazione di se stessi. Sotto questo aspetto, essa è indispensabile perché l’uomo possa “dare se stesso”, perché possa diventare dono, perché possa “ritrovarsi pienamente” attraverso il “dono sincero di sé”.

“Se, come abbiamo constatato, alla radice della nudità c’è l’interiore libertà del dono – dono disinteressato di se stessi – proprio quel dono permette ad ambedue, uomo e donna, di ritrovarsi reciprocamente, in quanto il Creatore ha voluto ciascuno di loro “per se stesso”. Così l’uomo nel primo incontro beatificante, ritrova la donna, ed essa ritrova lui. In questo modo egli accoglie interiormente lei; l’accoglie così come essa è voluta “per se stessa” dal Creatore, come è costituita nel mistero dell’immagine di Dio attraverso la femminilità; e, reciprocamente, essa accoglie lui nello stesso modo, come egli è voluto “per se stesso” dal Creatore,”4.

Questa dialettica del dono testimonia il radicamento della creazione nell’Amore, solo perché voluta “per se stessa” la creatura è capace di “sincero dono di sé” all’altro e di accoglienza del dono dell’altro. L’espressione “non ne provavano vergogna” significa che alla base del dono reciproco vi è l’innocenza del cuore: la volontà umana è originariamente innocente e, in questo modo, è facilitata la reciprocità e lo scambio del dono della persona. L’innocenza interiore, cioè la rettitudine di intenzione, nello scambio del dono consiste nella reciproca accettazione dell’altro, tale da corrispondere all’essenza stessa del dono; in questo modo, la donazione vicendevole crea la comunione delle persone. Si tratta di accogliere l’altro essere umano e di accettarlo, proprio perché in questa mutua relazione, di cui parla la Genesi, l’uomo e la donna diventano l’uno per l’altro.

Questo ci permette di giungere alla conclusione che lo scambio di dono, nel quale è coinvolta tutta la loro umanità, anima e corpo, si realizza conservando la caratteristica interiore della donazione di sé e dell’accettazione dell’altro come dono. Queste due funzioni del mutuo scambio sono profondamente connesse in tutto il processo del “dono di sé”: il donare e l’accettare il dono si compenetrano, così che lo stesso donare diventa accettare, e l’accettare si trasforma in dono.

Nel mistero della creazione, l’uomo e la donna sono stati “donati” dal Creatore, in modo particolare l’uno all’altro, e ciò non soltanto nella dimensione di quella prima coppia umana e di quella prima comunione di persone, ma in tutta la prospettiva dell’esistenza del genere umano e della famiglia umana.

L’uomo e la donna, dopo il peccato originale, perderanno la grazia dell’innocenza originaria, si vedranno nudi, non più immagine di Dio, non più secondo la visione di Dio, e quindi saranno guidati non dalla dimensione trascendente del dono, ma dall’istinto, dal dominio, dal percepirsi l’uno contro l’altro. In tutto questo però resterà all’uomo l’impegno dell’ethos del dono, iscritto in maniera indelebile nel profondo del cuore umano, quasi come eco lontana dell’innocenza originaria.

Concludendo questa prima parte, possiamo affermare che l’umanità, creata maschio e femmina a immagine di Dio, fin dalla sua origine è chiamata a riprodurre, proprio per realizzare la sua essenza, la stessa vita intradivina che è Comunione di persone, Amore donato e accolto, unità sostanziale, piena donazione reciproca. Dio, Amore che si dona, chiama l’uomo ad essere amore donato e accettato. L’amore che deve vivere l’uomo è come quello divino: amore che non esclude ma anzi coinvolge tutti, non fa parzialità ma tutti accetta, non solo per alcuni ma per ogni creatura.

 

IL PECCATO:

NEGAZIONE DELL’AMORE

 

Dalla creazione, opera onnipotente e vivificante dell’Amore, l’uomo è scaturito non solo come una creatura voluta dall’Amore, ma lui stesso incarnazione dell’amore, in quanto fatto a immagine e somiglianza di Dio.

Questo uomo ha la sua pienezza di essere  nella comunione delle persone, vivendo l’uno per l’altro nella reciprocità del dono, come la Santissima Trinità. Tutto ciò abbiamo contemplato nel racconto della creazione, dove l’umanità si presenta costitutivamente come comunione di persone, dove ciascuno vede se stesso e l’altro come puro dono di Dio, e ciascuno ritrova se stesso nella relazione con l’altro.

Questo progetto scaturito dall’Amore divino è stato alterato dalla disobbedienza dell’uomo. Infatti, l’avverbio “allora”, riportato in Genesi 3,7 “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi”, indica un nuovo momento, una nuova situazione, conseguente alla rottura della prima Alleanza.

L’uomo e la donna, dopo aver mangiato del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male “si accorsero di essere nudi”, cioè furono privati di quella piena visione di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo. All’esperienza dell’innocenza originaria subentra un’esperienza sporcata dal peccato che falsa ogni relazione. La relazione con Dio passa dalla serena familiarità alla paura e al nascondimento: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto” (Gn 3,10). La relazione con la donna passa dall’entusiastico “carne della mia carne…”, che esprime l’accoglienza della stessa come dono di Dio, creatura che gli sta di fronte come essere uguale a lui, alla “donna che tu mi hai posto accanto” (Gn 3, 12). La relazione originaria fatta di dono, di reciprocità e di gratuità, diventa una relazione governata dal dominio e dall’istinto: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Gn 3,16). Anche la relazione con il creato è turbata. La terra non produrrà spontaneamente i suoi frutti, ma solo con dolore e sudore egli ne trarrà cibo (cfr Gn 3,17-19).

 

 

Inaudita misericordia

 

Ma è proprio al termine di questa triste pagina che lo stupore pervade il cuore per l’agire di Dio: alla giustizia divina, espressa nelle pene inflitte, fa da controparte la sua misericordia, il suo perdono che è invito rivolto all’uomo peccatore, che ha rifiutato il progetto di Dio, per sollecitargli un ritorno. I castighi di Dio sono sempre pedagogici, tendono sempre a suscitare un ritorno dell’uomo a Dio. Di essi il Signore si serve per aiutare la sua creatura, la sola amata per se stessa, a prendere coscienza di quanto abbia perduto con il peccato.

Tutta la Sacra Scrittura è intessuta di questo canto dell’Amore misericordioso che sempre va in cerca dell’uomo, della pecorella smarrita, nonostante il suo peccato, il suo non corrispondere all’Amore. All’indifferenza della creatura Dio risponde con un amore sempre fedele e stabile, nel quale riecheggia l’Amore del “principio”5.

La Scrittura ci informa che, immediatamente dopo il castigo del peccato, Dio stesso provvide a fare tuniche di pelli e con queste vestì l’uomo e la donna (cfr. Gn 3,21), manifestando con ciò il fatto che l’uomo da solo non è capace di fare ritorno a Dio, gli occorre l’aiuto dello stesso Signore. Anche l’espressione “li vestì” non indica, come la nudità, solo un atto fisico, ma è da intendere come un nuovo tipo di visione ed esperienza: l’uomo pur ferito dal peccato può vedersi secondo Dio, secondo il progetto d’Amore del “principio” e collaborare con Lui per restaurarlo.

Si delinea già qui il tema dell’Alleanza, che altro non è che la continuazione del dialogo d’amore iniziato nella creazione, interrotto dal peccato, ripreso con l’elezione di Noè prima, di Abramo dopo e, infine, con Mosè ,di tutto il popolo di Israele. Infatti, è proprio nella storia di Israele che si rivela l’amore instancabile di Dio e si precisa qual è la risposta che egli si attende dal suo popolo, anche se troppe volte è negata.

Ciò che stupisce di questo dialogo d’amore che Dio instaura con il popolo di Israele, è l’affetto appassionato che il Signore nutre per esso. È, quello di Dio, un affetto in cui risuonano le caratteristiche dell’amore umano: ardore, tenerezza, fedeltà, ma anche gelosia, furore, ira quando l’amore è tradito.

Fedeltà di Dio e infedeltà dell’uomo

 

Per significare questo dialogo di amore tra Jhwh e il suo Popolo, la Sacra Scrittura si serve di immagini prese dalla vita quotidiana e che usa come simboli: il rapporto padre-figlio e quello sposa-sposo.

Riguardo al primo simbolo la scrittura ci rivela che Jhwh è padre perché ha formato il popolo d’Israele: “Non è lui il padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito?” (Dt32,6). È un Padre che manifesta una tenerezza che stupisce: “Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os 11,3-4). È l’amore incondizionato del Padre anche per i figli ingrati: “Udite, cieli; ascolta, terra, perché il Signore dice: «Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende” (Is 1,2-3). Ma Egli è Padre sempre pronto al perdono: “Non è forse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto? Infatti dopo averlo minacciato, me ne ricordo sempre più vivamente. Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza. Oracolo del Signore” (Ger 31,20).

Il simbolismo nuziale esprime anzitutto la gratuità dell’elezione da parte di Dio. Jhwh ha scelto Israele non per la sua grandezza, né per la sua potenza, ma anzi proprio per la sua povertà, per il suo essere considerato un nulla dagli altri popoli. Infatti il Profeta Ezechiele così tratteggia l’elezione d’Israele da parte di Dio: “ Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era l’età dell’amore; io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e divenisti mia. Ti lavai con acqua, ti ripulii del sangue e ti unsi con olio; ti vestii di ricami, ti calzai di pelle di tasso, ti cinsi il capo di bisso e ti ricoprii di seta; ti adornai di gioielli: ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo; misi al tuo naso un anello, orecchini agli orecchi e una splendida corona sul tuo capo. Così fosti adorna d’oro e d’argento; le tue vesti erano di bisso, di seta e ricami; fior di farina e miele e olio furono il tuo cibo; diventasti sempre più bella e giungesti fino ad esser regina. La tua fama si diffuse fra le genti per la tua bellezza, che era perfetta, per la gloria che io avevo posta in te, parola del Signore Dio (Ez 16,8-14).

Ma come i figli sono ribelli, così la sposa è infedele. Gli scritti dei profeti riportano ad ogni pagine la descrizione delle infedeltà del popolo con crudo realismo: “Poiché già da tempo hai infranto il tuo giogo, hai spezzato i tuoi legami e hai detto: Non ti servirò! Infatti sopra ogni colle elevato e sotto ogni albero verde ti sei prostituita. Io ti avevo piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini; ora, come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda? Anche se ti lavassi con la soda e usassi molta potassa, davanti a me resterebbe la macchia della tua iniquità. Oracolo del Signore. Perché osi dire: Non mi sono contaminata, non ho seguito i Baal? Considera i tuoi passi là nella valle, riconosci quello che hai fatto, giovane cammella leggera e vagabonda, asina selvatica abituata al deserto: nell’ardore del suo desiderio aspira l’aria; chi può frenare la sua brama? Quanti la cercano non devono stancarsi: la troveranno sempre nel suo mese” (Ger 2,20-24).

L’infedeltà d’Israele provoca in Jhwh una gelosia e un’ira divina: “Ti infliggerò la condanna delle adultere e delle sanguinarie e riverserò su di te furore e gelosia” (Ez 16,38).

 

 

Amore sempre fedele

 

Ma l’amore che Dio nutre per Israele è più forte del peccato del suo popolo: “Come una donna abbandonata e con l’animo afflitto, ti ha il Signore richiamata. Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? Dice il tuo Dio. Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore. In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore” (Is 54,6-8).

                Anzi sul furore e sull’ira divina ha il sopravvento la pietà di Dio, la fedeltà a se stesso, la sua misericordia, e il suo perdono. Infatti, nel momento in cui Jhwh rinnova l’Alleanza sinaitica, dopo la distruzione del vitello d’oro, si presenta con queste parole: “Il Signore passò davanti a lui proclamando: ‘Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione” (Es 34,6-7).

Ovviamente la misericordia divina6 non è semplice sopportazione del peccato. Tra il Dio tre volte santo e il peccato non ci può essere nessun compromesso, e lo esprime molto bene il salmista: “Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore./ Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno./ Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe./ Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo temono;/ come dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre colpe./ Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono. Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere” (Slm 103,8-14).

 

ALLEANZA D’AMORE

 

Questo amore incondizionato di Dio però chiede una risposta, il contraccambio, perché l’uomo è l’unica creatura capace di stare di fronte a Dio e di entrare in relazione con Lui, perché fatto a immagine e somiglianza di Dio.

Infatti, stipulata l’alleanza del Sinai Mosé “prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: ‘Quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo!’” (Es 24,7).

Giosuè farà questo ammonimento al popolo, che rinnova l’alleanza, pur avendo già sperimentato la sua poca perseveranza nei propositi: “Voi non potrete servire il Signore, perché è un Dio santo, è un Dio geloso; Egli non perdonerà le vostre trasgressioni e i vostri peccati. Se abbandonerete il Signore e servirete dei stranieri, Egli vi si volterà contro e, dopo avervi fatto tanto bene, vi farà del male e vi consumerà” (Gs 24,19-20). A tale ammonimento, che significa la serietà degli impegni presi con Dio, il popolo rispose: «Noi serviremo il Signore nostro Dio e obbediremo alla sua voce!” (Gs 24,24).

Dio chiede alla sua creatura di servirlo, cioè di vivere nell’obbedienza alla sua volontà.

Secondo il Deuteronomio le richieste di Jhwh vengono così sintetizzate: “Ora, Israele, che cosa ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu tema il Signore tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu l’ami e serva il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima, che tu osservi i comandi del Signore e le sue leggi, che oggi ti do per il tuo bene?” (10,12-13).

Ma perchè Dio chiede il servizio dell’uomo? Perché ha imposto i comandamenti? Solo per il bene e la felicità dell’uomo. Infatti, il comandamento non priva l’uomo della sua libertà, anzi la esalta, ma pone un limite che è proprio dell’essere creaturale: l’uomo è da Dio e dipende da Dio; solo in Lui trova la sua piena felicità, il suo sommo bene.

Tutto questo è confermato dalla Sacra Scrittura: “Osserverete diligentemente i comandi del Signore vostro Dio, le istruzioni e le leggi che vi ha date. Farai ciò che è giusto e buono agli occhi del Signore, perché tu sia felice ed entri in possesso della fertile terra che il Signore giurò ai tuoi padri di darti” (Dt 6,17-18).

La sua stessa felicità, che è voluta da Dio, è condizionata dalla libertà della sua scelta, essa sarà conseguita se sceglierà il bene: “Vedete, io pongo oggi davanti a voi una benedizione e una maledizione: la benedizione, se obbedite ai comandi del Signore vostro Dio, che oggi vi do; la maledizione, se non obbedite ai comandi del Signore vostro Dio e se vi allontanate dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire dei stranieri, che voi non avete conosciuti.” (Dt 11,26-28).

Si può dire che la realizzazione della vita dell’uomo dipende dalla sua scelta di amare. Ma amare significa scegliere di servire Dio. Concretamente di osservare i suoi comandamenti, compiere la sua volontà. Questo è il migliore atto d’amore che possiamo fare: donarci a Lui preferendolo ad ogni altra cosa; fare solo ciò che è gradito alla sua volontà, che è manifestata nel decalogo: i primi tre comandamenti riguardano il rapporto dell’uomo con Dio e proibiscono l’idolatria, il cattivo uso del suo nome e il rispetto del sabato. Gli altri si riferiscono al rapporto col prossimo e comandano l’amore verso i genitori, vietando azioni e desideri lesivi della vita, della proprietà, del diritto alla verità e della fedeltà coniugale.

Anche il decalogo dunque è un invito ad un amore più grande, per questo Gesù lo ricondurrà ai due comandamenti: “Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?”. Gli rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti’” (Mt 22,36-40).

 

 

Incapace ad amare

 

Ovviamente parlando dell’amore che l’uomo è chiamato a dare a Dio, non si può ignorare il tema dell’infedeltà. Abbiamo già visto come l’amore di Dio è più forte del peccato. Ma ora dobbiamo chiederci perchè l’uomo è incapace di vivere fedele all’amore di Dio per lui?

La Bibbia, come abbiamo già visto, risponde a questo interrogativo fin dai primi capitoli della Genesi: l’uomo con il suo atto di superbia, di non amore, di volersi fare a prescindere dall’amore creativo di Dio, ha compromesso, anche senza estinguerla interamente la libertà di fare il bene e di amare.

Dopo il peccato di origine, il male dilaga nel mondo e prima del diluvio universale l’autore esclama con amarezza: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo“ (Gn 6,5-6).

L’espressione si “pentì”, è un antropomorfismo, perchè Dio non può propriamente pentirsi, per indicare l’enormità del mistero del male, che contraddice la creazione stessa voluta per amore e nell’amore.

Ma anche questa volta la misericordia divina ha il sopravvento. Dio mostra la sua onnipotenza soprattutto con la misericordia. Non sarebbe da Dio distruggere, fare il male alla creatura, ma è da Dio perdonare la sua creatura. I suoi “ripensamenti” attestano che il suo amore misericordioso prevale sulla giusta condanna che dovrebbe abbattersi sui peccatori.

Questo testimonia l’autore della Genesi allorquando, devastata la terra con il diluvio, Dio promette: “Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con i vostri discendenti dopo di voi; con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra” (Gn 9,9-11).       Questo è significato anche con Mose, quando Dio gli dice: “Ho osservato questo popolo e ho visto che è un popolo dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione” (Es 32,9-10) e nella supplica di Mosé che segue.

La promessa del mediatore della nuova alleanza

 

L’incapacità degli uomini a corrispondere all’amore di Dio, manifesta l’esigenza di una mediazione, che nell’Antico Testamento si attua mediante l’opera di uomini o donne giusti. È da questo tema biblico che bisogna partire per giungere alla figura del grande mediatore Cristo Gesù.

La storia d’Israele, paradigma di tutta l’umanità, con le sue cadute e infedeltà, attesta, nonostante tutto l’amore  e la predilezione di cui il Signore lo ha favorito, l’incapacità dell’uomo di usare la libertà per aderire a Dio e la necessità della mediazione a suo favore.

In tutto questo i profeti mentre denunziano il peccato dell’uomo e l’opposizione al disegno di Dio, si fanno annunziatori di una speranza inaudita, una speranza che esorta a guardare ad un futuro in cui Jhwh interverrà personalmente per liberare la sua creatura e il suo popolo e restaurare il dialogo d’amore e di comunione.

In questa ottica il profeta Osea annunzia che Dio riprenderà la sua sposa adultera e la renderà fedele: “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòrin porta di speranza. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. E avverrà in quel giorno - oracolo del Signore - mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio padrone. Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal, che non saranno più ricordati. In quel tempo farò per loro un’alleanza con le bestie della terra e gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; arco e spada e guerra eliminerò dal paese; e li farò riposare tranquilli. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,16-22).

Con il Profeta Geremia Dio promette di parlare con un linguaggio nuovo a quel cuore ribelle: “Ecco verranno giorni - dice il Signore - nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato” (Ger, 31,31-34).

Ancora più chiaramente il profeta Ezechiele parla della creazione di un cuore nuovo, capace di amare: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” (Ez 36, 25-27).

Il profeta Isaia dal canto suo traccia la fisionomia spirituale di colui per mezzo del quale Dio stipulerà questa nuova alleanza e creerà questo cuore nuovo: il servo di Jhwh, un uomo che Dio ha “formato e stabilito come alleanza del suo popolo e luce delle nazioni” (Is 42, 6).

 

AMORE CROCIFISSO

 

Il Nuovo Testamento non parla dell’esercizio di un altro amore, ma è continuazione dell’esercizio dell’unico Amore sempre fedele dell’unico Dio.

La novità non consiste in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà all’Amore di Dio un realismo inaudito. Inaudita è l’incarnazione, inaudito è il patire, inaudita è la croce.

Con l’incarnazione è lo stesso Dio che scende a liberare la sua creatura dalla sofferenza. Dio ha udito il grido dell’umanità peccatrice e ha mandato il suo Figlio a togliere il peccato del mondo.

L’essere e l’operare di Gesù Cristo, e in Lui del Padre, si può cogliere nelle parabole del pastore che va dietro alla pecorella smarrita, della donna che cerca la dracma, del padre misericordioso che va incontro al figliol prodigo. Nella sua passione e morte in croce Gesù manifesta l’Amore nella forma più radicale: Dio si volge contro se stesso, si dona totalmente per rialzare l’uomo e salvarlo. È qui ai piedi della croce che l’apostolo Giovanni contempla Dio nel suo essere più profondo di un Dio che per sua natura è amore. È solo partendo da questa sorgente divina che si può definire che cosa sia l’amore nel suo essere più profondo: donazione piena e totale, offerta volontaria, sacrificio. Partendo dalla croce il cristiano può comprendere ancora più pienamente la qualità dell’amore di Dio e dunque la qualità dell’amore che lui stesso è chiamato a vivere.

Muovendosi a partire dal mistero della croce l’evangelista Giovanni coglie la dinamica dell’amore divino.

Anzitutto, il principio fondativo di questo Amore è il Padre che manda il Figlio in questo mondo: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). La contemplazione di questo inesprimibile dono conduce l’apostolo alla sua famosa espressione, apice di tutta la rivelazione: “Dio è amore”: E indica che Dio è amore per noi. Non abbiamo altro criterio per misurare l’infinito amore di Dio, se non attraverso il dono che ha fatto al mondo, offrendo il Figlio. L’apostolo non deriva questo amore da una contemplazione metafisica della natura di Dio, ma dalla esperienza e dall’incontro che egli stesso ha vissuto seguendo Gesù fin dall’inizio della sua missione pubblica.

San Giovanni presta molta attenzione all’amore del Padre, il quale “ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa” (Gv 3,35). “Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste” (Gv 5,20). L’amore del Padre per il Figlio è un amore prima di tutti i secoli (cfr Gv 17,24). L’amore del Cristo ha un duplice senso: Egli ama come il Padre e ama nel Padre.

 

 

Dono d’amore

 

Dio è amore nella sua natura: ma conoscere come Dio ama in verità, nell’eternità e nel tempo, è necessario contemplare la vita del Cristo attraverso la sua Parola e il suo agire. E l’Apostolo Giovanni, per mezzo di Cristo ha conosciuto che l’amore è da Dio e che Egli ama in un solo modo: donandosi totalmente, donando la sua vita divina.

Per generazione eterna ha donato la vita al Figlio. Il Figlio è vita della vita del Padre. Il Figlio è la vita del Padre. Principio e fine della vita del Figlio è l’eternità del Padre. “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio” (Gv 1,1-2).

Per creazione, come abbiamo visto, ha dato la vita ad ogni essere vivente. All’uomo l’ha data in modo singolare. Lo ha fatto a sua immagine e somiglianza, ad immagine e somiglianza della sua divina natura. Infatti, “tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,3-4).

Per il dono del Figlio Dio ha dato la vita, redimendo, perdonando, rigenerando, elevando l’uomo alla dignità di figlio di Dio, rendendolo partecipe della sua vita divina. Per il dono dello Spirito Santo lo ha chiamato a vivere la stessa comunione di amore e di verità che si vive in seno alla divina e beata Trinità: “A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13).

Ora il donarsi non deve essere agire solo di Dio, ma Egli desidera che ogni suo figlio si faccia dono per salvare il mondo intero. Chiunque è divenuto figlio nel Figlio suo, Gesù Cristo, chiunque si è fatto suo figlio, è dato dal Padre come vita eterna al mondo intero. È dato, però, se lui si lascia donare. È questa la santità dei figli di Dio: lasciarsi donare, alla maniera di Cristo Gesù, per la salvezza di ogni uomo.

È questo l’amore che ciascuno di noi è chiamato a vivere: quello del Padre che dona il Figlio e quello del Figlio che obbedisce al Padre.

Da quanto abbiamo affermato, si può concludere che chi ama come Dio genera alla vita della grazia, donandosi nella verità, nella santità, nella giustizia perfetta. E dunque, L’uomo, o ama alla maniera di Dio, o non ama affatto. O ama donandosi, o non ama. Cristo Gesù è venuto per insegnarci come si ama – sino alla fine – ma anche per darci la grazia di poter amare sino alla fine.

 

 

Dono di tutto se stesso

 

Continuando, Giovanni ci rivela ora come Dio ha concretamente amato ogni uomo, di ogni tempo, di ogni popolo. Dio ha amato concretamente l’uomo non dando qualcosa, nemmeno operando qualcosa, ma ha amato donandosi nel Figlio. Dio ha dato tutto se stesso, donando il Figlio Suo unigenito, che è la sua vita eterna (cfr. 1Gv 4,9).

È questo il grande amore di Dio per l’uomo. Dopo averlo creato dal suo amore, ora lo redime facendolo diventare sua vita nella sua vita eterna che è Cristo Gesù.

Cristo che è eternamente dalla vita del Padre, che è la vita eterna del Padre, distinta come Persona, unica come natura divina, è stato mandato dal Padre sulla terra per innestare l’uomo in questo mistero di vita eterna.

Ciò che è Lui, lo dobbiamo essere anche noi. Lui ci dona il suo mistero di vita. Qual è il suo mistero di vita? Essere sempre dalla vita del Padre, nella vita del Padre, per la vita del Padre.

Qual è ora il mistero dell’uomo? Essere sempre dalla vita di Cristo, nella vita di Cristo, per la vita di Cristo.

Una sola vita eterna, un solo mistero di vita eterna, una sola modalità per vivere la vita eterna che Gesù ci ha donato. O l’uomo vive così il mistero della vita eterna e allora ama, o non lo vive affatto e allora non ama.

Ma Giovanni va oltre: ci rivela le due verità essenziali dell’amore di Dio per noi.

La prima verità è che l’amore di Dio è solamente da Dio, dalla sua volontà, che precede l’uomo. L’amore in Dio ha il suo fondamento in Dio, non nell’uomo. Le motivazioni del suo amore sono solamente da ritrovarsi nell’amore e l’amore non ha ragioni, perché l’amore è dono totale di sé.

Come abbiamo visto Dio non ha ragioni per creare l’uomo, non ha ragioni per redimerlo, non ha ragioni per elevarlo, rendendolo partecipe della sua vita eterna, della sua divina natura, che è vita eterna. Tutto ciò non ha ragioni se non nell’amore. E le ragioni dell’amore sono l’amore stesso che si vuole donare. L’amore esiste per donarsi. È questa la sua essenza, la sua verità.

               

 

Dono della propria vita

 

La seconda verità invece attesta che Dio ha amato l’uomo privandosi Lui stesso della vita. Dio si priva della vita del suo Figlio unigenito. Questo significa fare di Cristo Gesù una vittima di espiazione per i nostri peccati.

Con Cristo il sacrificio di espiazione dei peccati, che nell’Antico Testamento era significato dall’immolazione di un’animale, acquisisce il suo vero significato. Realmente Cristo si immola al Padre. Veramente Cristo si priva della sua vita per farne dono agli uomini. Lui muore perché noi viviamo. Lui si priva perché noi riceviamo. Lui si dona perché noi ritorniamo a Dio in pienezza di vita eterna. Dio è così il modello unico, eterno, fino alla consumazione dei secoli di come si ama.

Di fatto nel dono del Figlio il Padre è andato al di là di ogni prospettiva umana, ci ha amati in maniera inaudita. Offrendo la sua vita per noi, Gesù ci ha dato la prova suprema del suo amore e ci ha dato l’esempio di come si possano amare i fratelli.

Di questa inaudita forma dell’amore divino la croce ne è il centro glorioso che sovverte ogni umana sapienza. Mai riusciremo a comprendere tutta la profondità di tale mistero. Anzitutto è necessario stare attenti per non interpretare la croce come punizione divina, ira di Dio, caricando il mistero di accezioni che niente hanno a che fare con la volontà di Dio.

Di fatto, quando l’apostolo Paolo afferma: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2Cor 5,21) e negli altri passi simili7, non intende dire che Dio ha riversato la sua collera sull’innocente, che ha punito il giusto al posto degli ingiusti. Non è questo l’agire di Dio. Ma San Paolo vuol dire che Gesù si è fatto solidale con noi peccatori. Egli ha preso su di sé il peccato, non perché si riversasse su di lui la collera di Dio, ma per riparare come uomo-Dio la nostra disobbedienza e il nostro rifiuto del progetto d’amore.

Gesù con la croce non ha ricevuto la punizione del Padre, ma come Persona divina ha sperimentato, anzitutto il rifiuto dell’uomo, invece come uomo è stato capace di corrispondere pienamente all’amore del Padre testimoniando al mondo, come dice nel contesto dell’ultima cena, fino a che punto Egli ama il Padre e che fa sempre ciò che il Padre gli ha comandato (cfr. Gv 14,31). Egli ha abbracciato la croce perché ha obbedito al Padre che gli ha comandato l’amore. La croce, dunque, non è la punizione di Dio che si abbatte, ma la risposta d’amore dell’uomo Gesù all’amore del Padre.

Il cammino che tutti noi siamo chiamati a percorre in Cristo e con Cristo è inverso a quello del primo Adamo, il quale rifiutò la sua dipendenza da Dio e cercò con la disobbedienza di impossessarsi della vita divina. Invece Gesù si è spogliato totalmente del suo essere divino e del suo essere uomo: “Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato” (Fil 2,6-9). Lo spogliamento di sé, l’umiliazione, l’obbedienza, la morte diventano modalità di donazione di se stesso raggiungendo un livello insuperabile.

 

 

Vita nuova…

 

Il peccato e la disobbedienza dell’uomo, il suo rifiuto ad amare ha prodotto la morte, invece l’obbedienza e l’amore inaudito di Cristo ha prodotto la vita nuova. Infatti, all’amore fedele fino alla morte, il Padre ha risposto resuscitando Gesù. San Pietro nel suo primo discorso rivolto ai giudei il giorno di Pentecoste disse: “Gesù di Nazaret - uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete -, dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere” (At 2,22-24).

Con la Croce Gesù si è fatto solidale a noi uomini nella nostra morte, ora con la sua resurrezione ci rende solidali della sua vita nuova: “Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (1Cor 15,20-22).

La vita nuova che conduce prima alla formazione della nuova creatura e poi alla risurrezione della carne è data dallo Spirito Santo. Questo movimento di nuova creazione ci è dato come seme nel Battesimo, là siamo stati resi partecipi del mistero di morte e risurrezione di Cristo e siamo rinati “da acqua e da Spirito”.

Lo Spirito Santo che dimora dentro di noi, proprio perché potenza d’amore, non è forza che agisce con costrizione, ma rispettando sempre la libertà dell’uomo. Lo Spirito attende la nostra collaborazione affinché si possa espandere dentro di noi e realizzare la nostra trasformazione cristiana.

L’opera di cristificazione dello Spirito è ostacolata dalla “carne”, che è ciò che impedisce all’uomo di aprirsi all’Amore, rinchiudendolo in un egoismo che produce la morte di sé.

San Paolo descrive molto dettagliatamente nelle sue lettere la lotta che c’è tra carne e Spirito: “La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda”(Gal 5,17). E lo stesso esorta a camminare secondo lo Spirito.

I frutti diversi influenzano in senso positivo o in senso negativo la nostra libertà e dunque la nostra capacità ad amare. “Le opere della carne – scrive san Paolo – sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere” (Gal 5,219-21). Invece le opere dello Spirito sono “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22).

E l’apostolo continua dicendo: “Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Gal 5,24-25).

 

 

Vocazione sublime

 

Per la morte di Cristo ci è stata data la possibilità di una vita nuova, che è generata dallo Spirito Santo. Questa vita nuova non consiste solo nella vittoria sulla morte e nella partecipazione alla sua risurrezione, ma è partecipazione alla vita stessa di Dio come figli di Dio.

È questo un grande mistero già in atto nella nostra vita, che avrà la sua piena realizzazione alla fine dei tempi: “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! … Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,1-2).

La nostra figliolanza divina non è realtà aggiunta dopo il peccato, ma prima dei secoli Dio aveva prestabilito di farci in Cristo suoi figli adottivi, come afferma l’apostolo nella lettera agli Efesini: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro GesùCristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto” (Ef 1,3-6).

Riconciliati con il Padre da Cristo, resi partecipi della vita nuova, inabitati dallo Spirito Santo, siamo chiamati ad essere figli di Dio: questa è la nostra vocazione sublime. La nostra adozione filiale si realizza per mezzo dello Spirito Santo che ci dona la capacità di vivere, amare, sentirci figli del Padre: “Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: ‘Abbà, Padre!’. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (Rm 8,14-17).

 

 

Resi capaci di amare

 

La nostra adozione a figli non è un atto giuridico, ma per essa noi siamo entrati realmente in una comunione di vita con il Padre, in Cristo, per mezzo dello Spirito. Siamo stati fatti realmente “partecipi della divina natura” e per questo ora è possibile il reciproco dimorare di Dio in noi e di noi in Lui (cfr Gv 17,21).

La stessa verità è ribadita dall’apostolo Giovanni nella sua prima lettera allorquando scrive: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi” (1 Gv 4,12).

Dio nella sua essenza è purissimo spirito e come tale è invisibile. Ma Dio Padre si è reso visibile in Cristo Gesù che è l’amore del Padre per noi. Gesù, però, non è solo il suo dono d’amore per noi, ma è anche l’amore donato nel quale è possibile amare donandosi.

L’amore di Dio ora non è più fuori di noi, ma per Cristo il suo Spirito è stato versato in noi e proprio questo ci rende capaci di amare.

Dio si fa dono d’amore in noi. In questo suo donarsi a noi, noi ci possiamo donare agli altri. Se ci doniamo agli altri, è segno che Dio rimane in noi, ma anche è segno che l’amore di lui è perfetto in noi.

Quando l’amore di lui è perfetto in noi? Quando in noi diventa dono d’amore per il mondo. Se non diventa in noi dono d’amore per il mondo intero, è segno che Dio non è in noi, non dimora in noi, non rimane in noi.

Ma non solo noi siamo chiamati ad amare come Dio ci ha amati, ma siamo esortati a fargli posto in noi perché Lui possa amare attraverso di noi, in noi. Se noi non amiamo, è segno che Lui non ama; se Lui non ama, è segno che non è dentro di noi.

Il Dio invisibile è reso visibile da chi ama. L’amore è solo di Dio ed è solo Dio. Chi ama, può amare perché l’amore di Dio dimora in lui e quando dimora in qualcuno l’amore di Dio, dimora anche Dio perché Egli è amore: questo è il grande mistero dell’amore di Dio e del Dio amore.

Comandamento nuovo

 

Nell’ultima cena Gesù ripete più volte ai discepoli di vivere nel suo amore e di amore reciproco. 

Lo abbiamo già detto, e qui lo ripetiamo:  siamo resi capaci d’amare perché l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori. L’amore vicendevole, poi, è il segno che Dio è dentro di noi e dunque che noi siamo suoi discepoli: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34-35).

Perché Gesù lo chiama “comandamento nuovo”? Perché è nuovo se la volontà di Dio di amare non è nuova?

Il comandamento è detto nuovo perché legato alla nuova alleanza, che da lì a poco Gesù avrebbe concluso con il sacrificio del suo corpo sull’altare della croce e nel suo sangue versato per noi.

È nuovo perché la nuova legge ci comanda di amarci gli uni gli altri, ma nella misura e nella modalità esemplare di Cristo. Noi dobbiamo amarci gli uni gli altri fino alla fine, fino alla morte e alla morte di croce, come Lui, Cristo, ci ha amato. Dobbiamo amarci dando la vita gli uni per gli altri: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv,3,16). La pratica del comandamento nuovo è il segno distintivo dell’essere discepoli di Cristo.

La motivazione dell’amore reciproco non è primariamente morale, ma teologale: ci si deve amare di reciproco amore anzitutto per vivere tra di noi la stessa unità d’amore che esiste nella Santissima Trinità. Il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo sono una cosa sola perché sono un solo amore pericoretico. Amandoci come la Santissima Trinità di amore reciproco saremo una cosa sola: “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi” (Gv 17,11).

 

 

Testimonianza che evangelizza

 

Da questa unità d’amore nasce, cresce e matura la comunità cristiana. Questa unità d’amore all’esterno della comunità si qualifica come testimonianza: l’amore tra i discepoli è evangelizzante, manifesta che loro sono i discepoli di Cristo e che Cristo è stato mandato dal Padre: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me;  perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,20-21). È testimonianza che predispone ad accogliere la fede e che partecipa il dono della fede.

I cosiddetti sommari del libro Degli Atti degli Apostoli testimoniano proprio questo quando affermano: “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati” (At 2,42-48).

La fonte di questo amore unificante e testimoniante è il costato trafitto del Cristo, è il suo corpo dato in sacrificio per noi e il suo sangue versato per la remissione dei peccati. L’Eucaristia è la fonte sacramentale dove, ogni domenica, possiamo nutrici dell’amore di Cristo e con questo amore amarci gli uni gli altri, crescere nell’unità e testimoniare al mondo con forza che Egli è il Messia mandato dal Padre, il Salvatore del mondo.

 

 

PARTE IIª

 

LA RISPOSTA DELL’UOMO

 

 “CHE DEVO FARE PER EREDITARE

LA VITA ETERNA”?

 

Finora abbiamo riflettuto sul mistero di carità che Dio ha rivelato nella storia con la creazione prima e la redenzione dopo, accennando di tanto in tanto al fatto che il Signore attende dall’uomo, la creatura voluta per se stessa, che corrisponda al suo Amore con l’amore.

Ora, se interroghiamo i Vangeli troviamo che alla domanda rivolta a Gesù da un dottore della legge: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”, Gesù rispose con un’altra domanda, suggerendo al suo interlocutore dove poteva trovare la risposta: “Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?”. Il dottore della legge a sua volta rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”. Gesù, compiacendosi con lui per aver risposto bene, disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Per avere la vita eterna bisogna amare!

L’amore che ci è chiesto, però, non è astratto. Domanda una concretezza precisa: osservare il duplice comandamento dell’amore. Tutta la vita di Gesù è compendiata in questo duplice comandamento. Egli è venuto a insegnarci come si deve amare Dio e come si deve amare il prossimo.

Questo è lo scopo di questa seconda parte: imparare, alla luce della rivelazione, come vivere il comandamento nuovo dell’amore.

 

Amare con tutto il cuore

 

Dio vuole essere amato sopra ogni cosa e ogni cosa va amata dall’interno del suo mistero d’amore. Questo perché fuori di Dio, che è l’unica sorgente dell’amore, non si dà autentico amore. Perché l’amore che siamo chiamati a corrispondere a Dio, e, in Lui, ad ogni creatura, è il suo stesso amore, che ha effuso, per primo, nei nostri cuori.

Proprio per questo Dio va cercato e amato con quella libertà che lui stesso ci ha dato già nella creazione e ha risanato nella redenzione. Egli, che ci comanda di amarlo, non ci costringe e non ci impone l’amore, ma attende che, aderendo alla sua grazia con volontà libera e coscienza consapevole, lo amiamo con un atteggiamento di adorazione e servizio, e con una disposizione di obbedienza e abbandono alla sua volontà.

Infatti, l’espressione “amare con tutto il cuore” significa con la totalità di tutto il nostro essere, con la totalità della nostra volontà. Significa fare di lui il centro del nostro cuore, della nostra vita, della nostra persona. La totalità esige la radicalità della scelta e la perseveranza fino alla fine.

Il permanere in questa disposizione consente all’amore di Dio di crescere in noi, di sviluppasi fino alla sua perfezione, per quanto è possibile ad una creatura che, pur orientata a Dio, è sempre condizionata dal suo essere nel mondo, dal suo vedere per fede.

Più si progredisce nella via dell’amore, più si stabilisce tra noi e Dio uno e trino un vincolo d’amore. Più Egli si compiace di essere tutto per noi, e ancor più per grazia ci fa entrare nel suo mistero nascosto, e più ci unisce a sé facendoci simili a Lui nell’amore. 

 

Conoscere e fare la volontà di Dio

 

Ma come si rimane nel suo amore, come si persevera in esso, come mostrare a Lui il nostro amore?

Gesù l’ha ripetuto spesso: ama chi fa’ la volontà del Padre. Tra Cristo e il Padre c’è una perfetta comunione di Amore e di Volontà. Cristo fa sempre la volontà del Padre; è questo il segno del suo amore per il Padre. Il Padre fa sempre ciò che il Figlio gli chiede e questo è il segno che il Padre lo ama.

Così deve essere anche per noi: se veramente amiamo Dio facciamo la sua volontà. Se facciamo la sua volontà è segno che il suo amore è in noi, anzi che Egli vive in noi. 

Dunque questo il principio da cui partire: fare la volontà di Dio. Questa la convinzione con cui ogni giorno il cristiano deve ripartire.

Ma sovente si obietta: come facciamo a conoscere la volontà di Dio?

La risposta a tale domanda esistenziale non è difficile in linea di principio: Dio ha manifestato la sua volontà nella Rivelazione. Tutto quello che è contenuto nella sua Parola, quella è sua volontà. Cioè nella Sacra Scrittura, nel Vangelo possiamo trovare con certezza la sua volontà.

Ma non è sufficiente sapere dove si può trovare la volontà divina, occorre conoscere questa Parola. È necessario, perciò, leggerla quotidianamente, meditarla molto frequentemente, imprimerla profondamente nel proprio cuore, farla diventare luce del nostro agire, criterio e norma delle nostre scelte.

Ma è necessario leggerla nella Chiesa e con la Chiesa, alla luce del Magistero ecclesiale, perché sono i pastori che hanno il ministero di confermarci nell’amore e nella fede, e sopra tutti il Santo Padre.

Solo dopo che abbiamo conosciuto la sua volontà, e già il desiderio e l’impegno a conoscerla è segno d’amore, possiamo concretamente decidere, con atto libero, se aderire alla sua volontà e al suo amore.

Dalla Sacra Scrittura impariamo che la volontà di Dio è volontà di bene, è volontà di salvezza e di redenzione. È volontà di comunione. Pertanto è estraneo alla volontà di Dio ogni male, di qualsiasi tipo e genere. Il male Dio né lo vuole né lo opera. Da Dio viene solo il bene, anzi Lui è l’unico bene dell’uomo.

Parlando dell’amore di Dio, non possiamo non soffermarci, anche se brevemente, sulla questione della presenza del male nel mondo. Se Dio è amore – molti obiettano – perché c’è il male? Per alcuni, poi, tale presenza è uno scacco che ostacola la loro adesione a Dio. Una domanda angosciante che sembra gettare un’ombra di dubbio sulla bontà di un Dio che si è rivelato come Amore.

Il fatto è che sovente s’imposta in maniera errata il problema: si parte dal cuore di Dio per comprendere il male del mondo. Invece, bisogna, partire dal cuore dell’uomo, creatura che Dio ha creato nella libertà, libera di scegliere anche contro la sua volontà: Dio, piuttosto che negarci la possibilità di amarlo sempre più intensamente, ha preferito lasciarci liberi di scegliere anche ciò che non è sua volontà. Questo è il male: scegliere contro la sua volontà che è il solo bene per l’uomo e per il cosmo intero.

Per fare la volontà di Dio è necessaria la certezza che viene dalla fede sorretta dalla speranza: avere la certezza che nel compimento di questa volontà stanno la vera salvezza, la vera pace, la vera gioia, il vero bene del mondo.

 

 

Un unico amore

 

È possibile amare, dunque,  perché Dio ci ha amati per primo. E questo prima include sia l’amore di Dio che per i fratelli. Possiamo amare, perché Dio ci ha creati dal suo amore eterno per vivere eternamente di amore. Possiamo amare perché Lui ci dona l’eternità del suo essere che è verità e carità. Possiamo amare perché Lui ci ha donato la comunione eterna del suo amore e della sua verità che è lo Spirito Santo. Possiamo amare perché Cristo, venendo nella nostra carne, non solo ci ha riportati nell’eternità dell’amore e della verità, ma ci ha lasciato anche la sua grazia e la sua verità, per essere e crescere ad immagine di Lui. Possiamo amare perché sempre il Signore è pronto a rinnovare la nostra eternità, cancellando il nostro momento di peccato, di trasgressione, di perdita della nostra vera umanità. Possiamo amare perché anche nella nostra riconciliazione con Lui è sempre Lui ad amarci per primo; è sempre Lui che ci precede con la sua grazia, la sua bontà, la sua misericordia.

Dunque possiamo amare. Ma l’amore di Dio non solo ci dice che possiamo amare, ma anche chi dobbiamo amare e come dobbiamo amare. San Giovanni continuando afferma: “Se uno dicesse: Io amo Dio, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede”.

Amare Dio è amare la sua natura che è amore. È amare la sua volontà che è volontà di amore. È amare la sua Persona, o la Trinità di Persone che è dono d’amore ad intra e ad extra del mistero di comunione di Dio.

Cristo Gesù infatti è nato per l’uomo, vissuto per l’uomo, morto per l’uomo, risorto per l’uomo, asceso al cielo per l’uomo.

Tutto ciò che Cristo Gesù ha fatto, l’ha fatto per noi, per amore nostro.

Tutta l’opera di Dio, creazione e redenzione, è un’opera di amore attraverso la donazione totale. Il Padre ha dato all’uomo il Figlio, il Figlio dona all’uomo lo Spirito Santo, il quale deve donare l’uomo all’uomo, donandolo a Dio in modo vero, giusto, santo.

Ora se Dio vive per amare l’uomo donandosi totalmente a lui, ci può essere un solo uomo sulla terra che possa dire di amare Dio senza amare ogni altro uomo? Ci può essere un solo cristiano che crede nella Trinità, che intra e fuori è dono totale di sé, dono di ciascuna delle Persone divine, che non faccia della propria vita e della propria persona un dono per l’uomo che Dio ama?

Dire di amare Dio che ama l’uomo e odiare ciò che Dio ama, significherebbe o non avere la nozione stessa dell’amore, oppure mentire palesemente.

Amore e santità

 

Ma il ragionamento di Giovanni va ben oltre. Chi è entrato nel mistero dell’amore di Dio, chi è divenuto partecipe della natura divina, è stato trasformato dallo stesso Dio in natura d’amore. Questo cambiamento deve essere reso visibile. Il cristiano non è chiamato a ostentare il suo amore, a vantarsi del suo essere cristiano, ma è chiamato a testimoniare l’amore che Dio ha avuto per lui amando in questo amore ogni fratello, indistintamente.

Amare l’altro con l’amore di Cristo è rendere visibile il cambiamento della natura operato dal Battesimo. L’amore da noi praticato verso il prossimo attesta che siamo stati trasformati, che siamo natura di amore.

Le parole dell’Apostolo Giovanni ci attestano altresì, come più volte ribadito, che non si può separare amore per Dio e amore per il prossimo, che per natura e volontà sono un unico amore. Questa verità è costantemente ribadita dalla Scrittura, sia nell’Antico Testamento sia nel Nuovo Testamento: Questo è il comandamento che abbiamo da Lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello.

Secondo il decalogo, ogni uomo che vuole amare secondo verità, si deve attenere a questa legge divina che unisce amore a Dio e amore all’uomo7.

Nel Levitico, il libro della Santità di Dio, è anche il Libro della santità del popolo. Una sola santità: quella di Dio che diviene santità del popolo. Ma in che cosa consiste esattamente la santità di Dio? Nell’amare indistintamente ogni uomo8.

Anche il Nuovo Testamento non separa le due santità. Tutto il discorso della Montagna è quest’unico amore. Anzi nel discorso della Montagna è l’amore verso l’uomo che diviene amore verso Dio9. Ma l’amore verso l’uomo è tutto segnato dalla volontà di Dio.

È Lui che stabilisce come amare l’uomo. L’esempio perfetto di come si ama l’uomo è Cristo Gesù.

La Parola di Gesù è la Legge dell’amore. Chi vuole amare l’uomo secondo verità, deve attenersi ad ogni parola contenuta in questa Legge. Una sola parola non osservata, fa sì che noi non siamo perfetti nell’amore verso l’uomo.

 

 

L’amore il comandamento della legge

 

Nel Vangelo di Giovanni,poi, l’amore di Cristo verso l’uomo diviene il Nuovo Comandamento della Legge10.

Lo ripetiamo ancora una volta: nessun uomo potrà amare secondo verità un altro uomo, se non si lascerà amare da Cristo Gesù, che è amore del Padre nello Spirito Santo. O l’uomo decide di entrare nel mistero eterno dell’amore del suo Dio per Lui, in Cristo Gesù, per opera dello Spirito Santo, oppure si precluderà la via per portare all’uomo la ricchezza dell’amore di Dio.

Dio è colui che in Cristo Gesù vive per amare l’uomo. L’uomo è colui, che in Cristo Gesù, si lascia ricolmare di tutto l’amore di Dio per amare gli altri uomini secondo verità. E la verità dell’amore dell’uomo per l’uomo è l’amore di Dio effuso nel suo cuore.

Il cuore di Dio, rivelato in Cristo Gesù, è nello Spirito Santo la Legge dell’amore.

Per capire le paradossali esigenze dell’amore che ci è chiesto di vivere in Cristo e penetrare il mistero grande della carità, bisogna partire dal nostro essere stati fatti figli nel Figlio. Perché il Signore ci chiede di vivere un amore che supera ogni immaginazione umana? Perché ci chiede di amare non solo quelli che ci fanno il bene, ma anche coloro che ci fanno il male?

La ragione è una sola: perché siamo figli dell’Altissimo, che “è benevolo verso gli ingrati e i malvagi”. Solo se entriamo in questa logica potremo vivere l’amore secondo l’immagine di Dio, solo così potremo essere “misericordiosi, come misericordioso è il Padre vostro”.

Il punto di vista del Vangelo è questo: siamo figli del Padre celeste che ama tutti con immensa misericordia, quindi dobbiamo imitarlo sull’esempio del Figlio Gesù che ha dato la sua vita anche per i suoi nemici, che è stato misericordioso come il Padre è misericordioso.

Va detto ancora che per sollecitare questo amore per il prossimo spesso si dice che bisogna vedere Gesù nel prossimo. Questo è vero quando si tratta di soccorrere qualche fratello bisognoso, con il quale Gesù si è identificato: “Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…” (Mt 25,35). Ma non è facile appellarsi allo stesso principio quando siamo chiamati a offrire il nostro perdono agli altri: perché non dobbiamo perdonare nulla a Cristo, anzi dobbiamo essere noi perdonati da Lui. In tal caso, più che vedere Gesù nel prossimo, dobbiamo vedere il prossimo con gli occhi di Gesù, amarlo con lo stesso amore di Gesù, usargli la stessa misericordia, accoglierlo con la stessa accoglienza, prendersene cura con lo stesso zelo.

Risulta chiaro, per quanto detto, che solo nella misura in cui ci assimiliamo a Dio si risveglierà spontanea dentro di noi la pietà compassionevole verso le creature, propria delle Persone divine.

 

LA VIRTÙ DELLA CARITÀ

 

Chi desidera conoscere cosa è la carità in sé stessa, deve contemplare Cristo e in Lui coglierà ogni aspetto dell’amore ablativo. Ogni momento che va dal Cenacolo fin sopra la croce, poi, costituisce l’apice di questa carità. Cristo Gesù, e questi Crocifisso, è la carità di Dio, carità incarnata, carità operante, carità sofferente, carità che si offre, carità che rivela il Padre, carità che proclama la verità, carità che rispetta perché ama, carità che dona tutta se stessa perché l’amore di Dio conquisti i cuori e li muova verso un amore sempre più grande di lode per il Signore e di servizio umile e nascosto verso i fratelli, sempre in conformità alla volontà di Dio.

È proprio da questo principio contemplativo che prende le mosse l’apostolo San Paolo nella celebre pagina dell’Inno alla carità della prima lettera ai Corinti. In questo inno non viene data una definizione di cosa sia la carità, vengono, però, indicate le virtù che la manifestano, le proprietà che la caratterizzano e ne mostrano la fisionomia. È detto anche quali sono i vizi che la carità non ammette. Ma ancor prima si dice che la carità è ciò che dà forma e sostanza ad ogni nostra opera. La carità vissuta concretamente è ciò che riempie di verità, di bontà, di misericordia, di vita eterna di salvezza e di redenzione ogni opera che l’uomo fa, non solo quelle grandi, anche le più piccole, quelle che agli occhi degli uomini sono insignificanti.

 

 

“Se non avessi la carità…”

 

La carità vivifica ogni opera, riempie di Dio e di salvezza ogni nostro proposito. Quanto si realizza senza la carità è opera morta, come morto dinanzi a Dio è chi la compie. Non conta l’opera che facciamo, ma la carità che viviamo nei nostri cuori. Questo il senso delle parole dell’apostolo: “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova” (1Cor 13,1-3).

Chi è senza carità può fare anche le cose più sublimi, come possedere ogni scienza, può parlare le lingue degli uomini e degli angeli, può conoscere i misteri di Dio alla perfezione, può anche essere profeta del Dio vivente, ma tutto questo senza la carità, non produce alcun frutto di salvezza!

La carità è il valore che dona valore ad ogni altra cosa e senza la carità nulla di tutto ciò che l’uomo fa, opera, dice, realizza, offre, dona, neanche il dono di se stesso, lo rende accetto e gradito a Dio, perché tutto ciò che fa è pura vanità.

San Paolo, come abbiamo detto, non ci dice cosa è la carità in se stessa, ma ci attesta che essa è l’anima che rende graditi per il Signore. Essa è l’anima della nostra anima, lo spirito del nostro spirito, il cuore del nostro cuore, ma anche il pensiero del nostro pensiero, la vita della nostra vita.

Il motivo per cui San Paolo non ci dice cosa la carità sia in se stessa, è perché non ci serve saperlo. A noi è più utile sapere se essa è radicata nel nostro cuore. E possiamo avere consapevolezza di questo dai frutti che matura nella nostra vita. Dai frutti si può risalire all’albero della carità e sapere se essa è nel nostro cuore, quali i frutti che produce, quali quelli che dobbiamo ancora produrre, per il fatto che ancora non siamo nella perfetta carità che rende prezioso dinanzi a Dio tutto il nostro operare.

 

 

I frutti della carità

 

Dopo aver affermato che la carità è ciò che vivifica la nostra anima e le nostre opere, l’apostolo mostra quali sono le virtù che la manifestano e la rendono operativa e i vizi che ostacolano il suo esercizio nella nostra vita. L’apostolo scrive: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà” (1Cor 13,4-8).

La prima virtù che indica san Paolo è la pazienza. Per essa siamo resi capaci di vivere la storia fatta di molto male, di tanto peccato e di poco bene. Con la pazienza il cristiano porta il male e il peccato del mondo fin sulla croce e lo espia, proprio come ha fatto Cristo Gesù. Per tale virtù il cristiano diviene anche lui, in Cristo, agnello di Dio, agnello mansueto che vince il peccato del mondo, offrendo la sua vita, perché il peccato non contamini più i cuori.

Altra virtù è la benignità per la quale tutta la nostra vita viene orientata al bene, trovando sempre, in ogni circostanza, le ragioni per amare ancora, anche dove umanamente diviene impossibile. Per tale virtù Cristo Gesù sulla croce ha trovato la ragione per amare i suoi carnefici, fino a invocare il Padre per il loro perdono.

L’invidia è il primo vizio che nega la carità. Essa chiude l’uomo nell’egoismo, che non vuole che gli altri siano, operino, realizzino qualcosa. Per l’invidia il fratello viene ucciso nel proprio cuore. Per l’invidioso nel mondo non c’è posto per gli altri, c’è posto solo per se stesso.

Il vanto è l’uccisione di Dio in noi. È uccisione della sua grazia, dei suoi beni. Con il vanto ci attribuiamo ciò che non ci appartiene, che non è frutto nostro. Tutto ciò che noi siamo e abbiamo discende da Dio, tutto fiorisce per la sua grazia e la sua benevolenza. Colui che si vanta toglie ogni gloria a Dio; anzi si serve di Lui per i propri fini e i propri scopi.

Gonfiarsi, invece, significa voler  essere ciò che non si è e per questo ci si attribuisce ciò che non si ha, ciò che Dio non ci ha dato. Chi si gonfia non ama Dio, non ama la sua volontà, non ama il disegno di salvezza che Dio ha scritto per lui. Chi si vanta è un mendicante di gloria umana. Questi non sa che l’unica gloria che bisogna cercare è quella che viene da Dio ed essa ha una sola origine: la fedeltà al ministero, anche il più umile, il più nascosto che Dio ha stabilito per noi.

La carità, poi, è rispettosa, perché vede l’altro sempre dinanzi a Dio, lo vede nel suo mistero di salvezza, lo vede nei doni e nei carismi di cui il Signore lo ha arricchito, lo vede come persona chiamata da Dio a svolgere un ministero di redenzione nel mondo. Vedendo Dio negli altri, non si rispettano solamente gli altri, si rispetta Dio che liberamente agisce e vive negli altri.

La carità, inoltre, non cerca mai il suo interesse, perché è proprio dell’amore consegnarsi, offrirsi, sacrificarsi. Nell’amore l’uomo si spoglia di sé; si annienta; nulla cerca più per sé.

Non si adira perché il cammino spirituale dell’altro, il cammino di bene non dipende dall’altro, dipende solo dalla grazia di Dio e noi non sappiamo il grado di grazia che il Signore ha versato in un cuore. Sappiamo solo che dobbiamo noi essere di aiuto, di sprone, di incitamento agli altri. Adirarsi con gli altri significa, in qualche modo,  prendere il posto di Dio. Solo Dio si può adirare, perché solo Lui conosce le reali nostre responsabilità, conosce la nostra buona o cattiva volontà, sa qual è il grado del nostro peccato e i ritardi dovuti solo alla nostra noncuranza, o negligenza nel rispondere alla sua grazia. L’ira è la perdita del controllo della nostra vita. Questa non è più governata dalla saggezza, dalla prudenza, dalla giustizia, dalla temperanza; è governata dall’istinto. Un uomo di Dio mai dovrà farsi muovere da un istinto cieco, da un impulso violento. Egli deve sempre essere padrone dei suoi sentimenti, governatore dei suoi istinti, dominatore assoluto delle sue passioni.

Poi l’apostolo indica altri due peccati contro la carità. Il primo si commette quando si tiene conto del male ricevuto. Questo è un peccato contro Dio, contro l’Incarnazione, contro la redenzione operata da Cristo sulla croce. È un peccato contro la croce di Cristo Gesù. Dio, che è l’offeso, non solo non ha voluto tenere conto del male ricevuto, ha dato il suo Figlio per noi, lo ha dato consegnandolo alla morte, lo ha dato dall’alto della croce, nella più grande sofferenza. Se Dio, che è l’unico offeso dal peccato dell’uomo, ha pensato l’Incarnazione del Figlio per la remissione dei nostri peccati, cosa non dovremmo pensare noi perché il male a noi fatto venga perdonato, tolto dal cuore? Cosa non dovremmo fare noi perché il male non alberghi nel nostro cuore e non gli sia consentito neanche di entrarvi per un solo istante?

Anche godere dell’ingiustizia è peccato contro Dio. L’ingiustizia offende gravissimamente Dio. Inoltre, non produce mai giustizia sulla terra, ma produce e moltiplica sempre altra ingiustizia, altro male, altro peccato. Chi ama Dio non può godere dell’ingiustizia perché godrebbe dell’offesa arrecata a Dio, godrebbe del male e del peccato che imperversa nel mondo e che produce altro male e altro peccato. Chi ama Dio, piange lacrime di penitenza per sé e per gli altri, perché il Signore non è amato, è disprezzato, è offeso; chi ama Dio offre la sua vita perché ogni ingiustizia sia radiata dalla faccia della terra.

La carità si compiace della verità. Si compiace perché la verità per noi è Dio, è la sua essenza divina, ad immagine della quale l’uomo è stato fatto. Cercare la verità equivale a cercare la propria umanità, conoscere la verità sulla propria essenza, al fine di poterla realizzare sempre con l’aiuto e la grazia dello Spirito Santo. La verità per noi è Cristo Gesù, Colui ad immagine del quale Dio vuole che ognuno di noi diventi, si faccia. Non è sufficiente  solo cercare e compiacersi della verità, quanto camminare di verità in verità, fino al possesso della verità tutta intera.

Per la carità si vive una particolare relazione con gli altri. Prima di tutto essa opera perché l’altro non venga mai diffamato, neanche a causa dei peccati che ha commesso o commette. La carità tutto copre a motivo della dignità della persona umana, la quale deve sempre essere salvaguardata nel suo onore e nella sua dignità. A nessuno è consentito togliere l’onore ad una persona, a nessuno è consentito ledere la dignità degli altri. Uno può anche conoscere il peccato dell’altro, ma non per questo è autorizzato a manifestarlo al mondo intero. Tale riservatezza è quanto mai da suggerire anche a motivo dello scandalo che potrebbe generare con il relativo diffondersi del male a causa del cattivo esempio che l’altro potrebbe suscitare. Oggi non esiste più la carità per rapporto a questa esigenza. Tutto ormai viene manifestato ai quattro venti; il pettegolezzo, il vaniloquio, lo scandalo fa parte del costume della nostra gente; è come se l’uomo si nutrisse di queste cose, ampliate a dismisura da certi strumenti della comunicazione sociale.

La carità ha anche un altro rapporto con il prossimo. Quello della fiducia e del relazionarsi senza cattive intenzioni, senza pregiudizi, senza retaggi culturali. L’altro è visto nella sua dignità umana e lo si accoglie come un fratello da amare, rispettare, riverire, ascoltare. Spetta ad ogni uomo vivere la fede nell’altro secondo le regole delle quattro virtù cardinali, che sono la forma attraverso cui è giusto e doveroso che si viva anche la legge della carità. La prudenza vuole che si esamini ogni cosa e poi si prendano quelle decisioni che sono le più convenienti, anche per rapporto alla parola degli altri.

La sopportazione fa parte della pazienza. Cosa è la sopportazione se non mettere sulle proprie spalle la condizione storica degli altri e darle una soluzione di salvezza? La carità non fa distinzione da uomo a uomo, né tra chi merita e chi non merita. La carità è universale. Chi dovesse sopportare solo coloro che a loro volta lo sopportano, questa non è carità, perché non è vita evangelica, non è imitazione di Cristo Gesù.

Quando alla sera della vita ci presenteremo dinanzi al tribunale di Dio, ciò che dovremo portare con noi, ciò che ci sarà consentito portare nel cielo, è solo la carità, l’amore che avremo messo nel fare ogni cosa per la maggior gloria di Dio e per la salvezza del prossimo. Tutto il resto sarà lasciato sulla terra. Nel cielo si porta solo ciò che è disceso dal cielo e dal cielo è discesa solo la carità. È discesa anche la fede e la speranza, ma queste sono la via attraverso cui dobbiamo ricondurre la carità nel cielo, dopo averla fatta fruttificare in opere di giustizia e di misericordia, in opere di perfetta obbedienza al Padre nostro che è nei cieli. La carità discesa dal cielo è il seme; la carità che portiamo nel cielo è il frutto maturato nella nostra vita di discepoli del Signore. Più carità come frutto portiamo nel cielo e più la nostra capacità di amare Dio si allargherà, diverrà assai grande, capace di avvicinarsi di molto al trono di Dio per contemplare da vicino, con una grande carità che arde nella nostra anima, l’eterna carità che è Dio stesso.

 

CARITÀ CHE GENERA

COMUNITÀ EVANGELIZZANTE

 

Abbiamo già ricordato come la volontà di Cristo era quella di creare una comunità unita da vincoli d’amore.

Ai discepoli, di ogni tempo e di ogni luogo, affida il compito di edificare la comunità d’amore, la Chiesa suo corpo.

I discepoli non saranno soli. Ci sarà Lui “tutti i giorni fino alla fine del mondo”; ci sarà lo spirito Santo che il Padre manda nel suo nome. Nonostante questo però l’impegno del cristiano deve essere totale, diuturno, perseverante fino alla fine perché ci sarà pure e sempre il nemico, il seminatore di zizzania, a insidiare l’unità di fede e di amore voluta da Dio.

La Chiesa di ogni tempo, proprio alla luce della Parola di Gesù, ha avvertito la necessità di difendere, alimentare, incarnare nelle varie forme questo ideale di comunione d’amore.

La prima comunione che la comunità deve alimentare e perfezionare è quella con ciascuna delle Persone divine. Fatti nuove creature dallo Spirito Santo nel Battesimo, siamo chiamati a camminare fino alla piena maturazione di Cristo in noi per essere davvero figli del Padre.

La comunione di carità tra i battezzati è segno anzitutto che Dio dimora nella sua Chiesa, ma anche che ci fa partecipi della unione divina come afferma Sant’Ignazio di Antiochia: “È quindi utile che voi rimaniate in un’irreprensibile unità, per partecipare costantemente all’unione con Dio”.

La comunione è anzitutto con il Vescovo e in lui con ogni presbitero. Scriveva lo stesso martire: “Conviene procedere d’accordo con la mente del vescovo, come già fate. Il vostro presbiterato ben reputato degno di Dio e’ molto unito al vescovo come le corde alla cetra. Per questo dalla vostra unità e dal vostro amore concorde si canti a Gesu’ Cristo. E ciascuno diventi un coro, affinché nell’armonia del vostro accordo prendendo nell’unita’ il tono di Dio, cantiate ad una sola voce per Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e vi riconosca, per le buone opere, che siete le membra di Gesù Cristo. È necessario per voi trovarvi nella inseparabile unità per essere sempre partecipi di Dio”11.

Fonte e apice dell’unità dei battezzati è il Sacramento dell’Eucaristia. Anche su questo Sant’Ignazio scrive: “Procurate dunque di partecipare a una sola Eucaristia, poiché una è la carne del Signore nostro Gesù Cristo, uno il calice che ci unisce nel sangue di lui, uno l’altare, come uno il vescovo, circondato dal collegio dei presbiteri e dei diaconi”12. Affinché tale unità sia sempre alimentata e accresciuta, lo stesso martire afferma: “Procurate dunque di radunarvi più frequentemente per la divina Eucaristia e per lodare il Signore. Perché quando vi adunate con frequenza, le forze di Satana restano annientate e la rovina che egli porta si dissipa nella concordia della vostra fede. Nulla di più eccellente della pace che disarma ogni nemico spirituale e carnale”13.

Altra comunione di amore è quella del servizio di carità verso i poveri, nota che ha sempre contraddistinto le comunità ecclesiali fin dalla loro fondazione: “Non esiterei nel dare, ne darai brontolando; poiché conoscerai chi è il tuo buon rimuneratore. Non volterai le spalle al bisognoso, ma farai parte di ogni cosa al tuo fratello, e non dirai che è proprietà tua; infatti se avete comuni i beni eterni , quanto più i beni temporali”.

 

 

Evangelizzare atto di carità

 

Il Signore vuole che ogni suo discepolo, ciascuno secondo il proprio carisma, cooperi alla salvezza del mondo. La Chiesa è sacramento universale di salvezza e di unità di tutto il genere umano (LG 1).

Il fatto che il Vangelo sia stato predicato a tutte le genti, secondo il mandato di Gesù., attesta che la Chiesa ha recepito tale missione salvifica di cui il Signore l’ha investita.

Una tale missione non può trovare spiegazione se non nella carità apostolica, infusa dallo Spirito Santo nel cuore dei discepoli il giorno di Pentecoste: “ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At, 1,8)

Tale mandato è la prima e fondamentale missione della Chiesa. È adempiendo tale missione che nel contempo si realizza l’annunzio dell’avvento del regno di Dio, l’annunzio della liberazione dal male, dai demoni, dalle infermità, dalla morte. Rileggendo la profezia di Isaia, che Gesù lesse nella sinagoga di Nazareth, si possono cogliere tutti questi elementi: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4,18-19).

Tutto è segno della liberazione definitiva da ogni forma di male, sono segni della carità di Dio, segni che la Chiesa deve ripetere per testimoniare la carità liberante di Cristo.

Tale testimonianza della carità, che è inscindibilmente annunzio del Vangelo e comunione di amore, non dovrà mai venire meno. È impegno che ogni battezzato deve sentire proprio, senza demandare o delegare ad altri; è missione che ogni cristiano deve continuare.

 

 

 

Purificazione continua della carità

 

Ci sembra illusorio parlare di carità senza parlare di conversione. L’amore, proprio di suo, domanda una continua conversione, una continua purificazione dell’amore.

Gesù predicava: “Convertitevi e credete al Vangelo”. Il Vangelo non è una dottrina è la Persona di Cristo, è la sua vita offerta per noi sulla croce, è il suo amore inaudito e oblativo. Convertirsi pertanto è accogliere il suo amore, purificare il cuore è conformarci al suo amore.

Il monaco Cassiano nelle sue opere identifica la purità del cuore con la carità: “La purità di cuore sarà dunque il termine unico delle nostre azioni e dei nostri desideri. è per essa che abbiamo abbracciato la solitudine, i digiuni, le veglie, le fatiche, la nudità, la lettura e tutte le altre virtù, perché per mezzo di queste cose possiamo rendere e conservare il nostro cuore illeso da tutte le passioni perverse,  e salire, mediante questi gradini, alla perfezione della carità... Bisogna, di conseguenza, riferire le cose secondarie, digiuni, veglie, vita solitaria, meditazione della Scrittura, allo scopo principale, cioè la purità del cuore che è la carità”.

Il cristiano, dunque, non pratica la rinunzia per la rinunzia. L’ascesi cristiana non consiste nella pratica di esercizi che migliorano le prestazioni morali della persona. Ma tutto, mezzi e pratiche,  concorre per giungere alla purezza del cuore.

Nella nostra condizione di viatori verso il Regno di Dio, abbiamo continuamente bisogno di purificazione, di conversione. Infatti resta sempre dentro di noi qualcosa da far morire, di cui liberarci per acquistare una libertà più grande. Solo morendo continuamente a noi stessi, solo potando continuamente il nostro tralcio il frutto sarà abbondante e di qualità sempre migliore.

Questa purità di cuore sarà pienamente realizzata solo quando vedremo Dio faccia a faccia. Lì davanti a Lui il nostro cuore sarà totalmente purificato dal suo fuoco d’amore, sarà totalmente di Dio perché avvolto dalla sua fiamma d’amore, sarà totalmente libero da ogni passione perché posseduto pienamente da Dio.

Ma anche se la purità di cuore sarà realizzata pienamente nel Regno di Dio, non di meno essa è una beatitudine che ci è chiesta come requisito per poter vedere Dio: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Per realizzare qui in terra questa purezza del cuore è necessario vivere in un perenne stato di conversione e possedere alcune disposizioni interiori che lo favoriscono.

Al primo posto la fermezza nella volontà. Bisogna possedere una volontà decisa e forte. Proprio questa mancanza di fermezza costituisce in molte anime un ostacolo insormontabile. Chi vuole amare Dio e il prossimo deve spogliarsi senza tentennare di ogni affetto, speranza umana, disegno diverso dalla volontà di Dio; deve raggiungere la perfetta povertà di spirito per attendere ogni cosa da Dio solo.

Un’altra disposizione è la forza spirituale. Chi vuole raggiungere la perfezione deve prepararsi ad un’aspra lotta con se stessi. Come dice il Vangelo: “Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11,12). La lotta è contro la carne, cioè le passioni che rendono schiavo l’uomo e gli impediscono di amare.

Infine, la disposizione necessaria è la perseveranza: “Chi persevererà sino alla fine sarà salvato” (Mt 10,22; 24,13). La perseveranza è richiesta dal fatto che, finché siamo in questa vita, c’è sempre una scoria da cui bisogna purificarsi. L’esperienza dice che più ci avviciniamo con la fede a contemplare Dio, sorgente cristallina dell’amore, e più avvertiamo l’impurità del nostro amore, il bisogno della purità del cuore. A tal proposito è noto il paragone di Santa Teresa d’Avila: “Qui, essendo il sole molto fulgido, uno vede non solo le ragnatele della propria anima, ma scopre qualsiasi pulviscolo che vi possa essere, per piccolo che sia. Per quanto un’anima lavori a perfezionarsi, se è veramente investita da questo sole divino, si scopre subito molto torbida. è come l’acqua contenuta in un recipiente: se il sole non la investe, sembra molto limpida, ma se è investita dal sole si vede tutta piena di corpuscoli”.

Come si vede l’amore cerca sempre la perfezione, cerca sempre l’amore più puro e più cristallino: quello di Dio.

 

 

CONCLUSIONE

 

Affinché l’uomo possa davvero fare ritorno a Dio, reso capace di amore, il Padre stesso ha mandato nel mondo il suo Figlio fatto uomo, perché ci riconducesse al “principio”. È nel Figlio, abbiamo visto, le caratteristiche dell’Amore vengono manifestate in pienezza come primizia e modello per tutti.

Prima tra tutte la “libertà del dono”: una libertà che si apre, accoglie e collabora col progetto di Dio. Il Signore ha voluto in certo qual modo limitare la sua onnipotenza per rispettare la libertà dell’uomo, fin al punto di vedere distrutto il suo progetto: perché solo dalla libertà può nascere un amore puro, gratuito, personale e disinteressato.

Altra caratteristica è la “verità”: riconoscere che la nostra realizzazione sta nella progressiva accoglienza, partecipazione e collaborazione al progetto di Dio. Ad essa si contrappone la tentazione dell’autosufficienza, di poter fare a meno di Dio.

La verità poi esige la “docilità” o corrispondenza: nel credere che in Dio è il bene dell’uomo, che la nostra vita viene esaltata sempre più nella misura del dono e della nostra corrispondenza.

Accade sovente che l’amore dell’uomo sia infedele, manifestando con il peccato la sfiducia e la disobbedienza a Dio. A tale atteggiamento proprio del primo Adamo e di ogni uomo, si contrappone l’atteggiamento del Cristo, nuovo Adamo, e dei santi, che con gesti e cuore totale, fino alla morte, dice: “non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42). Dunque, altra caratteristica dell’amore è l’”obbedienza” come campo lasciato all’uomo dove possa concretamente giocare il suo atto di ritorno a Dio. Il recupero di un atteggiamento di amore obbediente, opposto al peccato, si esercita con l’”obbedienza della fede”, vivendo ciascuno il martirio quotidiano della propria croce.

Infine, ma è il “principio” dell’Amore, in Cristo si manifesta in tutta la pienezza la caratteristica della “gratuità” del dono, e ciò si manifesta soprattutto nel perdono che Dio in Cristo offre all’umanità. Tutto in Dio è per grazia, tutto è dal suo amore infinito e misericordioso.

Da quanto scritto ne scaturisce che l’amore di Dio è l’amore vero, cioè gratuito, disinteressato, non misurato dalla corrispondenza. Perciò tale amore risulta essere più grande di qualunque altro amore che si possa incontrare, il più efficace, il più fedele di tutti.